Lieve, la vita che non muore XXXIII del tempo ordinario B

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Lieve, la vita che non muore

(Marco 13,24-32)

domenica 18 novembre 2018, XXXIII del tempo ordinario B

La tribolazione finisce e sembra che nessuno se ne accorga. Tutti a rimpiangere la luce del sole che non c’è più, l’assenza del riflesso della luna, le stelle staccate dal fondale e nessuno, nessuno, a dire che, semplicemente, quei segni non servivano più. Perché “la tribolazione è passata” e quelli erano solamente segni per non morire nel buio del cammino, per attraversarla la notte, per portare a termine rotte incerte sul mare della vita. Erano segni del Padre, Lui unico sole, luna e stelle. Adesso non servono più perché il Figlio del Dio vivente viene sulle nubi.

Invece passato il dolore, passata l’angoscia, passato il tormento delle cose del mondo rimane un’umanità di orfani impauriti che vivono nella nostalgia dei segni di un tempo, probabilmente perché non sono mai riusciti a comprendere davvero che luce e calore rimandavano ad Altro. Arrivano addirittura a rimpiangere le tribolazioni di un tempo, che forse non erano poi così male, si dicono, e poi ci rendevano vivi, confidano.

La tribolazione finisce eppure tutti sono rapiti dai segni apocalittici di un Universo deposto. E nessuno, nessuno, a dire che il compito dell’uomo era esattamente quello di deporli quei segni. Perché il senso della vita era attraversare tempo e spazio, tribolazioni comprese. È come se ci fosse il popolo dell’Esodo che, in piena Terra Promessa, si lascia andare al pianto perché è terminata la manna e non c’è più deserto. È come se ci fosse un popolo così attaccato ai segni da rimpiangere una Chiesa pervasiva e potente e visibile. Ma come non vedere che è proprio quando il segno di quella Chiesa crollerà definitivamente che riusciremo a fare spazio al volo libero e liberante del Figlio dell’Uomo? I segni confondono, illudono, sono un sipario tirato sul vero volto delle cose. È che noi ci affezioniamo così tanto ai segni che dimentichiamo “chi”, di chi dovrebbero parlare.

Sei tu Signore il sole, tu il calore della mia storia, tu a illuminare i cammini futuri, tu a rischiarare il passato. Tu la luna, fedele anima della notte, ad accompagnare i nostri pellegrinaggi nel buio e i nostri frequenti smarrimenti. Di Te Signore parlano le stelle, tuo sorriso, costellazioni di luci che donano profondità al Cielo e guidano il nostro navigare. Tu Signore l’Invisibile che muove il cielo, tu soffio, potenza celeste a dare respiro al nostro incedere terrestre.

Far crollare i segni per poter vedere il figlio dell’Uomo venire su una nube, e mentre crollano i segni vedere svanire le tribolazioni. E capire che l’angoscia era legata alla furia patetica e infantile con cui abbiamo sprecato la vita a tenere in piedi fondali usurati, paraventi patetici, paramenti che del sole, della luna e delle stelle erano solo invecchiate riproduzioni.

Quanta libertà invece in questa pagina, dopo che ciò che sembrava intoccabile lascia finalmente spazio all’Inedito. Quanta pace in quel silenzio in cui finalmente possiamo ascoltare il nostro respiro e non siamo più schiavi dell’eterno ritorno del ciclo del tempo e delle stagioni (sole/luna). Cala il sipario delle nostre illusioni, così scopriamo che quello che ritenevamo imprescindibile era solo lo schermo che impediva al Signore di venirci incontro.

Se riuscissimo a vivere la vita con questa logica! Che liberazione. Non più angosciati dal morire delle tradizioni, non più appesantiti dall’affievolirsi della “fedeltà sacramentale” o dei giovani che camminano altrove, non turbati delle case religiose da chiudere, dei preti che mancano… ma capaci di lasciar finalmente libero il cielo per l’incedere fantasioso dell’Amore. E lo vedremo finalmente, non un segno pallido della Verità ma lui, l’Amore fatto carne in un volo di speranza a planare dentro le nostre storie. Finalmente pacificate, libere e affidate, senza l’ansia del fallimento, senza la tribolazione della sconfitta, senza la dispotica pressione dei numeri o del potere.

E finalmente lo vedremo, non un segno, ma Lui. Vedremo la potenza, e sorrideremo, perché salvata dall’ambiguità dei segni con cui l’abbiamo sempre appesantita, scopriremo che è davvero diversa da come l’avevamo cercata. Spenti sole, luna e stelle rimane la notte, la potenza che scende dal cielo e si rende visibile nella notte. E noi, improvvisamente vedremo, che era già lì, che era già scritta, che quella potenza ha già incontrato il mondo nella notte del Natale e nella Notte di Pasqua e diremo, sentendo il fondale dei segni accasciarsi al suolo, che non avevamo capito niente. Che quando ci siamo affannati per mostrare la potenza della Chiesa, la potenza della teologia, la potenza della pastorale, la potenza della religione ci siamo schiantati sui segni, abbiamo assolutizzato e sfigurato i segni! Nella notte di Natale la potenza è la carne fragile di un bambino. Potente come un seme, come un vagito, come un futuro che chiede di nascere. Nella notte la potenza è la carne di un bambino promettente e fragile. Quello l’unico segno. Mio sole, un infante, mia luna una madre e un padre illuminati dalla Vita, e le stelle i pastori, comete di carne ossa e sogni. Tutto un Segno. Divino Segno. E nella notte del mondo noi siamo segni quando incarniamo la potenza della fragilità della vita che nasce.

Oppure quell’altra notte, dove la potenza è un cadavere d’uomo che muore in profumo d’amore. Dove la potenza è un amico che stacca un corpo morto dalla croce. Dove la potenza è il silenzio del seme nel sepolcro e poi quell’Assenza misteriosa e per niente violenta. La chiamiamo Resurrezione, è la vita che non si arrende, è l’amore più forte della morte. Questa è l’unica potenza. Perché avere paura? Cadranno i segni, cadranno le impalcature, cadranno le immagini delle nostre tradizioni, ma dietro, a sorridere, ci sono un neonato e un seme d’uomo, c’è la vita, l’amore. E che liberazione vedere cadere tutti i segni che non parlano d’amore.

E verrà nella gloria. Ma il suo canto sarà il pianto di un bambino e il silenzio del deposto. A dire che gloria di Dio, unico segno credibile, è l’uomo che si lascia custodire, è l’uomo che permette alla carne di manifestare il bisogno d’amore. Altra gloria non c’è. E che si schianti finalmente tutto ciò che non ci parla dell’umano con tenerezza e comprensione.

Cadranno le impalcature di ciò che crediamo imprescindibile, ma prima occorre dare nome. Cosa riteniamo indispensabile per la nostra vita? Cosa crediamo impossibile da superare? Un ruolo, una promessa, un’abitudine, un giuramento? Identifichiamolo. E poi preghiamo che cada. Ci troveremo soli e al buio. Per un istante crederemo di dover morire, di essere già morti. Ma in quel momento, nel silenzio, potremo sentire il pianto di un bambino o il vuoto nel ventre della morte. Natale e Pasqua non saranno solo segni esteriori ma li avvertiremo come ciò che rimane quando tutto crolla. Ecco cosa vorrei fare da qui alla fine della mia vita far crollare e veder crollare ciò che crediamo eterno e sorridere, lieve, della vita che non muore.

XXXIII Tempo Ordinario B 2018

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