Lontano io non sono XXXI del tempo ordinario B

autumn-beautiful-blooming-231019

Lontano io non sono

(Marco 12,28-34)

domenica 4 novembre 2018, XXXI del tempo ordinario B

E lui si avvicina. Con movimento lento, caldo, delicato. Osa la prossimità, e lo fa con pudore perché i sentimenti sono cristalli fragili, basta un niente, un pensiero troppo spigoloso, lo scatto di una paura, la presunzione di avere capito. Basta un soffio per spezzare l’incantesimo, per interrompere quella pudica traiettoria. Nessuno si inserisce, lo scriba può avvicinarsi, ad interrompere due mani che si cercano basta la banalità, la volgarità di un istante, lo scarto grezzo del mondo. Invece tutto si muove secondo una liturgia arcaica, quella degli amanti. Sembra di sentirlo il calore della pelle di quel Maestro, il profumo impigliato tra i capelli, la profondità del suo sguardo. Sembra di scorgere ancora gli occhi umidi e tremanti dello scriba, il tremito leggero delle mani, le labbra assetate come arsure di deserto.

Lo scriba si avvicina, lentissimo, solenne, e ancora oggi io lo immagino così, in un lento inesorabile accostamento al cuore della vita. Al calore delle cose. Al caldo profondo che è inizio e custodia di ogni respiro. Un corpo che lentissimamente, da quel giorno, si concede al bordo fragile del mistero nascosto sulla soglia delle cose della vita. Senza possedere mai nulla, per non perdere niente.

“Si avvicinò a Gesù uno degli scribi” e io sento che passerei la vita a descrivere questo movimento, perché sono sicuro che è questo il cuore del nostro essere qui, ora. Con questo bisogno di essere accarezzati senza essere catturati, con questa infinita urgenza di qualcuno che chieda di farsi prossimo alle nostre storie. Ecco, passerei una vita intera a descrivere che l’Amore è un calore che si avvicina, che rimane vicino, che non cattura mai, un eterno costante lento avvicinamento.

E allora mi capita di pensare che la vita, alla fine, trova il suo Senso solo così: avvicinandosi. Provando a non farsi troppo male ognuno di noi avvicina le realtà del mondo. Avvicina esperienze, volti, sogni, cose, avvicina vita e sente che tutto funziona solo quando riesce a farlo con garbo, con grazia, con lentezza, come quando quello scriba ha iniziato ad avvicinarsi a Gesù.

E quello che ha sentito quello scriba, non dico “capito”, ma “sentito”, “percepito”, è che la Verità (nome che se viene lanciato manda tutto in frantumi, nome che va avvicinato con pudore e attenzione) la Verità dicevo è quel Corpo caldo e profumato di pane, di vento, di acqua di lago, che è Gesù. Mentre si sta avvicinando comprende che l’unica domanda sensata è quella che sta già vivendo ancora prima che le labbra pronuncino “qual è il primo di tutti i comandamenti?”. La domanda sensata non è in quelle parole, che possono essere ambigue, possono indurre ad inquietanti classifiche, la domanda vera è il bisogno. Il bisogno che ci fa avvicinare la fonte della vita. Ecco cosa è il principio di ogni cosa che vive, la prossimità all’Amore. E non serve più nemmeno domandarlo. Basta sperimentarlo.

E allora lo scriba si accorge, lo sente, mentre la distanza si fa minima, mentre miracolosamente nessuno è venuto ad insinuarsi tra il desiderio e l’atto, sente, ancora prima che Gesù debba parlare che lì vicino al cuore della vita la Vita si sente. La vita parla. Ogni cosa parla. Avvicinandosi alle cose se ne può sentire il mormorio leggero. Il canto silenzioso del cuore vitale del mondo, questo c’è al Principio di ogni cosa, avvicinandosi c’è una voce. Ecco perché non si stupisce, mentre il suo cuore si fa vicino al Suo, che Lui dica “ascolta”.

Il Signore nostro è l’unico Signore”, ad avvicinare l’orecchio al fremito nascosto del mondo si sente Lui, sempre Lui, unico come unico è l’Amore che poi si declina in milioni di sfumature. Cosa significa credere? Assumere la lentezza di mettere orecchio alle cose del mondo. Ascoltare un tramonto, un amico, l’abbaiare di un cane, una poesia, il fuoco nella stufa, il respiro del legno nel tavolo che mi sorregge, il colore delle cose, il dolore nascosto nel silenzio…

E amerai”, e prima che Gesù lo dicesse, prima che il silenzio cedesse il passo alle parole del Maestro lui, lo scriba ormai vicinissimo al cuore dell’amore, l’aveva già chiaro, che le cose che parlano sono solo quelle che si amano. Se non le ami, le cose, rimangono mute. E allora “amerai” non è un ordine ma una condizione, l’unica, per far parlare il mondo. Per sentire il mormorio nascosto dell’amore. Se ami ti avvicini e il mondo parla di Lui e tu lo senti.

E anche il fratello cambia nome, gli uomini, se li ascolto non sono più semplicemente uomini, non più donne, non più segnati da appartenenze religiose o culturali o morali, non più nulla che possa risultare divisivo; il fratello avvicinato, amato, ascoltato nel suo essere riverbero dell’Amore diventa definitivamente “il prossimo”. Amerai il “prossimo” cioè colui che hai avvicinato, che hai reso tale. Perché non puoi amare nella distanza. Non puoi amare senza la liturgia delicata dell’accostamento.

E mentre lo scriba si avvicina a Gesù, mentre si avvicina al mondo e scopre di essere capace di amare, e mentre si avvicina ai simili e li scopre “prossimi”, ecco che scopre anche se stesso e, miracolo, si piace per come è. “Come te stesso”, prossimo persino a se stessi. E questo è miracolo difficile da realizzare. Ci impigliamo in malsani fraintendimenti che ci hanno ordinato di chiamare vanità. Invece siamo chiamati da una voce profonda ad avvicinarci a noi, con delicatezza, con pudore, con fiducia. Senza spaventarci. Siamo chiamati ad ascoltarci, ad ascoltarci davvero, amandoci, e a sentire che il Signore ci stava parlando da sempre, da lì, proprio noi. E quella voce, unica, parla solo attraverso di me. E allora mi amo, e mi avvicino e rendo vicine tutte le parti che compongono la mia meravigliosa complessità: il cuore e i suoi sentimenti, la mente con i suoi pensieri, l’anima con la sua speranza e la forza con il bisogno di fare, tutto avvicino, tutto ascolto, e sono finalmente me stesso, e mi sorprendo ad avere paura della vastità dei miei desideri. Da vicino io sono un vivente desiderante, io sono così divino da dovermi mettere in ginocchio davanti a me stesso. Comprendo cosa è sacro, comprendo l’Amore, lo prendo con me. Mi inginocchio al mio Desiderio, mi inginocchio al cospetto di Dio.

E non mi sposto, e non mi sposterò mai più, e non mi farò spostare. Avvicinarsi al mio Io desiderante è avvicinarsi al Dio della vita. E no, non permetterò ad altri di ricacciarmi nel gorgo del sacrificio. Lo comprende bene lo scriba quando dice che questo avvicinamento “vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. E comprende, in quel preciso momento, che quando incontrerà anche solo l’ombra del sacrificio, quando verrà esaltata la sopportazione o idealizzata la richiesta di rinunciare alla propria singolarità, lì lui saprà che Dio non c’è. Fosse anche la descrizione di una vocazione che si ritiene esemplare lì Dio è lontano, non c’è, perché non c’è Dio lontano dal Desiderio profondo della vita. La vita non va sacrificata va avvicinata, amata, ascoltata. Che poi è quello che cerchiamo per la nostra storia: qualcuno che si avvicini senza farci male e che ci aiuti ad essere all’altezza del nostro desiderio di felicità.

Non sei lontano dal regno” dice Gesù, non poteva usare parole migliori, non essere lontano significa essere in lento commovente continuo avvicinamento al cuore della Vita.

XXXI Tempo Ordinario B 2018

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...