Alla fine, bastiamo XXXII del tempo ordinario B

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Alla fine, bastiamo

(1Re 17; Marco 12,38-44)

domenica 12 novembre 2018, XXXII del tempo ordinario B

 

Nella sua testa piangono pensieri amari. Pochi. Ripetitivi. La vita sta soffiando vuoto dentro le esistenze, la chiamano carestia, ma poi è solo un modo tra i tanti per dire: morte.

Lei non è così preoccupata, lei è vedova, ha già conosciuto l’amore e la morte, praticamente tutto quello serve per poter dire di aver vissuto. Ma lui no. Il figlio è troppo giovane e poi le madri non dovrebbero mai veder moire i figli. Invece “mangeremo e poi moriremo”. Tutto qui. Lo pensa e poi lo dice. Ad ascoltarla adesso c’è Elia, uomo apparso al capezzale della storia. Cerca acqua e pane, lui, come tutti. “Mangeremo e moriremo”, ripete lei, mentre prova a raccogliere un po’ di legna.

È un mondo che ormai è quasi niente quello descritto dalla prima lettura, è un mondo fatto di pochi segni, di una umanità che si aggrappa a brandelli ultimi di sopravvivenza. Siamo in territorio straniero, in piena carestia. Ci sono un profeta affamato, una vedova in punto di morte e un figlio senza futuro. Tutto qui. E quello che pensi è che in un mondo così Dio non c’è. Più ancora, in questo condizioni non sai nemmeno dove andare a cercarlo. Non è che non lo vedi è che proprio non riesci a immaginare dove possa nascondersi, il cielo è muto, la terra è arida, l’uomo muore… È solo un mondo di sconfitti, pensi,  ma di quelli che non hanno poesia, è il mondo dei falliti, degli abbandonati, dei relitti umani che, silenziosi, sono destinati a lasciarsi fagocitare dal silenzio. Dove lo cerchi il divino in un mondo così?

E intanto comunque lo cerchi, leggi e ti scopri più cocciuto dell’amore della vedova, perché lo capisci bene, se riesci a trovare Dio tra le pieghe di queste righe, in questa vita esausta, poi è facile che lo trovi anche nella tua di vita, anche in piena carestia. No, non è nelle parole di un profeta affamato e stanco, non nella farina ormai terminata, non nell’olio, non nei figli in punto di morte, dove è? Dove si nasconde?

La donna non crede nel Dio di Israele però ascolta quest’uomo, Elia, che gli chiede qualcosa da mangiare, poi guarda suo figlio, e allora non dice di no, a Elia, dico. Non dice di no. Perché un uomo che cerca da mangiare è sempre un figlio che cerca una madre, e allora lei si trova a pensare che anche Elia ha o ha avuto una madre da qualche parte. Alla vedova non importa niente se Elia è profeta e di chi e perché, quando la vita è in piena carestia restano solo le cose essenziali, quello che vede la donna, unica donna di quel gruppo di disperati è: un figlio. Elia è un figlio come suo figlio. E lei allora non può che essere madre. E quello che succede è che, prendendo un po’ di legna, scendendo nel ventre della giara, implorando l’orcio di concedere olio, quello che fa è: rimanere madre, fino in fondo, fino alla fine. E noi scopriamo che Dio era nascosto lì. Una fede di farina e di olio, una liturgia dell’impasto, il caldo crepitare della legna, il profumo di focaccia, l’abilità di accarezzare gli ingredienti e di trasformare elementi della natura in vita. Dio è lì. In quei gesti materni. Lì si era nascosto. E quasi dispiace che poi la carestia finisca, che l’acqua ritorni, perché finisce l’incanto, quello di un Dio che si manifesta come vita nei gesti pratici e stupiti di una madre che spinge ogni giorno un passo più in là la morte di due figli. Preghiera di farina, olio e fuoco. A salire in cielo non parole ma profumo di pane cotto sulle pietre.

Miracolosi sono i gesti materni, sono loro che ci tengono in vita. Miracolosa è quella donna che rimane madre fino e oltre la fine. Miracoloso non è l’olio che non si esaurisce e nemmeno la farina che non finisce, miracoloso è che quella donna non smetta di generare gesti di cura in clima di carestia. Miracoloso è scoprire che il divino si manifesta nella mia vita quando le rimango fedele, quando rimango fedele alla mia identità profonda. Alla mia maternità, alla mio essere generativo.

Io mi commuovo sempre davanti a questa pagina perché mi viene da pensare che la resurrezione, quella vita senza carestia d’amore, profumi di pane, di olio e sia calda di legna appena raccolta. Una eternità domestica e feriale. Profuma di casa.

E poi è tempo di un’altra vedova, quella del Vangelo. Un altro deserto, ben più ambiguo del primo, altra carestia d’amore ben più pericolosa della prima: siamo nei pressi del tesoro del tempio. E Gesù osserva un’umanità che, come sempre, è intenta a occupare i primi posti, a divorare gli ultimi e ad abitare lo spazio del religioso cercando di mettersi in mostra, di “farsi vedere”. “Guardatevi” dice Gesù, da chi vuol “farsi vedere”. È sempre questione di sguardi la vita, rapaci o misericordiosi.

Guardatevi, dice il Vangelo, da quella aridità profonda che ognuno di noi si porta dentro, perché è terreno buono per lo scriba che ci portiamo dentro. Attenzione, perché per noi è pronta una “pena severa”, che non sarà quella del giorno del giudizio ma è quella che già ci infliggiamo liberamente decidendo di cedere alla logica della competizione, della bramosia e della vanità. Poveracci. Ricchi e vuoti e impauriti e sempre appesi allo sguardo altrui, all’altrui conferma, all’altrui giudizio. Condanna severa per chi fa dipendere la prorpia felicità dallo sguardo altrui.

Gesù non si mette in mostra, Gesù osserva, e il suo sguardo si posa su una vedova, ancora, come nella prima lettura. E lei diventa esempio, nelle parole di Gesù. Lei si avvicina e consegna tutto quello che ha. Tanto o poco non è importante, è tutto. Ma non è quello che la rende speciale. È da duemila anni che la guardiamo questa vedova al tempio eppure ogni volta è come se non riuscissimo a mettere a fuoco qualcosa. Qualcosa sfugge sempre. E poi ci pensi bene e ti accorgi di una cosa apparentemente banale: lei le sue due monete le getta nello stesso tesoro dei ricchi, meno monete rispetto a loro però nello stesso tesoro. E allora un po’ capisci, capisci dove sta la vera differenza, non è il tanto o il poco, non il tutto o niente, la vera differenza tra la vedova e i ricchi è l’identità. Per gli scribi quel tesoro è il Dio della religione, è il Dio del ruolo, è il Dio del potere, è immagine di un Dio  a cui è giusto dare tanto, sacrificare parte di sé. E allora hanno ragione, più uno si priva di qualcosa in nome di Dio e più è bravo. Alla donna non interessa essere brava, per la vedova quel tesoro è il Dio della vita, del desiderio, della felicità. E allora la donna non è più buona degli altri ma ha capito che Dio è il primo alleato della nostra felicità. Che credere non è donare qualcosa a Dio ma è donarsi a se stessi, è consegnarsi al proprio desiderio, è concedersi alla vita. Che non è mai tanta o poca. È sempre Tutta.

E allora perché dovrebbe trattenersi? Cosa dovrebbe trattenere? Credere non è questione di essenziale o di superfluo, credere è consegnarsi alla propria identità fino in fondo. Credere non è perdere qualcosa in nome di Dio ma decidere che l’unico tesoro che interessa a Dio è la nostra pienezza. È sempre e solo questione di fedeltà alla propria identità. Solo quando comprenderemo che affidarsi all’Amore, affidarsi a Dio, affidarsi a se stessi sono un gesto solo, solo allora scopriremo la vera identità del Tesoro del Tempio.

XXXII Tempo Ordinario B 2018

2 commenti

  1. Rimanere fedeli a Dio è rimanere fedeli alla logica della vita che ci ha portati all’essere e ci mantiene, una logica ed un divino che sta dappertutto, anche nella nostra vita, quando rimane ad essa fedele, perchè, se ciò avviene, diventiamo generativi, siamo madri, tutti con la funzione di generare bene e giusto. Ecco perchè bisogna essere come la madre, intenti a rimanere fedeli alla nostra identità profonda. Se ciò avviene non interessa il “farsi vedere”, se ciò avviene non si è aridi come lo scriba, non siamo presi dalla “logica della competizione”, che intristisce il mondo e lo dilania, non ci interessa lo “sguardo altrui”, siamo pieni. E poi c’è la seconda vedova che dà il suo obolo, tutto quello che ha, al Dio della Legge e del potere, un gesto che detterà a Gesù, come dice Maggi, l’invettiva contro il Tempio che dissangua, ma che ha un significato, rilevato da don Alessandro, che “credere non è donare qualcosa a Dio ma è donarsi a se stessi, è consegnarsi al proprio desiderio, è concedersi alla vita”, “credere non è perdere qualcosa in nome di Dio ma decidere che l’unico tesoro che interessa a Dio è la nostra pienezza”. Ecco, al di là di tutte le strutture degli uomini, c’è quell’affidarsi all’Amore” e quell’affidarsi “a se stessi” “come un unico gesto” che ci fa scoprire la vera identità del Tesoro del Tempio.

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