E non scandalizzare la benedizione Maria Madre di Dio C

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Liturgia Parola maria madre di dio

E non scandalizzare la benedizione

(Numeri 6)

Maria Madre di Dio anno C

 

Il Signore parlò a Mosè e disse. Parla ad Aronne. Ai suoi figli. Così benedirete i suoi figli.

E Mosè non la interrompe.

Nemmeno Aronne la interrompe.

Molto più facile farsi interpreti di maledizioni che di benedizioni, la grandezza dell’uomo invece è non intromettersi nelle storie d’amore, nelle benedizioni non intromettersi mai. Ma lasciarsi attraversare dall’Amore senza trattenerlo, senza fermarlo, senza diventarne scandalo (perché unico vero scandalo è occultare all’uomo la passione divina).

Mosè non la interrompe e nemmeno Aronne e la benedizione allora piove sui figli, su ogni figlio, come pioggia e neve, come Misericordia da un Crocifisso radicato in cuore di morte. Come le lacrime di chi ama. Non interrompere l’amore è la nostra unica chiamata.

Se il Padre canta il suo amore insensato per i figli, se il Padre aspetta il figlio che altri chiamano perduto, se il divino Amante si lascia accarezzare i piedi da mani che altri reputano capaci solo di godimenti peccaminosi a noi, Signore, è solo chiesta la saggezza di Mosè e di Aronne: non interrompere benedizioni, che l’Amore ci attraversi, che nessuno osi mettere in dubbio il tuo cuore. Che nessuno scandalizzi la benedizione. Che la Chiesa, che ogni uomo e donna di chiesa, che ogni brandello di comunità possa imparare a lasciarsi attraversare senza pretese di comprensione, di esclusività, di manipolazione, dal folle amore divino.

Ti benedica e ti custodisca

Non basta benedire, non bastano parole buone, nemmeno fossero dolci come il miele. Non basta dire bene della vita, cantarne le sfumature, non basta dire bene degli uomini, vederne le potenzialità. Tanti seduttori sono lupi vestiti da agnelli, tanta falsità dietro le apparenze. Non basta benedire. L’amore non si accontenta di parole buone, l’amore vuole anche custodia. La pretende. Se parli bene di me pretendo che tu ti prenda cura della mia storia. Troppo facile benedire senza la cura.

Uscite allo scoperto professionisti dell’adulazione: dimostratemi come vi state facendo carico delle mie fragilità. Come state vicino alla mia vita? Desiderate davvero, come dite, che io non mi faccia male? No, non parlare bene di me se in cuor tuo hai vergogna di come sono e di quello che faccio. Sono pericolose le benedizioni di chi ha le mani pulite, di chi non si compromette.

            Ti custodisca. Che non ci sia più nessuna benedizione privata dell’atto del custodire. Solo ciò di cui ci prendiamo cura è benedetto davvero. Parlare bene degli altri può essere una maschera.

E non ci sia più nessuna custodia senza benedizione, senza parole che sappiano dire il bene di ciò che curo. I nostri mutismi sono pericolosi, saper dire bene delle persone che amo non è ingrediente secondario, è ciò che rende buono il pane.

Benedire ciò di cui mi prendo cura, almeno per non abituarmi, almeno per ricordarmi che non sono io quello buono, che non sono io il soggetto, che non è mio il merito. Io mi prendo cura perché tu sei bello, ed è giusto così. E allora dico bene di te, mentre mi curo di te.

            Il Signore faccia risplendere per te il suo volto

Il Signore si illumini solo per te. Non sia solo luce spalmata come aurora su ciò che esiste. Non sia solo volto rivolto all’umanità. Sia per te. A favore di te. Rivolto al tuo volto. Io non riesco ma Lui sì, a farti sentire che è proprio te che ama, proprio me. Proprio in quelle pieghe così imbarazzanti del nostro carattere, proprio me e te che siamo così bravi a prometterci di cambiare e poi non cambiamo mai. Proprio me e te, con tutto il male che volenti o nolenti abbiamo seminato a caso, con troppa generosità. Proprio me e te ama, su di noi la sua luce, siamo illuminati, guardati da occhi luminosi, come un padre che quando guarda il suo bambino è perfino ridicolo, non ha occhi che per lui. Ecco iniziamo quest’anno illuminati dal Dio papà ridicolo e fiero di me e di te.

            E ti faccia grazia

Non una grazia, non tante grazie. Si eclissi per sempre la tentazione del divino materialismo che riempie di regali i buoni e i fedeli, il divino che protegge dalle disgrazie. Ci faccia grazia, non ci faccia “la” grazia. Quest’anno che va ad iniziare sarà come dovrà essere, porterà in cuor suo liturgie di bene e di male mischiate a caso, ma almeno ci trovi più graziosi. Più capaci di farci grazia verso gli altri. Parole graziose. Sguardi graziosi. Silenzi graziosi. Diventare graziosi è lasciarsi attraversare dalla benedizione e dall’amore e dalla luce e non fermarla davanti a niente e a nessuno. Non fermare la grazia. Pieni di grazia saremo noi quando ci lasceremo abitare dalla passione di Dio all’uomo.

            Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace
E ci sia finalmente pace. Che non sarà assenza di conflitti. Non sarà immobilità. Non sarà calma piatta. La pace è un modo di camminare senza sbranare il terreno. È un modo di giudicare senza mortificare. È un modo di confrontarsi senza creare nemici. È un modo di dire “basta” ma senza astio. Pace è sentirsi parte di un Creato e sentirsi responsabili. Pace è ringraziare ogni essere vivente. Pace è non sfruttare mai. Nessuna persona, nessun animale, o l’acqua. Nemmeno l’aria.

            Pace è camminare in punta di piedi.

            Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò

Il nuovo anno porti il Suo nome su di noi. Ma sia un nome nuovo, capace di non replicare il passato, capace di stupire. Un nome che nessuno si aspetta. Un nome di Dio capace di lasciare a bocca aperta. Un nome che non è usato o bestemmiato, non brandito o violentato. Un nome che sia solo una scusa per benedire il Creato.

Quest’anno Signore usa i nostri nomi, usa le nostre vite per benedire il mondo, abita i nostri gesti. E chi tu benedirai noi benediremo. E chi amerai ameremo anche noi. E saremo noi la luce tua. Lascia che ogni giorno dell’anno arrivi con la sua bellezza e la sua fatica, non cambiare nulla di ciò che sarà, cambia noi. Che possiamo ricominciare a benedire il mondo a nome Tuo.

Maria Madre di Dio 2019 C

Mio intimo straniero, mia profonda incoscienza Santa Famiglia C

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liturgia Parola Santa Famiglia

Mio intimo straniero, mia profonda incoscienza

(Luca 2, 41-52)

Santa Famiglia anno C

Secondo la consuetudine

Quella mattina Maria, come al solito, si veste da Madonna, chiama Giuseppe e sveglia Gesù, come da copione: c’è un pellegrinaggio pasquale a cui non si può mancare. Prendono le solite quattro cose, si infilano il vestito adatto al ruolo, dribblano qualche pensiero inutile che i sogni notturni hanno incastrato in testa e partono, che è già arrivata Pasqua e neanche quest’anno me ne sono accorto. La forza dell’abitudine. Non c’è modo migliore di perdere il Signore. Puoi essere anche la Madonna o Giuseppe in persona, il Vangelo è spietato: basta fare le cose “per abitudine”, “secondo consuetudine” ed è un niente che perdi il cuore della vita.

Ironico, amaro, vero e coraggioso questo Vangelo. Poi la Chiesa usa questa pagina scandalosa per venerare la “Santa Famiglia”, che sarebbe un gran colpo di classe, ironia pura, ma conoscendo gli uomini di chiesa dubito che abbiano volontariamente osato tanto.

Perché è una pagina scomoda. Puoi essere Giuseppe o la Madonna, puoi aver visto angeli e concepito senza peccato ma il binomio “legge” più “consuetudine” è mortale anche per te. Può prosciugare la fede di chiunque. Vivere la fede come un rito rassicurante, ripetere gli stessi gesti di sempre, costantemente replicare i riti del Sistema Religioso di ogni tempo porta a uno smarrimento radicale della presenza di Dio nella vita.

Avere numeri alti, sedurre persone che godono nel ripetere l’identico rassicurante rito che non cambia poi nulla nella vita e soprattutto non ammettere libero pensiero: così ogni sistema si mantiene, così Gesù scompare.

Benedetto il nostro tempo che ci deride, benedetti i giovani che ci ignorano, benedette le comunità che finalmente aprono gli occhi. Benedetto chi comprende finalmente che la sfida non è quella di restaurare la perfezione delle parrocchie ma quella di svelare l’Amore di Dio nella nostra eterna imbarazzante pochezza (che non passerà mai), nei nostri continui smarrimenti del Cristo, nella nostra imbarazzante ripetizione di una tradizione immobile e polverosa. Forse nemmeno tanto rassicurante (notando il clima che si respira).

Senza che i genitori se ne accorgessero

È come se entrare in Gerusalemme, ripetere il rito di sempre e infilare poi la via del ritorno (a pellegrinaggio concluso) in qualche modo rendesse la nostra storia inconsapevole di essere viva. Maria e Giuseppe, non due persone qualsiasi, quanto sono aperte e lucide e profetiche in casa loro tanto si trasformano in due persone che “non si accorgono” della perdita del figlio quando stanno tra le mura della Chiesa. Sarà pure simbolico, lascio il beneficio della narrazione romanzata, ma l’evangelista Luca non è affatto tenero. Come se Gerusalemme, la Chiesa Ufficiale di ieri e di sempre, rubasse la lucidità di pensiero agli uomini che ritornano come se niente fosse alla loro vita, convinti di essere “a posto” con Dio quando invece ne hanno smarrito l’incarnazione. Quando lui, Dio, non è nel “posto” dove eravamo sicuri di averlo messo.

            Vivere senza accorgersi delle cose, in una traiettoria di continuo ritorno, come se fossimo sempre in stanche processioni, andare e tornare al sacro, alla tradizione, a ciò che consideriamo “puro” rende incapaci di accorgerci delle cose belle della vita. Di quelle che accadono davvero. Non vi viene voglia di uscire dai confini della Parrocchia per andare a vedere come ci siano oggi uomini e donne che pur non rispettano i codici religiosi della tradizione sono “accorti”, “attenti” e stanno celebrando la vita?

            Credendo che fosse

Come si impara a vivere “accorti e attenti”? Se leggo il Vangelo di oggi, che non risparmia nulla ai due poveri genitori del presepio, sono proprio loro a dirci cosa non bisogna fare: non bisogna “credere che fosse”. Maria e Giuseppe tornano senza problema perché credono che Gesù ci sia. Probabilmente credono a qualcuno che dice di aver sentito qualcuno che ha visto Gesù. Non verificano. Non mettono in dubbio. È un errore. Di Cristo occorre sempre fare esperienza personale. E non basta una volta sola. Occorre tornare a verificare se quel Signore a cui ho detto di “sì” almeno una volta nella mia vita è ancora imbarcato negli affari che sto portando avanti. In modo particolare quelli religiosi. In quelli che parlano di lui ma che forse non lo vedono più. Non basta l’annunciazione, non bastano nemmeno i sogni per Giuseppe, occorre vivere come se non credessimo alla sua presenza. Come quando si è innamorati davvero, che ti alzi al mattino e sai che qualcuno ti ama e ti sta pensando e a te sembra un miracolo, così bello che non ti sembra vero, e allunghi il braccio se hai la fortuna di poterlo sentir dormire accanto a te. Se dai per scontato l’hai già perso.

            Si misero a cercarlo (ma tra i parenti e conoscenti)

Sì, finalmente lo cercano. In ritardo ma lo cercano. Solo che lo cercano nell’unico luogo sbagliato. Maria sbaglia perché cerca tra i parenti, tra le cose conosciute, tra i profumi rassicuranti. E non c’è mai verità se la cerco nella vita vissuta da altri, non c’è ricerca vera, non c’è Tesoro, se mi limito a cercare dove altri hanno già trovato. E infatti Gesù tra i parenti non c’è. Signore tu sei il mio intimo straniero, la mia profonda incoscienza. Cercarti nell’Inedito, scovarti nel non ancora è la mia unica possibilità di vita.

            Li ascoltava e li interrogava

Alla fine è Gesù che indica la strada, come sempre. Un modo solo c’è per scoprire il proprio posto nel mondo: non smettere mai di ascoltare e di interrogare. Imparare a creare Vuoto dentro di noi per dare forma nuova alla nostra vita e poi chiedere, domandare, interrogare. La Verità vuole domande. Possibile che non ci accorgiamo ancora che il Signore sta parlando dove qualcuno si ascolta con compassione? Possibile che ancora ci sia così straniera la liturgia di persone che vivono facendo spazio agli altri, accogliendo, imparando complicità creative fatte di gesti di amore? Possibile che ci dia così fastidio ammettere che le parrocchie strutturate devono morire per fare posto a comunità vere, comunità di persone che fragili si consegnano senza giudizio? E saranno comunità piccole e inutili, e faranno morire le strutture e i servizi caritativi e le tradizioni ma… saranno vive. Seduti ad ascoltarsi. E a chiedersi perché sia così bello vivere adesso che qualcuno mi sta ascoltando…

            Tuo padre e io angosciati ti cercavamo. (…) Ma essi non compresero

È rassicurante. Nemmeno Gesù è stato capito. Nemmeno dai genitori. La Madre di Gesù e il suo  babbo escono con le ossa rotte da questo pugno di versetti. Ma quanto sono belli! Madre delle angosce e padre dei dispersi, protettori degli ignoranti. Ecco le vere litanie del nuovo millennio. A una Santa Famiglia angelicata rispondiamo con l’Ordinaria prossimità all’umano. Siete come noi, e vi amiamo di più. Proteggici e accompagnaci Vergine Santa delle Angosce fin dentro le nostre paure più scandalose, Giuseppe padre che hai perso un figlio che ti era stato affidato, tu che non hai capito niente di quel mistero, non lasciarci soli. Siamo come te. Siamo come voi. Pregate per noi anzi no, cercate con noi.

Santa Famiglia 2019 C

Credevo che Natale Prologo Giovanni

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liturgia parola messa del giorno

Credevo che

(Giovanni 1)

Natale anno C

 

“In Principio era il Verbo e il Verbo era Dio”: Inizio, Parola e Dio. L’evangelista Giovanni nel suo prologo regala a tutti noi tre parole che si cercano, si abbracciano, che non possono stare sole. Troppo pericoloso slegarle, occorre tenerle insieme, tagliare la relazione tra di loro è perdere il significato di Tutto. Perché la parola “inizio” o “principio” si frantuma facilmente se la lasciamo sola davanti ai nostri fallimenti. La “Parola” invece naufraga, siamo affamati di “fatti” e non di parole. “Dio” invece può essere solo concetto, può essere vuoto, può essere usato perfino per uccidere. No, occorre tenerle insieme, l’ho capito dopo anni che cercavo di afferrare il prologo di Giovanni a piccoli sorsi, no, è un respiro unico: Principio, Parola e Dio non possono sciogliersi, si illuminano a vicenda.

Prego il Signore che ogni nostro Inizio sia accompagnato da parole buone, da parole care, da parole in grado di suscitare desiderio, di accompagnare ogni avvenimento e di rileggerlo, per non dimenticarlo. Non si dà nessun “principio” senza la “parola”. Muta la vita che non inizia, si limita a succedere in un ripetersi soffocante di cose. La parola fa accadere la vita, la rende viva. Abbiamo bisogno di parole buone, di parole care, di parole esatte per far ripartire la vita, per riconoscere nuovi inizi. Maltrattando la parola, svuotando il senso e la bellezza del suono che dipinge i contorni della realtà noi ci condanniamo a finire, a morire, uccisi dai rumori. Serve Silenzio, quel Silenzio che è ventre che partorisce Parola. E l’inizio sarà credibile solo quando troverà sostegno nella Parola. E potremo avere ancora il coraggio di pronunciare la parola “Dio”. Magari trovando un suono più esatto, una che sappia di “inizio”, una che non sia “definizione” ma “generatore di altre parole e di altri eventi” magari potremo tornare a pensare a Dio mentre la vita inizia e mentre sulle nostre labbra si appoggia la parola “Amore”. Ma dobbiamo stare molto attenti. La parola Amore da sola non basta più.

Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”. C’è da perdersi in queste righe di Giovanni, sembrano solo concetti. E quante volte mi sono avvicinato cercando di capirli. E qualcuno ci riesce, e ci riesce bene. Solo che ogni volta che sentivo parole come queste io vi confido, non vedevo l’ora di vedere Gesù che faceva, parlava, camminava, guariva. Mi mancava la vita vera, quella che scorre, quella che profuma. Aspettavo Cana e il suo vino per poter cominciare a camminare accanto al Dio degli uomini. Accanto al Dio uomo. E dimenticavo in fretta il prologo di Giovanni, poetico ma difficile da afferrare. Oggi no, oggi mentre lo leggo mi sembra di sentire tantissima vita in queste parole.

La prima cosa che sento è esattamente questa: fame di leggere pagine in cui la Vita accade, una vita raccontata da Gesù. E mi sembra di capire che il prologo è anche per questo che è stato scritto, o comunque che lo sento scritto anche per me: per farmi aumentare la voglia di stare con Cristo. Come se queste parole scelte e allineate con cura estrema servissero a preparare il mio incontro con Gesù, per non darlo per scontato, per tornare a sentire nel cuore una immensa mancanza, quella che solo le persone che ti hanno rapito il cuore ti fanno provare. Sì, ascoltando Giovanni e la sua introduzione io sento mancanza, mancanza feroce di te, delle tue parole, del tuo sguardo. E comprendo. Il prologo è la lettera d’amore di un innamorato.

In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”. Ed ecco Giovanni che mi aspettava per dirmi che il mio, il nostro innamoramento, non è vano. Senza essere innamorati é folle e irresponsabile parlare di vita perché la notte, le notti che ci portiamo addosso e dentro il cuore sono troppo grandi. Solo chi è innamorato può comprendere che parlare di vita, di luce è una follia possibile. Il prologo adesso osa l’indicibile, osa regalarci una speranza che solo la vita di Cristo, passo dopo passo, renderà credibile davvero. Ma per iniziare un cammino così coraggioso serviva qualcuno che ci convincesse a partire. Ecco, il prologo è la parola di coraggio per iniziare il viaggio.

Venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni…” voltarsi indietro prima di partire è pericoloso, si rischia di smarrire quel poco coraggio accumulato. Voltarsi indietro è rischioso perché è facile vedere nel passato i mille tentativi di speranza andati a vuoto. Giovanni l’evangelista lo sa. Ma sa anche bene che comunque noi, prima di salpare, un occhio al passato lo avremmo comunque dato. Sa bene che solo gli idioti si dimenticano di ciò cheé stato e il Vangelo non è scritto per idioti. Allora accompagna il nostro sguardo alle spalle. Ci chiede di guardare a ciò che è stato e, tra ciò che è stato, di scegliere il migliore: il Battista. In tanti si sono fidati di lui, tanti sono partirti fidandosi delle sue parole. Lui era solo un testimone, Gesù è la luce. Non si tratta semplicemente di partire, si tratta di credere alla luce di nuovo. E allora comprendo: il prologo è un invito a nascere.

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. Luce e uomo, binomio complesso, ardito, coraggioso. Sembra che l’umanità sia più ombra che luce, sembra che il sole si arresti davanti all’uomo… non credo di riuscire a fidarmi ancora una volto degli uomini…

Eppure il mondo non lo ha riconosciuto” il prologo non parla di conoscere ma di ri-conoscere. Non devo fermarmi, se la luce è su ogni uomo io ci credo. Se la luce è depositata negli occhi di ogni creatura io voglio provare a crederci. Sarà così. Il Vangelo dico sarà esattamente così, Gesù riconoscerà vita dove gli uomini non la vedevano più. Prima di essere il Risorto Gesù faceva risorgere luce dove gli uomini non sapevano più vederla, da dentro, dal cuore degli uomini!

A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Accogliere, questo è l’unico potere. Il prologo è scritto per ricordarci quale grande potere abbiamo, persone libere, accogliere di riconoscerci figli oppure no. Giovanni lo scrive perché di solito non è così, il padre e la madre non li scegliamo, nessuno ci chiede se vogliamo venire al mondo, e allora mi pare che l’evangelista osi ciò che nessuno aveva ancora osato, scende nel principio più intimo di noi, la vita, e dice che possiamo sceglierla. Possiamo decidere di noi. Vertigine senza fine: la libertà. Ecco la nostra potenza, possiamo dire di “sì” o dire di “no” e siamo così potenti che davanti al nostro “no” l’Onnipotente si arresta. Possiamo dire di no scegliendo di non amare, è in nostro potere. Il prologo fa tremare. Ci dice che il viaggio che sta per iniziare non è finto, è un viaggio vero, si decide di noi. Durante il viaggio della vita noi decidiamo chi vogliamo essere, come dare o non dare carne all’Amato. Il Prologo fa innamorare ma non seduce, siamo liberi. Fino in fondo, fin da principio.

“E il Verbo si è fatto carne”. E io sento la mia carne fremere di passione, come prima dell’alba, come quando il primo raggio di sole accarezza il prato in una mattina di primavera. Lasciarsi fecondare dall’amore è avventura rischiosa e totalizzante. Cerchi la mia carne, vuoi renderla divina. Come accadrà lo scopriremo insieme. Decido di ripartire anche stavolta. Con te.

Natale messa del giorno Gv 1

Animali notturni e innamorati Natale anno C

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liturgia della Parola Natale messa della Notte

 

Animali notturni e innamorati

(Isaia 9; Tito 2; Luca 2)

Natale anno C

 

Isaia: il popolo che camminava nelle tenebre

Certo che prima o poi la luce arriva ma prima… prima è un cammino nelle tenebre. Certo che a volte la luce arriva nella vita ma spesso è lampo, passaggio, intuizione, consolazione di un momento… il resto è cammino nelle tenebre. Ed è splendido sentire i rumori di un popolo che nella notte, comunque, cammina.

            Immagino il buio, immagino l’assenza della luna, sento i passi incerti dei piedi, le frasi smozzicate per farsi coraggio, qualche nome lanciato per aria in attesa di risposta per vedere se chi si ama è ancora nella carovana, vedo che il popolo, nelle tenebre, si da la mano, che tenerezza, si stringono forte, qualcuno piange, qualcuno se ne accorge. Ci si passa dell’acqua, qualcuno racconta della luce, qualcuno promette un fuoco, un bivacco. Il sudore di notte è freddo che ti cola dalla fronte, il fiato è qualcosa di compatto che rimane in sospensione davanti agli occhi, qualcuno vorrebbe fermarsi, qualcuno si è fermato e non è più. I vecchi si chiedono se vedranno ancora la luce, i giovani non sanno di cosa parlano i vecchi, i bambini giocano a nascondersi, le donne sognano futuri generativi, i padri hanno paura e non osano dirlo: il popolo camminava nelle tenebre.

            Che bello se assumessimo con coraggio questa descrizione per dire chi siamo noi, oggi. Noi chiesa, noi mondo, noi gente di esodi notturni. Mi pare una descrizione lucida e onesta. Spente le luci dell’apparenza rimane un popolo chiamato al cammino anche quando non vede l’orizzonte, rimane una chiesa che cammina verso una luce che altri hanno raccontato.

Certo, si può continuare a fingere, stare nel cuore della notte e giurare che ci sia luce, negare le evidenze, come se niente fosse e continuare in modo ridicolo ad essere caricatura di se stessi. Oppure maledice la fine della luce e vivere da risentiti contro tutto e tutti. Oppure camminare. Io voglio camminare. E non sarà la notte a impedire il cammino. Anzi.

Camminare le notti del mondo significa assumere la vita che viene con il suo volto spesso orrendo, la notte della malattia, della morte, dell’errore, del tradimento, della solitudine, della depressione… Natale è continuare a camminare, camminarci dentro, camminare nel cuore di tenebra chiamati da una luce.

            Camminare nella notte richiede attenzione continua, capacità di ascolto, creatività: se gli occhi non vedono bisogna imparare a vedere con i rumori, con gli odori, con nuovi sensi che non siano i soliti. E allora la notte diventa occasione per sviluppare l’inedito, per scoprire di essere ciò che non immaginavo di essere. Signore, aiuta la tua chiesa a camminare di notte, dentro ogni notte, e a fare Natale, scoprendo nuovi modi di dire l’Amore, animali notturni, e innamorati.

            Camminare nella notte è qualcosa di misterioso, cambia il panorama fuori e dentro di noi, colori, profondità, rumori, tutto si deposita. Si posano le apparenze, tutti siamo più fragili. Nella notte è più facile sentirsi complici. Nella notte il mio volto affonda un poco nell’oscurità e io ho meno vergogna di raccontarmi. Natale è quando riusciremo a camminare nella notte raccontando le nostre miserie con tanta dolcezza. Camminare da nottambuli significa trovare il coraggio di raccontarsi le proprie miserie per poter accogliere e accarezzare quelle degli altri. Cammina nella notte mia amata chiesa, non fingere, deponi le apparenze, accogli i cammini notturni di ogni uomo con stupita gratitudine. E non condannate mai nessuno, la notte è luogo del perdono e della misericordia.

            Paolo: vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà

Sarà Natale, sarà davvero Natale, quando impareremo l’arte della sobrietà. Che è il contrario dell’ebbrezza. Il contrario di una vita che per vivere ha sempre bisogno di moltiplicate stimoli di ogni genere. Di perdersi in un fare che illude di riempire e invece si nutre della nostra libertà. La vita abita il respiro calmo, la tranquillità profonda di chi non si lascia annullare dalle passioni. Natale è non andare in ansia che tanto il mondo vive anche senza di noi. Natale è fermarsi, fare un passo di lato, uscire dal centro dell’attenzione, depositare ruoli e maschere, sorridere di sé. Sì, il mondo può fare a meno di noi, respiro di libertà.

Sobrietà è non patire le passioni, non lasciarsi trasportare passivamente dalla cose della vita ma accogliere tutto gustando ogni sfumatura, sapendo guardare dentro il cuore delle cose, assaporandone il gusto. Vivere nella sobrietà è godere della ricchezza del Tutto che si racconta in ogni piccolo frammento. C’è il mondo intero in un pezzo di pane, c’è terra e acqua e fuoco, c’è abilità umana, c’è arte, c’è dono… c’è Tutto, se ho cuore e intelligenza per ascoltarlo. C’è il mondo intero che si racconta in un frammento, eucaristica è la capacità di ascolto, c’è la divinità in un bambino.

Natale è vivere con giustizia. C’è un modo giusto di fare le cose. Ma quel “modo giusto” non è mai dato una volta per sempre. Giusto è il dialogo umile e aperto con la vita che cambia. Giusto è saper interpretare il tempo. Giusto è saper cambiare idea. Giusto è colui che interroga il tempo e rimane in ascolto e decide di sé e degli altri con infinita compassione.

Natale è vivere con pietà. E questa è forse il vertice dell’umanità. Pietà è avere occhi che non condannano mai, è essere spazio comprensivo. Pietosi sono occhi che sanno la miseria, che vedono ciò che non è vita, ma occhi che sanno che qualsiasi miseria non è mai sufficiente a sfigurare per sempre l’umano. Pietà è l’esaltazione dell’umano, la sua ostinata celebrazione. Pietà è aver purificato se stessi a tal punto dal commuoversi per ogni traccia di umanità.

Questo per voi il segno

Natale è camminare nella notte ma avvolti di luce, una luce che non viene dalla santità della perfezione ma dalla profonda umanità dei pastori. Sono fuori dagli schemi del potere, vivono fuori dalle luci di Gerusalemme, sono animali notturni, spesso braccati da errori o da sensi di colpa, ma basta che una notte, dall’alto, qualcuno li guardi con sguardo luminoso e loro iniziano a camminare nella notte “avvolti di Luce” e vanno, un passo dopo l’altro, goffi, rozzi, bellissimi perché veri, puzzano di vita, hanno denti consumati e occhi stanchi, piedi resi duri dai sassi della vita, ma camminano e questo basta. Natale è che arrivano e vedono un segno. “Troverete un bambino avvolto in fasce” è il segno della vita che se curata, fasciata, avvolta di tenerezza resiste. “E’ in una mangiatoia”, cioè proprio dove questi pastori portano gli animali a mangiare. Natale è scoprire che la vita nasce qui, adesso, dove sto provando a vivere, dove provo a attraversare la notte, dove provo a dare da mangiare alla mia sopravvivenza. Natale è la vita che mi sceglie. E questo mi dona pace. Una pace profonda. Non sono sbagliato Signore, non sono peccatore, non sono indegno, non sono sporco, non sono incapace, o forse sì, ma non mi importa, perché non importa a te. Natale è che io voglio essere la tua mangiatoia.

Natale 2019 C

Fai l’amore nel mio corpo IV Avvento anno C

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liturgia della Parola IV avvento C

Fai l’amore nel mio corpo

(Michea 5; Ebrei 10; Luca 1)

IV Avvento anno C

 

Partorirà colei che deve partorire

Non è solo un augurio, è una visione. Gli occhi del profeta non si limitano a registrare le cose della vita, gli occhi del profeta sentono la vita che chiama dall’Invisibile. Michea, immerso nella realtà, sente che il mondo spinge per partorire vita; non so se riesco a descriverlo ma è uomo che sente che ogni cosa, ogni cosa!, custodisce nel suo intimo l’urlo d’amore, il grido vitale della partoriente, Michea sente che il mondo è in attesa, che è chiamato dalla vita a venire, sente il travaglio delle cose, sente che tutto è in movimento. Sono occhi da risvegliato quelli del profeta, occhi che sentono il vibrare segreto delle cose, che percepiscono, che non hanno dubbi: il Signore della vita è una partoriente in atto continuo di generare. “Deve partorire”, non è un consiglio, una speranza, una lontana possibilità: è un dovere, è nell’ordine intimo delle cose. Dio è: Vita che partorisce Vita. Dio è madre e padre. Dio è corpo di donna gravida che pulsa in ogni cosa che esiste.

Se il mondo deve partorire noi non possiamo che fecondarlo con moltiplicati gesti d’amore. Adesso, fare l’amore. Farlo, generarlo, suscitarlo senza vergogna. Dimenticare il Dio congelato in schemi maschili e freddi e morti: la nostra santità è la capacità di fare l’amore con ogni cosa che aspetta di venire al mondo. Fare l’amore con tutto noi stessi. Chi fa l’amore con il mondo si innamora di ciò che vede, non lo contiene, lo libera. Fare l’amore è permettere al potenziale costretto nel cuore dell’esistente di sprigionarsi. Fino a quando non sentiremo in noi gli occhi del profeta l’attesa del Natale sarà l’affastellarsi monotono dell’identico ripetersi delle cose. Fare l’amore è spezzare il cerchio noioso della ripetizione (che rassicura ma non meraviglia) e permettere alla vita di sprigionarsi. Uscire dalla prigione che contiene e soffoca e sterilizza l’inedito.

Un corpo invece mi hai preparato

“Un corpo invece mi hai preparato”. “Invece”, invece delle infinite riduzioni impaurite delle chiese di tutti i tempi. Invece di ridurre tutto a anima, a sentimento vago, a voli di angeli innocui. Invece di rendere tutto una teoria da dimostrare. Invece dello spiritualismo delle apparizioni. Invece dei sentimenti che non incidono nella carne: Invece: un corpo mi hai preparato.

E vorrei gridare con libertà e gioia in faccia a chi ancora è schiavo delle mille paure e delle mille castrazioni millenarie: il Divino si è fatto corpo. E un corpo ha preparato a ognuno di noi perché è proprio lì che vuole farsi incontrare. Il corpo che fa l’amore è divino. Non possiamo dire di aver scoperto Dio se teniamo coperto il corpo.

La ricerca di Dio non può più essere immaginata slegata dalla nostra carne.

Sogno di preparare un giorno un cammino di Esercizi Spirituali sulla scoperta di Dio dentro le carni viventi del nostro corpo in costante trasformazione. Incarnazione: un corpo mi hai preparato.

Era il mio copro di bambino, tenero e fragile, era bisognoso di tutto. Era frutto di madre e padre che proteggevano. Tu eri in quel corpo, preparato per me e per chi mi guardava stupito e grato. Ci siamo incontrati lì per la prima volta. Che bello sentire che il mondo era perfetto, affidabile, che Tu avevi in mano ogni cosa e che io potevo fidarmi. Bastava piangere e Dio o chi per lui mi davano latte e carezze, mi proteggevano dal freddo.

Poi è stato il mio corpo ragazzino quello preparato per la nostra storia d’amore, cambiavo io e cambiavi Tu (con buona pace dei noiosi che immaginano Dio immutabile), un corpo invece mi hai preparato per non restare eternamente nell’illusione della tua onnipotente onnipresenza. Iniziavo a conoscere il bene e il male, iniziavo a conoscere l’amicizia e il dolore, iniziavo a conoscere la paura. E Tu quel corpo mi avevi preparato perché io sentissi che Tu eri con me, che fare parte della tua squadra, quella dei buoni, in oratorio e in parrocchia, era cosa buona. Era ancora pensiero infantile, ma stavamo crescendo insieme.

Il corpo poi è quello di un adolescente e di un giovane. Un corpo mi hai preparato e tu in quel corpo e non altrove ti sei fatto conoscere. In verità hanno cercato e continuamente cercano di dire altro. Infatti, Signore, ti bloccano sempre all’infanzia, vorrebbero che noi si credesse sempre a Gesù bambino. Invece un corpo mi hai preparato e se il mio corpo cresceva, cercava, sperimentava, bruciava, si innamorava, si ricredeva: tu eri lì, non altrove. Quel corpo affamato d’amore mi avevi preparato e lo stavi abitando. Invece sembrava tutto peccato. Tutto una colpa. Il corpo cominciava a fare problema. Faceva paura. Non siamo ancora capaci di riconoscerti nei corpi brucianti degli adolescenti. Sì, forse l’Amore vero fa paura, saperti innamorato fa paura. Elogio della castità che profuma di vuoto. Vorremo ricondurre tutto all’infantile bisogno del seno materno. Scusaci.

Un corpo invece mi hai preparato. Quello di un adulto chiamato a generare vita. Quello che sperimenta il limite, la scelta, quello che desidera amare e essere amato. Quello che non brucia più nell’esplosione adolescenziale ma che sente bisogno di unicità. Siamo chiamati a cercarti lì. Il corpo non può essere ridotto a fardello, a contenitore, a scatola di ciò che è importante. Noi non siamo solo interiorità. Tu sei nel mio corpo adulto che chiede di essere ascoltato.

Poi sarà corpo di vecchio. E lì spero di avere maturato una strada di complicità profonda con te. Tu sarai il Dio delle rughe e dell’incontinenza, della saliva che cade da labbra sfatte, tu sarai il Dio nel corpo malato, nel corpo stanco, nella mente rallentata. Nel tremore della mano. Nei pensieri che non vengono. Di quando non saprò più scrivere. Un corpo invece mi hai preparato. Avrò saputo farti crescere con me? Riusciremo a crescere e cambiare insieme?

Il bambino sussultò nel suo grembo

Adesso posso leggere il Vangelo di oggi. È la storia di un Dio che sceglie di abitare un corpo. Non una Chiesa, non un Arca, non un’Istituzione ma il corpo. Perché il corpo vive e cambia e cresce. Il corpo di Elisabetta, che deve rimettersi a fare la madre invece della nonna. Sperava in una santità di preghiere e incenso e invece “un corpo mi hai preparato” e sono i patemi della vita che cambia. Maria, pur con tutta la retorica di duemila anni rimane madre, abbiamo fatto l’impossibile per disincarnarla, svolazzante apparizione, ma lei rimane un corpo. Un ventre fecondo da ascoltare. Il corpo di una madre che perde un figlio che poi prova a ritrovare. Il corpo di una madre che sul suo ventre, sotto la croce, appoggerà un cadavere troppo giovane. Una donna chiamata a cercare il divino in Giovanni, un altro corpo. Perché un “corpo invece mi hai preparato” e non è mai come ce lo aspettiamo. Occorre imparare ad ascoltarlo, il Corpo, di Cristo.

IV Avvento 2019 C

Non voglio più fare niente III domenica di Avvento C

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letture della III di Avvento C

Non voglio più fare niente

(Sofonia 3; Filippesi 4; Luca 3)

III Avvento anno C

Nuovo come l’amore

Basta, non voglio più fare niente. Ma lo voglio fare con passione, impegno e dedizione totale.

Basta, non voglio fare niente perché non c’è bisogno di fare niente, perché tu Signore non mi chiedi niente, “gioire per me” è l’unica tua gioia, come dice il profeta Sofonia. Non sei un Dio che chiede sei un padre contento di me per quello che sono, per come vivo e respiro e mi muovo nel mondo. Non ti aspetti che io faccia nulla, tu gioisci per me e con me. Tu mi ami e questo basta, non devo fare altro, voglio solo sapermi fermare, desidero solo il coraggio di respirare a pieni polmoni questa vita che mi parla di Te, questa aria fredda che mi scende nel profondo degli occhi, questo profumo che mi scalda il cuore, questa storia che canta il mio essere al mondo, questo vento leggero che mi porta il suono della tua calda risata “esulterà per te con grida di gioia”, cosa voglio di più? Non è quello che basta per vivere? Sapere che qualcuno grida di gioia per il fatto che sei al mondo. Voglio fare niente, fermarmi e commuovermi di questo amore che costa nulla, chiede nulla, pretende niente e cambia la vita. Sì, la rinnova, la rende nuova “ti rinnoverà con il suo amore”.

Voglio fare niente Signore, iniziare a fare niente, solo amare quello che incontrerò senza nemmeno cercarlo. Non voglio prevedere, impostare, pianificare, solo amare quel che viene, amare ogni cosa e stupirmi perché ogni cosa amata diventa nuova. Il mondo cambia se lo ami. E se non cambia, poco importa, cambia chi ama. Non voglio più fare nessuna cosa che non faccia rima con Amore.

L’amore è vicino

            Non voglio più fare niente Signore, ma proprio niente, solo fermarmi. Ma voglio farlo con passione, con dedizione, con ferocia costanza. Fermarmi dentro il cuore delle cose, dove batte il segreto della vita, voglio sapermi fermare senza pretendere niente, lasciando andare tutto per godere dell’unica cosa che conta: saperti vicino. “Il Signore è vicino!” ha detto Paolo ai Filippesi. È vicino adesso, mentre scrivo queste righe, mentre preparo da mangiare, mentre aspetto che succeda qualcosa.

            Voglio fare niente, solo sedermi vicino al cuore delle cose, di ogni cosa, anche di quella che la mia supponenza ha sempre considerato banale. Voglio solo sedermi vicino alle cose per sentirti accanto a me. Voglio fare niente, solo lasciarti parlare, solo lasciare che la tua manifestazione stupisca il mio gretto efficientismo, la mia smania di dimostrare, il mio infantile e maschile bisogno di affermarmi. Voglio fare niente, solo sedermi vicino al reale, nel silenzio delle cose, dietro le apparenze che sono trappole, voglio evitarle, occorre attenzione e pazienza, occorre leggerezza e tanto tempo, occorre fare niente, solo attenzione, e poi sedersi lì, dove il Niente palesa la tua Presenza. E quando non ti sentirò, quando mi sembrerà di essere al cospetto del nulla, aiutami a non pensare, persino il fare del pensiero voglio deporre se questo mi rende impossibile ascoltarti. Più ancora che ascoltarti, sentirti, vicino. “Il Signore è vicino”, voglio fare niente, stare a letto, come due vecchi che hanno già spremuto il succo della vita ma allungando un braccio sentono, sotto le stesse lenzuola, che l’altro c’è. E il sorriso calma l’ansia e sentono che la vita ha un gusto buono. Che non occorre più fare niente, solo godere del profumo di due vecchi che di nascosto si cercano ancora.

            Non voglio più fare niente, voglio solo imparare a “non angustiarmi più per nulla”, come dice Paolo ai Filippesi. Desidero imparare finalmente l’arte del respiro, e in quel respiro lasciare andare tutto ciò che mi pesa sul cuore. Non posso più essere in balia degli eventi, non posso più dirmi innamorato di te se poi non so lasciare questa ansia che mi stritola il cuore. Non voglio fare niente che non sia un atto di abbandono fiducioso. Sono anni che si moltiplicano parole dalle mie labbra, adesso basta, voglio cominciare a credere a tutto ciò che hai detto attraverso di me. Mi lascio andare al flusso della vita, io e te insieme, sullo stesso legno a contare le onde che spingono contro lo scafo, arriverà quello che deve arrivare, vivremo ciò che ci sarà da vivere, non malediremo le tempeste, godremo del mare calmo, ringrazieremo per tutto. Non ci preoccuperemo più di nulla, solo ci occuperemo, giorno per giorno, di quello che sarà. E ringrazieremo. E se qualcuno non capirà, se qualcuno commenterà, poco importa. Di una sola cosa non faremo mai a meno: la custodia del cuore.

“La pace di Dio custodirà i vostri cuori”, nient’altro che questo. Verrà la vita, onda su onda, a volte la cavalcheremo, a volte soccomberemo, ci saranno tempeste e pure lunghi giorni di navigazione serena, sarà quello che sarà, ma in tutto questo tempo una cosa sola vorrei imparare perché solo questa è necessaria, solo custodire il cuore di chi incontrerò. Non saranno grandi percorsi, non saranno rivoluzioni pastorali, non saranno grandi gruppi, non saranno le folle, ma fosse anche uno, uno solo, non fare niente, solo sgranare gesti di pace, apparecchiare tavole imbandite di calma e lentezza e prendersi cura di un cuore alla volta, avere cura che non si spezzi, che non si fermi, che non si faccia troppo male per colpa degli spigoli che la vita può riservare. Che non si rompa a causa mia.

Che cosa dobbiamo fare?

E basta, non fare più quella domanda carica di ansia e sensi di colpa e visioni ubriache del divino, non fare più quella domanda che assedia il Battista nel Vangelo: “cosa vuoi che io Signore faccia per te?” Niente. Semplicemente e totalmente niente. Questa è la risposta. Appassionatamente niente.

Abbandona la tunica di troppo, smetti di agitarti per coperture, ruoli, definizioni, protezioni e appartenenze. Togliti la tunica, l’abito, le abitudini.

Abbandona l’idiota pretesa di esigere dalla vita più di quanto è fissato perché è già più che sufficiente quello che c’è, perché senza che tu esiga niente hai già tutto. Cosa vuoi esigere più di un’alba o di un tramonto? E più di tutto quello che sta in mezzo ad ogni alba e ad ogni tramonto.

Abbandona la violenza, non maltrattare la vita, non estorcete niente mai, per nessun motivo, niente a nessuno. Impara a non forzarla la vita, lasciala venire, a lasciarla scorrere e sorridi grato e stupito. Non serve niente, nient’altro che questo. La vita che viene.

III Avvento 2019 C

Io sono l’Atteso, tu lo sguardo innamorato II domenica di Avvento C

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Io sono l’Atteso, tu lo sguardo innamorato

(Baruc 5; Filippesi 1; Luca 3) liturgia parola II avvento C

II Avvento anno C

 

E poi eri lì, nel fruscio leggero di un vestito che lasciava scoperte le carni del mio dolore.

 Bello come un fruscio

            Le vesti di morte scivolano ai piedi di un corpo piagato dal dolore, il lutto ha pianto via la vita da ogni parte di me. Avevo paura di guardarmi, che non fosse rimasto nulla di me era il mio timore. Con un fruscio dolce come il depositarsi di una foglia i miei dolori autunnali adesso stavano, ai miei piedi, immobili, quasi adoranti. Adesso li potevo guardare con parsimoniosa gratitudine. Il lino che custodiva l’urlo ora mi concedeva il respirare, e la grazia della vita sussurrata. Non credevo Tu fossi quel fruscio, Signore della vita. Ti ho atteso con ferocia, ti ho cercato con violenza, ho urlato il tuo nome al cielo e tu eri in un fruscio. Tu mi hai atteso tra le pieghe della mia nudità. Adesso che “la veste del lutto e dell’afflizione” è scivolata ai miei piedi, adesso, nell’atto stesso della spogliazione, ci siamo trovati.  Signore, mio fruscio di deposizione, spogliami di tutto ciò che non è vita.

 Bello come un vestito

            Il mio corpo aveva freddo, adesso. Il dolore, la rabbia, il lutto, la ribellione, tutto è stato protezione. Il tuo fruscio a svelarmi, a deporre le vesti del mio rancore mi ha reso esposto. Come un bambino appena nato. Ho freddo. Non comprendo più chi sono. Capisco che per troppo tempo la rabbia è stata la mia identità. Poi però sento il colore di un vestito nuovo, sento depositare su di me un tessuto caldo, intrecciato per me, è una scusa, la tua, per accarezzarmi. Mi emoziono, mi commuovo. Non credevo di trovarti in questa mia nuova identità ritrovata “rivestito di splendore”. È il tuo sguardo che illumina il mio fragile corpo. E mentre mi “avvolgi con il manto della giustizia” io ti sento, sei tu quel manto, sei tu nell’atto di avvolgermi come si protegge una farfalla impaurita. E comprendo lo sguardo e comprendo questo abbraccio alla parte profonda di me. Mi stavi aspettando, non potevo capire, deporre il dolore non bastava, per rinascere occorre uno sguardo che sia innamorato di me. Fecondo. Il bozzolo di una rinascita. Avvento sono i tuoi occhi innamorati di me.

 Bello come chi cammina sui cocci

Alzo lo sguardo, non ne avevo il più coraggio, non mi ricordavo più del cielo, la terra, una fossa, mi impigliava a sé. “Sorgi o Gerusalemme, sta in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere”. Ho pianto tutto il mio dolore, il viso schiacciato nella polvere mentre tu, dall’alto, come madre preoccupata, guardavi verso oriente, verso il sorgere dalle mie macerie. E quel tuo sguardo che dall’alto ha versato su di me compassione, anche quando non potevo accorgermene, è stato ciò che ha reso possibile il ritorno. Il ritorno di me a me, come quando si rimettono insieme i cocci di una vita. E ho capito che i figli chiamati a unificazione erano tutte le parti di me che avevo smarrito per incuria o dimenticanza o incomprensione. Dall’alto di quell’altura, con commovente pazienza, tu hai aspettato che facessi pace con tutto ciò che avevo disperso di me. In quello sguardo d’amante si ricomponeva la mia corporeità, che tu raccontavi buona, in quello sguardo si ricomponevano i miei errori e le mie infedeltà, che tu non tramutavi in condanna, in quello sguardo orientato alla vita, si rimettevano insieme tutte le parti di me che ho sempre ripudiato, odiato, negato. Tu le hai sempre e solo amate per il semplice fatto che parlavano di me. Avvento è che mentre facevo pace con me stesso io incontravo te.

E ho capito, ho capito bene, che peccato non è aver fatto a pezzi la mia vita, avere infranto le pareti di qualche regola come lasciare cadere o lanciare un vaso prezioso. Peccato non sono i cocci. Peccato vero è lo sguardo di chi mi ha fatto sentire in colpa. Avvento sei Tu che cammini sui cocci per arrivarmi vicino e guardarmi negli occhi con amabile compassione.

 Bello come l’incompleto

“Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona la porterà a compimento”. Ma io lo Signore che il compimento sarà solo alla fine, sarà la morte e la rinascita in Te. Intanto la bellezza è questo incompiuto che mi abita. Non ci sarebbe avvento senza incompiutezza. L’incompiuto è il vuoto che narra il domani, incompiuto è l’invisibile possibilità di futuro, incompiuto è la fame di vita che non mi lascia. Mi hanno insegnato a cercarti nella perfezione, nella chiusura di un concetto, nella completezza di un lavoro. Invece mi racconti che ciò che è compiuto è anche morto. E nel mio incompiuto ti ho trovato, nelle parti di me che sono cantiere di umanità, e sai Signore cosa mi consola? Che questa incompiutezza mi rende leggero. Sorrido di me. Della mia incompiutezza che narra di Te. Di questo mio abbozzo di vita che richiama le tue mani vasaie.

 Bello come un margine

 Il potere è pericoloso, “tetrarca” è parola che ricorda il chiudersi di una trappola. Il Battista è libero, invece. Perché è ai margini, perché non ha muri di palazzo a contenere il vento della libertà. Il deserto libera. Il cammino libera. Bello come un esodo, bello come la traiettoria di una migrazione. Credevo di trovarti al centro della vita, in un Arca, in una chiesa, tu mi aspettavi ai margini. Tu mi aspettavi dove nessuno si aspetta qualcosa da me. Marginale è colui che cammina fuori dalle logiche del potere, è colui che propone un battesimo di conversione. Adesso ho capito. Che quel battesimo era un ventre caldo di ricomposizione. Quello che chiamiamo peccato non è altro che una forma di non umanità, quello che chiamiamo peccato è tutto ciò che in noi ancora non è nato. Non si condanna ciò che non è nato, magari si aiuta a nascere. Serve un ventre di gravidanza, un battesimo, occorre immergersi e riemergere con respiro nuovo. Credevo di trovarti nella perfezione, ti trovo invece nelle parti non ancora nate di me. Dove non amo da uomo, dove non decido da uomo, dove non sono libero da uomo. Mi aspetti, mi prendi per mano, ti immergi con me. Avvento è che tu mi attendi per rinascere, giorno dopo giorno.

Pane e marmellata Immacolata Concezione

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Pane e marmellata

(Luca 1) Liturgia della Parola Immacolata

Immacolata anno C

Chinarsi piano, con dolcezza, con sacrale lentezza, come avere tra le mani una farfalla che si desidera riconsegnare al volo.

Sedersi piano, nel silenzio intatto, svelare un grande panno e stupire dentro il vapore appena visibile del caldo respiro del pane. Lui ci aspettava su una tavola fatta di legno grezzo, a noi infrangerne la crosta per liberarne il profumo caldo della vita.

Sfiorare piano con le labbra una fronte, un angolo di bocca, la punta di capelli profumati. Lasciare che le labbra avvicinino e sappiano sfiorare senza fare male, senza possedere. Baciare, un piccolo respiro, una porzione di vento, un alito di vita.

Liberare un volo, un profumo o un bacio, questo occorre fare con le parole, e soprattutto con le parole di Chiesa, queste vecchie zie malandate appesantite da una frequentazione superficiale,la nostra, e scontata. Vecchie presenze ingombranti che non ascoltiamo più. Bisogna sfiorarle le parole di Chiesa, soprattutto quelle incagliate in definizioni di festa, soprattutto quelle che osano parlare di Maria, che è sempre pericoloso parlare di madri, sempre qualcuno di offende, Bisogna lasciare che profumino vita nuova le parole di Chiesa, ma ci vuole coraggio, accettare di non essere capiti, sopportare la paura di chi non vuole cambiare niente per non dover cambiare se stesso. Come davanti un pane buono, la crosta delle parole bisogna spezzarla. Bisogna baciarle le parole di Chiesa, chiedere a chi le trascina in vecchie consuetudini di mollare la presa, ma anche a chi pretende che siano a servizio solo dei propri ideali, per moderni che siano. Bisogna baciarle le parole di Chiesa, lasciandole libere, lasciandole poi volare, trattenendone solo il profumo. Come una dolce nostalgia.

Liberare il volo

“Immacolata” è una parola da liberare. Parola di Chiesa che parla di festa e riferita alla Madre: pericolosissimo. Bisogna liberarla quella parola, come a liberare una farfalla, per non farla morire. Parola pericolosa, gente che non sapeva baciare deve averla tramutata perfino in dogma. Che è come mettere la vita sotto una teca, non cambia più. Ma nemmeno cresce, non invecchia, non è. Immacolata è parola che bisogna riconsegnare al volo, almeno per fedeltà al Vangelo. Un angelo infatti, mandato da Dio, a una vergine, promessa sposa, disegna nell’aria il primo abbozzo di donna immacolata. In verità nel Vangelo la parola immacolata io non la trovo. Provo comunque a darle il volo, sull’esempio dell’angelo, scopro che “immacolata” vuol dire “senza macchia”. E a me dispiace. Per Maria, dico. Sento improvviso un freddo a scorrere nelle vene, troppo bianco, tanto niente. Come può essere viva una vita senza macchia? Come possiamo immaginare la vita di Maria senza una macchia? Costretta a noiosissima perfezione? Ma perfezione rispetto a cosa? Alle regole religiose del tempo? Ma se poi il figlio dell’Immacolata dirà di essere venuto per i malati? Ma se il frutto dell’Immacolata se la prenderà esattamente con chi si impegna ogni giorno per non incorrere in peccato? Come credere in un Dio che per far nascere suo figlio nel fango dell’umano prepara, non si sa bene come, uno spazio senza ombra di male? E poi cosa è peccato originale? Ci si perde. A me le poi le macchie piacciono. I bambini si macchiano mangiano la marmellata. A una divinità senza sbavature preferisco un Dio che mangia la marmellata.

Mi piace pensare che immacolato sia un cuore senza macchia nel senso che Maria le macchie non le considerava un problema, come poi ha insegnato bene a suo figlio… le macchie sono fissazioni degli uomini che non sanno baciare. Di madri che preferiscono un vestito candido agli occhi felici del figlio. Un cuore senza macchia è un cuore che le macchie non le considera un problema perché è talmente meravigliato del bello che ognuno si porta addosso che le macchie sono solo spazi colorati a costruire l’inevitabile e fantasiosa mappa della vita. Immacolato è un cuore meravigliato della vita, stupito dalle bellezze del Creato, ammutolito dalla grazia delle cose.

Non è un cuore ingenuo, non è cuore che non conosce la possibilità del male ma è sguardo talmente amante dell’uomo che proprio non ce la fa a lasciarsi risucchiare da quelle macchie nere, da quelle voragini, da quel buio che per tanti diventa solo ostacolo.

No, Maria non è stata perfetta, non è vero che non ha sbagliato nulla, e non penso proprio non abbia mai avuto dubbi su Dio. No, una Maria così purificata è talmente poco umana da non risultare credibile. Maria volava, come una farfalla. E anche quando intorno a lei il pugno della violenza si è chiuso, quando il buio ha stretto la gola a suo Figlio sul Calvario, lei ha volato. Immacolato è il volo di una Addolorata a tenere tra le braccia suo figlio morto ingiustamente. A stupirsi di quanto fosse belle pure in mezzo a tanto dolore. Quante donne immacolate popolano l’universo! Quanti madri immacolate magari infrangono morali regole di decenza, magari si macchiano pure di errori, ma quando devono volare ipotesi d’amore definitive non si tirano indietro. Il loro dogma è l’Amore. Quella rischioso e totalizzante. L’unico credibile.

Liberare il profumo

“Concezione” è l’altra parola da liberare, occorre lasciarne uscire il profumo buono custodito sotto la crosta di pane. Sediamoci con lentissima sacralità e sentiamo il caldo battito della mollica contro la parete, e poi chiudiamo gli occhi e lasciamoci andare a quel fragrante sbriciolarsi tra le nostre mani di una parola fresca. Quotidiana. Come il pane del Padre Nostro. “Concezione” viene da “concepire” che significa “prendere con”. Maria è donna che “prende con”, non la perfetta fredda distaccata dalle passioni. Maria profuma perché prende con sé la vita così come le si presenta, è bella perché non pone condizioni, perché lei la vita la bacia, la ama, la stringe, la abbraccia, la sfinisce, la interpreta. Non figlia di un pensiero astratto senza ombre ma donna fatta di terra e di cielo, impastata di emozioni, affamata. Ecco chi sceglie il Signore per venire nel mondo, una donna meravigliata dalla vita, che non si ferma a contare le macchie perché troppo impegnata a immergersi nella vita in tutte le sue sfumature. Il cuore di Maria? Immacolato perché sporco di marmellata.