Io sono l’atteso I domenica di Avvento C

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Io sono l’Atteso

(Geremia 33; 1Tessalonicesi 3; Luca 21)

I Avvento anno C

Credevo di dover aspettare la tua nascita. Me l’hanno sempre spiegato così l’Avvento. Attendere la nascita di Gesù. Preparare il cuore. Come se non bastasse l’attesa ordinaria, quel Vuoto che mi spinge a cercare continuamente brandelli di vita promettente, quel Vuoto che fa male, quel Vuoto che rende tutta la vita un’attesa, quel Vuoto che non mi lascia mai tranquillo. No, non bastava, bisognava attendere di più e meglio, bisognava prepararsi e, da prete, aiutare altri allestendo improbabili impalcature di gesti inneggianti all’attesa. Ogni anno accendevo luci, cercavo parole, immagini, cammini e poi moltiplicavo, stupidamente moltiplicavo le proposte, che fesseria, uno che aspetta deve fare nulla, deve svuotarsi, deve annoiarsi, deve sentire la lentezza del tempo che scorre troppo lento: e invece tutto un riempimento, una corsa forsennata verso il Natale. Natale che sì, quello lo attendevo, per poter finalmente ricominciare a respirare. Scusami. Non avevo capito niente, non avevo capito che Avvento è Attesa ma che ad attendere non siamo noi, ad attendere sei tu. La tua nascita, quella, è già avvenuta, è la nostra che è ancora in corso. E tu ci attendi, accompagni le nostre rinascite quotidiane. Io sono l’Atteso, tu mi stai attendendo, stai attendendo che io, finalmente, mi decida a nascere. Avverrà solo alla fine, lo sai, il respiro della morte sarà il vero primo definitivo vagito, ma intanto mi aspetti. Avvento è il mio grazie commosso per la tua infinita pazienza.

Mi attendi nel nome di una promessa

Avvento sei tu che non ti stanchi di aspettare le mie infinite immaturità, sei tu che non mi lasci morire nelle aridità dei miei sfiniti sogni, nei ripensamenti, nei disegni contorti che impongo al destino. Avvento sei tu che ti chini dolcemente sulla mia vita e sussurri quei sogni che avevo dimenticato. Non è questione di cammini, di percorsi, di moltiplicazione, di corse, avvento è quando trovo il coraggio di fermarmi sfinito e deluso e preoccupato e affannato, è quando mi viene da piangere nel cuore di una vita che non riconosco più e in quel Vuoto sento la tua voce che ripete “verranno giorni nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto…” e a me vien da piangere Signore, sei tu che mi attendi! Hai più pazienza di me, prendi con serietà i miei sogni e i miei desideri, non ti stanchi anche se non li vedi, non ti arrabbi anche se io stesso sono il primo a contraddirli.

Frutto e germoglio

Avvento sei tu che mi prendi per un braccio e mi preghi di fermarmi. Io ho vergogna di guardare quello che sono, non mi capisco neppure più. Sono uno strano albero Signore, pieno di germogli e di frutti che non mi aspettavo. Convivono, mi sento immaturo, mi stupisco. Tu sorridi. Ecco, non l’avevo capito, ma Avvento non sono io che mi preparo ma tu che mi sorridi e che mi accarezzi piano e mi dici che ho ragione, siamo davvero strani alberi noi umani, non cresciamo per stagioni distinte, in noi le primavere e l’autunno, l’estate e l’inverno convivono, noi siamo germogli e frutto insieme. E siamo belli così. Il frutto rende prezioso ogni attimo della nostra vita, siamo buoni da mangiare, siamo sapore e colore, siamo la polpa dolce dell’amore. Ma siamo anche germogli, siamo la lacrima del ramo che implora il futuro. E a me vien da piangere mentre tu, commosso, assapori orgoglioso ogni nostro frutto dolce d’amore.

Crescere, sovrabbondare. Cuori saldi e irreprensibili.

Avvento è che tu, Signore, non smetti di aspettarmi. Attendi che io cresca, mi attendi dove la vita è sovrabbondante, lo dice bene San Paolo nella seconda lettura: “crescere e sovrabbondare”, cioè non contenersi, uscire dai margini. E io che per preparami al Natale ho sempre provato a darmi nuove regole, nuovi confini, antichi limiti, a rientrare nei margini. Avvento sei tu che attendi la mia rinascita un passo appena fuori dal confine delle regole, quelle le lasciamo ai ragionieri degli affetti, tu mi aspetti dove la vita cresce e sovrabbonda, dove smargina, dove disobbedisce al controllo. L’amore è smarginato, non colora nei bordi, non è ordinato. E io che ho sempre moltiplicato sensi di colpa sulle mie anarchiche pulsioni. Invece tu mi attendi lì, dove la vita è difficile da contenere, dove sovrabbonda. Dove il vaso di nardo si spezza, dove i baci si sprecano, dove le lacrime non si ingoiano, dove l’amore danza nudo e libero. Crescere e sovrabbondare.

Avvento sei tu che attendi il mio cuore saldo e irreprensibile, cioè che il mio cuore sia deciso nella sua vocazione profonda e impeccabile nel suo mandato: che continui ad amare. Avvento è incrociare nel tuo sguardo il desiderio che il mio cuore non smetta mai di battere, di emozionarsi, di accelerare, di fermarsi quando ha paura di non essere amato più. Avvento sei tu che aspetti che il mio cuore torni ad essere un cuore felice di tenere il ritmo della vita.

Oltre la fine

Avvento sei tu che mi aspetti fin oltre la fine. Perché tutto finirà, lo dice bene il Vangelo, e rimarrà solo un buio riempito di angoscia e paura, e sarà sconvolgimento di ciò che sembrava eterno, terra e cielo e mare smetteranno di essere terra cielo e mare. Ma quando tutto sarà finito noi saremo ancora. Ancora lì. Fermi nel buio, stupiti di non essere stati ingoiati dal niente. Stupiti da un futuro così simile a quello che avevamo sognato fin da quando eravamo ragazzini. Tutto, davvero tutto sarà sconvolto eppure noi saremo lì, come alberi, immobili, ma con addosso i nostri germogli e i nostri frutti. Tutto non sarà più ma noi saremo lì, non giudicati dagli inevitabili errori ma gioiosi per tutto quell’eccesso di amore che abbiamo rovesciato allegramente nella nostra vita facendo perdere la testa a chi credeva in un Dio contabile. Noi lì, oltre il mondo, a ridere grati per tutto quell’Amore gettato oltre i confini dello scontato. Tutto, ma davvero tutto, non sarà più ma noi saremo, in piedi, a capo alzato, finalmente liberi. Liberi da tutto ciò che non era vita, liberi da una falsa idea di umanità e di divinità, liberi dall’ansia di non essere perfetti e dal terrore di non essere amati, liberi di nascere, finalmente. Ancora una volta, ma per sempre.

I Avvento 2019 C

2 commenti

  1. È stata una folgorazione leggere le tue parole Don è stato come riscoprire il Natale da una prospettiva del tutto inedita dove Gesù ancora una volta ci accoglie nella nostra imperfezione aspetta il nostro risveglio grazie Don del tuo coraggio

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