Io sono l’atteso I domenica di Avvento C

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Io sono l’Atteso

(Geremia 33; 1Tessalonicesi 3; Luca 21)

I Avvento anno C

Credevo di dover aspettare la tua nascita. Me l’hanno sempre spiegato così l’Avvento. Attendere la nascita di Gesù. Preparare il cuore. Come se non bastasse l’attesa ordinaria, quel Vuoto che mi spinge a cercare continuamente brandelli di vita promettente, quel Vuoto che fa male, quel Vuoto che rende tutta la vita un’attesa, quel Vuoto che non mi lascia mai tranquillo. No, non bastava, bisognava attendere di più e meglio, bisognava prepararsi e, da prete, aiutare altri allestendo improbabili impalcature di gesti inneggianti all’attesa. Ogni anno accendevo luci, cercavo parole, immagini, cammini e poi moltiplicavo, stupidamente moltiplicavo le proposte, che fesseria, uno che aspetta deve fare nulla, deve svuotarsi, deve annoiarsi, deve sentire la lentezza del tempo che scorre troppo lento: e invece tutto un riempimento, una corsa forsennata verso il Natale. Natale che sì, quello lo attendevo, per poter finalmente ricominciare a respirare. Scusami. Non avevo capito niente, non avevo capito che Avvento è Attesa ma che ad attendere non siamo noi, ad attendere sei tu. La tua nascita, quella, è già avvenuta, è la nostra che è ancora in corso. E tu ci attendi, accompagni le nostre rinascite quotidiane. Io sono l’Atteso, tu mi stai attendendo, stai attendendo che io, finalmente, mi decida a nascere. Avverrà solo alla fine, lo sai, il respiro della morte sarà il vero primo definitivo vagito, ma intanto mi aspetti. Avvento è il mio grazie commosso per la tua infinita pazienza.

Mi attendi nel nome di una promessa

Avvento sei tu che non ti stanchi di aspettare le mie infinite immaturità, sei tu che non mi lasci morire nelle aridità dei miei sfiniti sogni, nei ripensamenti, nei disegni contorti che impongo al destino. Avvento sei tu che ti chini dolcemente sulla mia vita e sussurri quei sogni che avevo dimenticato. Non è questione di cammini, di percorsi, di moltiplicazione, di corse, avvento è quando trovo il coraggio di fermarmi sfinito e deluso e preoccupato e affannato, è quando mi viene da piangere nel cuore di una vita che non riconosco più e in quel Vuoto sento la tua voce che ripete “verranno giorni nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto…” e a me vien da piangere Signore, sei tu che mi attendi! Hai più pazienza di me, prendi con serietà i miei sogni e i miei desideri, non ti stanchi anche se non li vedi, non ti arrabbi anche se io stesso sono il primo a contraddirli.

Frutto e germoglio

Avvento sei tu che mi prendi per un braccio e mi preghi di fermarmi. Io ho vergogna di guardare quello che sono, non mi capisco neppure più. Sono uno strano albero Signore, pieno di germogli e di frutti che non mi aspettavo. Convivono, mi sento immaturo, mi stupisco. Tu sorridi. Ecco, non l’avevo capito, ma Avvento non sono io che mi preparo ma tu che mi sorridi e che mi accarezzi piano e mi dici che ho ragione, siamo davvero strani alberi noi umani, non cresciamo per stagioni distinte, in noi le primavere e l’autunno, l’estate e l’inverno convivono, noi siamo germogli e frutto insieme. E siamo belli così. Il frutto rende prezioso ogni attimo della nostra vita, siamo buoni da mangiare, siamo sapore e colore, siamo la polpa dolce dell’amore. Ma siamo anche germogli, siamo la lacrima del ramo che implora il futuro. E a me vien da piangere mentre tu, commosso, assapori orgoglioso ogni nostro frutto dolce d’amore.

Crescere, sovrabbondare. Cuori saldi e irreprensibili.

Avvento è che tu, Signore, non smetti di aspettarmi. Attendi che io cresca, mi attendi dove la vita è sovrabbondante, lo dice bene San Paolo nella seconda lettura: “crescere e sovrabbondare”, cioè non contenersi, uscire dai margini. E io che per preparami al Natale ho sempre provato a darmi nuove regole, nuovi confini, antichi limiti, a rientrare nei margini. Avvento sei tu che attendi la mia rinascita un passo appena fuori dal confine delle regole, quelle le lasciamo ai ragionieri degli affetti, tu mi aspetti dove la vita cresce e sovrabbonda, dove smargina, dove disobbedisce al controllo. L’amore è smarginato, non colora nei bordi, non è ordinato. E io che ho sempre moltiplicato sensi di colpa sulle mie anarchiche pulsioni. Invece tu mi attendi lì, dove la vita è difficile da contenere, dove sovrabbonda. Dove il vaso di nardo si spezza, dove i baci si sprecano, dove le lacrime non si ingoiano, dove l’amore danza nudo e libero. Crescere e sovrabbondare.

Avvento sei tu che attendi il mio cuore saldo e irreprensibile, cioè che il mio cuore sia deciso nella sua vocazione profonda e impeccabile nel suo mandato: che continui ad amare. Avvento è incrociare nel tuo sguardo il desiderio che il mio cuore non smetta mai di battere, di emozionarsi, di accelerare, di fermarsi quando ha paura di non essere amato più. Avvento sei tu che aspetti che il mio cuore torni ad essere un cuore felice di tenere il ritmo della vita.

Oltre la fine

Avvento sei tu che mi aspetti fin oltre la fine. Perché tutto finirà, lo dice bene il Vangelo, e rimarrà solo un buio riempito di angoscia e paura, e sarà sconvolgimento di ciò che sembrava eterno, terra e cielo e mare smetteranno di essere terra cielo e mare. Ma quando tutto sarà finito noi saremo ancora. Ancora lì. Fermi nel buio, stupiti di non essere stati ingoiati dal niente. Stupiti da un futuro così simile a quello che avevamo sognato fin da quando eravamo ragazzini. Tutto, davvero tutto sarà sconvolto eppure noi saremo lì, come alberi, immobili, ma con addosso i nostri germogli e i nostri frutti. Tutto non sarà più ma noi saremo lì, non giudicati dagli inevitabili errori ma gioiosi per tutto quell’eccesso di amore che abbiamo rovesciato allegramente nella nostra vita facendo perdere la testa a chi credeva in un Dio contabile. Noi lì, oltre il mondo, a ridere grati per tutto quell’Amore gettato oltre i confini dello scontato. Tutto, ma davvero tutto, non sarà più ma noi saremo, in piedi, a capo alzato, finalmente liberi. Liberi da tutto ciò che non era vita, liberi da una falsa idea di umanità e di divinità, liberi dall’ansia di non essere perfetti e dal terrore di non essere amati, liberi di nascere, finalmente. Ancora una volta, ma per sempre.

I Avvento 2019 C

Il Re bestemmia Cristo Re

Il Re bestemmia

(Giovanni 18,33-37)

Sei tu il re dei Giudei?” il punto interrogativo tradisce la verità: questa non è una domanda. Una domanda prevede disponibilità e apertura, una domanda, se è vera, nasce dalla fragilità e dalla disposizione all’ascolto, al cambiamento. Pilato è il volto del potere e il potere non può permettersi il lusso delle domande. Il potere devec ontrollare, chiudere, gestire. “Sei tu il re dei Giudei?” non è domanda è accusa di blasfemia. E come accusa non è sbagliata: Gesù bestemmia.

Bestemmia l’idea di re che hanno i potenti, bestemmia l’idea di re che hanno i sacerdoti, bestemmia il potere e bestemmia la religione. Non poteva che finire in croce Gesù. Da bestemmiatore. Corretta l’accusa, corretta la condanna. Cosa potevano fare i potenti? Cosa poteva fare la chiesa del tempo? Cosa può fare la Chiesa di oggi? Lasciarsi condurre da questo bestemmiatore sognatore significa fare a pezzi il sistema, accettare di vivere precari e in minoranza, inutili. Gesù, frutto e scarto del sistema religioso, figlio e aborto della stirpe degli uomini ha sempre chiesto troppo.

“Dici questo da te oppure altri ti hanno parlato di me?” Gesù prende la domanda di Pilato e la inchioda alla parete della Verità. Crocifigge l’ipocrisia del sistema, un chiodo negli orecchi quel “da te” rivolto a Pilato e a tutti noi. Il primo passaggio per uscire dal sistema è recuperare questo “da te”, sentire che non c’è Verità se le parole che diciamo non sono radicate in noi, non sono noi. Se le parole non sono carne della nostra carne, se non ci espongono, se non sono nate e partorite dall’amore e dal dolore, non c’è verità se sulle nostre labbra sfioriscono sempre e solo parole di altri.

Le parole nate “da me” sono figli lanciati nel mondo, sono quelle che una volta dette lasciano un vuoto dentro, è lo spazio dove le avevamo custodite e fatte crescere. Le parole dette“da me” sono la nostra identità che nasce e rinasce continuamente. Sono Carne che si fa Parola. Le parole dette “da me” sono quelle che generano apprensione mentre le vediamo allontanarsi, sono la paura che non vengano comprese, accolte,capite. Le parole dette “da me” sono quelle senza alibi, quelle che hanno la responsabilità che scorre nelle vene,sono calde perché nascono da un corpo che vive e che si espone, che rischia e che cerca, e che mette la faccia in quello che fa.

Il potere non può mai permettersi un’esposizione così radicale. Il potere ha bisogno di ambiguità, ha bisogno di parole “dette da altri” perché in caso di bisogno la colpa sarà di altri e altri pagheranno, altri, sempre altri sono i colpevoli. Il sistema si limiterà ad espellere l’errore, e tutto continuerà come se niente fosse.

Gesù bestemmia in faccia al potere non pronunciando mai una parola che non nata da dentro. Mai una parola di condanna. Mai un alibi. E questo è il vero scandalo, è idea di uomo e di Dio troppo eversiva. È bestemmiare contro i meccanismi di difesa degli uomini.  

Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me” eccolo il potere,l’attacco di Gesù svela il meccanismo. Patetico perverso diabolico infantile.Prendere le distanze, trovare un capro espiatorio. Così il sistema si tiene in piedi, così va bene a tutti noi. La bestemmia messianica di Gesù passa per altre vie, rischiose e liberanti. Alla presa di distanza Gesù oppone l’assunzione della vita. L’immersione nell’esistente. Entrare dentro. Non esiste verità se non entrando dentro i meccanismi della vita. Per comprendere devo entrare,essere parziale, immergermi nella storia. La verità di una persona non sarà mai data da una regola da applicare (quello che ogni sistema continuamente mette in atto) ma nella capacità di empatia, di entrare dentro il cuore e la testa della gente. Gesù entrava, corpo che amava, fino dentro il cuore delle persone che incontrava.

E poi mai nessuna colpevolizzazione “la tua gente…i capi…” no, perché sempre cercare altrove i colpevoli? La verità nasce se guardo negli occhi chi ho davanti, se mi innamoro di quella vita, se entro dentro quella storia, se sento addosso il dolore e le lacrime, se percepisco la paura che si porta dentro e i sogni che stanno appesi da qualche parte e premono per uscire. La verità nasce se amo con responsabilità, senza mai cercare colpevoli, senza mai cercare alibi “Padre perdona loro…”.

Verità è quando avrò un cuore coraggioso, da padre, capace di partorire parole che mi raccontino. Verità è amare le persone che incontro tanto da vedere il mondo dal loro punto di vista. Verità è non cercare mai colpevoli.Verità è sentirsi interpellati dalla vita e, quando serve, chiedere scusa.Tutto il resto è liturgia del potere. È così che Gesù bestemmia. Fa a pezzi l’impalcatura politica, si aggrappa alla verità, ne sente il peso, mette in gioco la vita.

Che cosa hai fatto?” domanda pericolosa questa, e incompleta. Gesù ha fatto l’uomo, l’ha fatto da libero,anarchico alle regole e fedele all’unico comandamento: Amare. Ha fatto Amore Gesù. Solo che non basta. Perché la domanda di Pilato è domanda incompleta.Alla verità non basta il racconto del “fare”, il “fare” vuole sempre interpretazione. Gesù ha trasformato l’acqua in vino, ha moltiplicato il pane,ha guarito, ha perdonato… ma tanti hanno interpretato con gli schemi del potere politico e religioso, hanno visto in lui un re capace di risolvere problemi o un bestemmiatore di Dio quando faceva miracoli. Bestemmiare bestemmiava, ma bestemmiava il potere.

La Verità vuole interpretazione, e l’interpretazione è sempre Altrove, la Verità è la vita che ammette di non potersi spiegare da sé, è vita che non basta a se stessa. Cosa ha fatto Gesù? Ha fatto l’uomo, ma mentre faceva l’uomo narrava il volto di Dio. Cosa ha fatto Gesù? Ha fatto Dio, ma mentre parlava di Dio narrava l’uomo. La Verità è che la terra non si spiega con la terra ma con il cielo, e il cielo non ha in sé la comprensione di se stesso se non si mette in dialogo con la terra. La Verità è sempre Altrove e questo il potere non lo sopporta! Il potere è per definizione autoreferenziale.

Il mio regno non è di questo mondo”,la Verità è un richiamo struggente dall’Altrove, la verità dell’uomo è in Dio,è da ricercare in quella fame di Assoluto che ci regala inquietudine e cammini inediti e orizzonti da aprire continuamente. Ma anche la verità di Dio è altrove, la Verità di Dio è nell’uomo. che anche lui ha grande nostalgia, nostalgia di noi.Questo ha narrato Gesù. Ma dire che Dio, come l’uomo, è un mendicante di amore,questa è bestemmia insopportabile.

Poi il finale è la vita che torna a essere vita. Gesù sembra scendere a terra perché Pilato da terra non si è mai mosso. Il potere non può permettersi l’ebrezza del volo “Dunque tu sei re?”e Gesù risponde “Tu lo dici: io sono re”.Ma dietro quella parola, beffardamente identica, ci sono idee di uomo, di mondo, di Dio, diametralmente opposte. Si usano le stesse parole per interpretazioni agli antipodi. “Dunque tu sei re?” è la domanda che ci interpella. Ma è domanda errata, “cosa vuol dire per te essere re?” questa è domanda esatta. Gesù bestemmia, e ride in faccia al potere, “essere re è non dirti mai una parola che non racconti di me, è amarti così tanto da conoscere meglio te di te stesso,conosco cosa desideri e cosa ami, è avere nostalgia di te, e in nome di quella nostalgia non tradirti mai, e amarti, mentre mi uccidi, dall’alto di una croce,e mentre mi dici che sto bestemmiando non riuscire a morire senza amarti.

giornate riflessione Liguria PROGRAMMA DEFINITIVO

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GIORNATE DI RIFLESSIONE

IN ATTESA DELL’ATTESO

Incontro all’Avvento con le letture della liturgia domenicale

BOCCA DI MAGRA (LA SPEZIA)

MONASTERO SANTA CROCE http://www.monasterosantacroce.it

 

Venerdì 23 novembre

Arrivi e sistemazione

Ore 20,00 Cena

Ore 21,00 meditazione

 

Sabato 24 novembre

Colazione fino alle ore 8,45

Ore 9,00 Lodi

A seguire Meditazione

Silenzio, Meditazione Personale, possibilità di colloquio con don Alessandro

Ore 11,30 Messa

Ore 13,00 Pranzo

Ore 15,00 ora Media

A seguire Meditazione

Silenzio, Meditazione Personale, possibilità di colloquio con don Alessandro

Ore 17,30 film

Ore 20,00 cena

Ore 21,00 meditazione con ripresa/discussione film

Compieta

 

Domenica 25 novembre

Colazione fino alle 8,45

Ore 9,00 Lodi

A seguire Meditazione

Silenzio, Meditazione Personale, possibilità di colloquio con don Alessandro

Ore 11,30 Messa

Ore 13,00 Pranzo

Ore 15,00 ora Media

A seguire Meditazione e confronto

Ore 16,30 Vespro

 

per informazioni don alessandro 338 1187133

Lieve, la vita che non muore XXXIII del tempo ordinario B

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Lieve, la vita che non muore

(Marco 13,24-32)

domenica 18 novembre 2018, XXXIII del tempo ordinario B

La tribolazione finisce e sembra che nessuno se ne accorga. Tutti a rimpiangere la luce del sole che non c’è più, l’assenza del riflesso della luna, le stelle staccate dal fondale e nessuno, nessuno, a dire che, semplicemente, quei segni non servivano più. Perché “la tribolazione è passata” e quelli erano solamente segni per non morire nel buio del cammino, per attraversarla la notte, per portare a termine rotte incerte sul mare della vita. Erano segni del Padre, Lui unico sole, luna e stelle. Adesso non servono più perché il Figlio del Dio vivente viene sulle nubi.

Invece passato il dolore, passata l’angoscia, passato il tormento delle cose del mondo rimane un’umanità di orfani impauriti che vivono nella nostalgia dei segni di un tempo, probabilmente perché non sono mai riusciti a comprendere davvero che luce e calore rimandavano ad Altro. Arrivano addirittura a rimpiangere le tribolazioni di un tempo, che forse non erano poi così male, si dicono, e poi ci rendevano vivi, confidano.

La tribolazione finisce eppure tutti sono rapiti dai segni apocalittici di un Universo deposto. E nessuno, nessuno, a dire che il compito dell’uomo era esattamente quello di deporli quei segni. Perché il senso della vita era attraversare tempo e spazio, tribolazioni comprese. È come se ci fosse il popolo dell’Esodo che, in piena Terra Promessa, si lascia andare al pianto perché è terminata la manna e non c’è più deserto. È come se ci fosse un popolo così attaccato ai segni da rimpiangere una Chiesa pervasiva e potente e visibile. Ma come non vedere che è proprio quando il segno di quella Chiesa crollerà definitivamente che riusciremo a fare spazio al volo libero e liberante del Figlio dell’Uomo? I segni confondono, illudono, sono un sipario tirato sul vero volto delle cose. È che noi ci affezioniamo così tanto ai segni che dimentichiamo “chi”, di chi dovrebbero parlare.

Sei tu Signore il sole, tu il calore della mia storia, tu a illuminare i cammini futuri, tu a rischiarare il passato. Tu la luna, fedele anima della notte, ad accompagnare i nostri pellegrinaggi nel buio e i nostri frequenti smarrimenti. Di Te Signore parlano le stelle, tuo sorriso, costellazioni di luci che donano profondità al Cielo e guidano il nostro navigare. Tu Signore l’Invisibile che muove il cielo, tu soffio, potenza celeste a dare respiro al nostro incedere terrestre.

Far crollare i segni per poter vedere il figlio dell’Uomo venire su una nube, e mentre crollano i segni vedere svanire le tribolazioni. E capire che l’angoscia era legata alla furia patetica e infantile con cui abbiamo sprecato la vita a tenere in piedi fondali usurati, paraventi patetici, paramenti che del sole, della luna e delle stelle erano solo invecchiate riproduzioni.

Quanta libertà invece in questa pagina, dopo che ciò che sembrava intoccabile lascia finalmente spazio all’Inedito. Quanta pace in quel silenzio in cui finalmente possiamo ascoltare il nostro respiro e non siamo più schiavi dell’eterno ritorno del ciclo del tempo e delle stagioni (sole/luna). Cala il sipario delle nostre illusioni, così scopriamo che quello che ritenevamo imprescindibile era solo lo schermo che impediva al Signore di venirci incontro.

Se riuscissimo a vivere la vita con questa logica! Che liberazione. Non più angosciati dal morire delle tradizioni, non più appesantiti dall’affievolirsi della “fedeltà sacramentale” o dei giovani che camminano altrove, non turbati delle case religiose da chiudere, dei preti che mancano… ma capaci di lasciar finalmente libero il cielo per l’incedere fantasioso dell’Amore. E lo vedremo finalmente, non un segno pallido della Verità ma lui, l’Amore fatto carne in un volo di speranza a planare dentro le nostre storie. Finalmente pacificate, libere e affidate, senza l’ansia del fallimento, senza la tribolazione della sconfitta, senza la dispotica pressione dei numeri o del potere.

E finalmente lo vedremo, non un segno, ma Lui. Vedremo la potenza, e sorrideremo, perché salvata dall’ambiguità dei segni con cui l’abbiamo sempre appesantita, scopriremo che è davvero diversa da come l’avevamo cercata. Spenti sole, luna e stelle rimane la notte, la potenza che scende dal cielo e si rende visibile nella notte. E noi, improvvisamente vedremo, che era già lì, che era già scritta, che quella potenza ha già incontrato il mondo nella notte del Natale e nella Notte di Pasqua e diremo, sentendo il fondale dei segni accasciarsi al suolo, che non avevamo capito niente. Che quando ci siamo affannati per mostrare la potenza della Chiesa, la potenza della teologia, la potenza della pastorale, la potenza della religione ci siamo schiantati sui segni, abbiamo assolutizzato e sfigurato i segni! Nella notte di Natale la potenza è la carne fragile di un bambino. Potente come un seme, come un vagito, come un futuro che chiede di nascere. Nella notte la potenza è la carne di un bambino promettente e fragile. Quello l’unico segno. Mio sole, un infante, mia luna una madre e un padre illuminati dalla Vita, e le stelle i pastori, comete di carne ossa e sogni. Tutto un Segno. Divino Segno. E nella notte del mondo noi siamo segni quando incarniamo la potenza della fragilità della vita che nasce.

Oppure quell’altra notte, dove la potenza è un cadavere d’uomo che muore in profumo d’amore. Dove la potenza è un amico che stacca un corpo morto dalla croce. Dove la potenza è il silenzio del seme nel sepolcro e poi quell’Assenza misteriosa e per niente violenta. La chiamiamo Resurrezione, è la vita che non si arrende, è l’amore più forte della morte. Questa è l’unica potenza. Perché avere paura? Cadranno i segni, cadranno le impalcature, cadranno le immagini delle nostre tradizioni, ma dietro, a sorridere, ci sono un neonato e un seme d’uomo, c’è la vita, l’amore. E che liberazione vedere cadere tutti i segni che non parlano d’amore.

E verrà nella gloria. Ma il suo canto sarà il pianto di un bambino e il silenzio del deposto. A dire che gloria di Dio, unico segno credibile, è l’uomo che si lascia custodire, è l’uomo che permette alla carne di manifestare il bisogno d’amore. Altra gloria non c’è. E che si schianti finalmente tutto ciò che non ci parla dell’umano con tenerezza e comprensione.

Cadranno le impalcature di ciò che crediamo imprescindibile, ma prima occorre dare nome. Cosa riteniamo indispensabile per la nostra vita? Cosa crediamo impossibile da superare? Un ruolo, una promessa, un’abitudine, un giuramento? Identifichiamolo. E poi preghiamo che cada. Ci troveremo soli e al buio. Per un istante crederemo di dover morire, di essere già morti. Ma in quel momento, nel silenzio, potremo sentire il pianto di un bambino o il vuoto nel ventre della morte. Natale e Pasqua non saranno solo segni esteriori ma li avvertiremo come ciò che rimane quando tutto crolla. Ecco cosa vorrei fare da qui alla fine della mia vita far crollare e veder crollare ciò che crediamo eterno e sorridere, lieve, della vita che non muore.

XXXIII Tempo Ordinario B 2018

Alla fine, bastiamo XXXII del tempo ordinario B

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Alla fine, bastiamo

(1Re 17; Marco 12,38-44)

domenica 12 novembre 2018, XXXII del tempo ordinario B

 

Nella sua testa piangono pensieri amari. Pochi. Ripetitivi. La vita sta soffiando vuoto dentro le esistenze, la chiamano carestia, ma poi è solo un modo tra i tanti per dire: morte.

Lei non è così preoccupata, lei è vedova, ha già conosciuto l’amore e la morte, praticamente tutto quello serve per poter dire di aver vissuto. Ma lui no. Il figlio è troppo giovane e poi le madri non dovrebbero mai veder moire i figli. Invece “mangeremo e poi moriremo”. Tutto qui. Lo pensa e poi lo dice. Ad ascoltarla adesso c’è Elia, uomo apparso al capezzale della storia. Cerca acqua e pane, lui, come tutti. “Mangeremo e moriremo”, ripete lei, mentre prova a raccogliere un po’ di legna.

È un mondo che ormai è quasi niente quello descritto dalla prima lettura, è un mondo fatto di pochi segni, di una umanità che si aggrappa a brandelli ultimi di sopravvivenza. Siamo in territorio straniero, in piena carestia. Ci sono un profeta affamato, una vedova in punto di morte e un figlio senza futuro. Tutto qui. E quello che pensi è che in un mondo così Dio non c’è. Più ancora, in questo condizioni non sai nemmeno dove andare a cercarlo. Non è che non lo vedi è che proprio non riesci a immaginare dove possa nascondersi, il cielo è muto, la terra è arida, l’uomo muore… È solo un mondo di sconfitti, pensi,  ma di quelli che non hanno poesia, è il mondo dei falliti, degli abbandonati, dei relitti umani che, silenziosi, sono destinati a lasciarsi fagocitare dal silenzio. Dove lo cerchi il divino in un mondo così?

E intanto comunque lo cerchi, leggi e ti scopri più cocciuto dell’amore della vedova, perché lo capisci bene, se riesci a trovare Dio tra le pieghe di queste righe, in questa vita esausta, poi è facile che lo trovi anche nella tua di vita, anche in piena carestia. No, non è nelle parole di un profeta affamato e stanco, non nella farina ormai terminata, non nell’olio, non nei figli in punto di morte, dove è? Dove si nasconde?

La donna non crede nel Dio di Israele però ascolta quest’uomo, Elia, che gli chiede qualcosa da mangiare, poi guarda suo figlio, e allora non dice di no, a Elia, dico. Non dice di no. Perché un uomo che cerca da mangiare è sempre un figlio che cerca una madre, e allora lei si trova a pensare che anche Elia ha o ha avuto una madre da qualche parte. Alla vedova non importa niente se Elia è profeta e di chi e perché, quando la vita è in piena carestia restano solo le cose essenziali, quello che vede la donna, unica donna di quel gruppo di disperati è: un figlio. Elia è un figlio come suo figlio. E lei allora non può che essere madre. E quello che succede è che, prendendo un po’ di legna, scendendo nel ventre della giara, implorando l’orcio di concedere olio, quello che fa è: rimanere madre, fino in fondo, fino alla fine. E noi scopriamo che Dio era nascosto lì. Una fede di farina e di olio, una liturgia dell’impasto, il caldo crepitare della legna, il profumo di focaccia, l’abilità di accarezzare gli ingredienti e di trasformare elementi della natura in vita. Dio è lì. In quei gesti materni. Lì si era nascosto. E quasi dispiace che poi la carestia finisca, che l’acqua ritorni, perché finisce l’incanto, quello di un Dio che si manifesta come vita nei gesti pratici e stupiti di una madre che spinge ogni giorno un passo più in là la morte di due figli. Preghiera di farina, olio e fuoco. A salire in cielo non parole ma profumo di pane cotto sulle pietre.

Miracolosi sono i gesti materni, sono loro che ci tengono in vita. Miracolosa è quella donna che rimane madre fino e oltre la fine. Miracoloso non è l’olio che non si esaurisce e nemmeno la farina che non finisce, miracoloso è che quella donna non smetta di generare gesti di cura in clima di carestia. Miracoloso è scoprire che il divino si manifesta nella mia vita quando le rimango fedele, quando rimango fedele alla mia identità profonda. Alla mia maternità, alla mio essere generativo.

Io mi commuovo sempre davanti a questa pagina perché mi viene da pensare che la resurrezione, quella vita senza carestia d’amore, profumi di pane, di olio e sia calda di legna appena raccolta. Una eternità domestica e feriale. Profuma di casa.

E poi è tempo di un’altra vedova, quella del Vangelo. Un altro deserto, ben più ambiguo del primo, altra carestia d’amore ben più pericolosa della prima: siamo nei pressi del tesoro del tempio. E Gesù osserva un’umanità che, come sempre, è intenta a occupare i primi posti, a divorare gli ultimi e ad abitare lo spazio del religioso cercando di mettersi in mostra, di “farsi vedere”. “Guardatevi” dice Gesù, da chi vuol “farsi vedere”. È sempre questione di sguardi la vita, rapaci o misericordiosi.

Guardatevi, dice il Vangelo, da quella aridità profonda che ognuno di noi si porta dentro, perché è terreno buono per lo scriba che ci portiamo dentro. Attenzione, perché per noi è pronta una “pena severa”, che non sarà quella del giorno del giudizio ma è quella che già ci infliggiamo liberamente decidendo di cedere alla logica della competizione, della bramosia e della vanità. Poveracci. Ricchi e vuoti e impauriti e sempre appesi allo sguardo altrui, all’altrui conferma, all’altrui giudizio. Condanna severa per chi fa dipendere la prorpia felicità dallo sguardo altrui.

Gesù non si mette in mostra, Gesù osserva, e il suo sguardo si posa su una vedova, ancora, come nella prima lettura. E lei diventa esempio, nelle parole di Gesù. Lei si avvicina e consegna tutto quello che ha. Tanto o poco non è importante, è tutto. Ma non è quello che la rende speciale. È da duemila anni che la guardiamo questa vedova al tempio eppure ogni volta è come se non riuscissimo a mettere a fuoco qualcosa. Qualcosa sfugge sempre. E poi ci pensi bene e ti accorgi di una cosa apparentemente banale: lei le sue due monete le getta nello stesso tesoro dei ricchi, meno monete rispetto a loro però nello stesso tesoro. E allora un po’ capisci, capisci dove sta la vera differenza, non è il tanto o il poco, non il tutto o niente, la vera differenza tra la vedova e i ricchi è l’identità. Per gli scribi quel tesoro è il Dio della religione, è il Dio del ruolo, è il Dio del potere, è immagine di un Dio  a cui è giusto dare tanto, sacrificare parte di sé. E allora hanno ragione, più uno si priva di qualcosa in nome di Dio e più è bravo. Alla donna non interessa essere brava, per la vedova quel tesoro è il Dio della vita, del desiderio, della felicità. E allora la donna non è più buona degli altri ma ha capito che Dio è il primo alleato della nostra felicità. Che credere non è donare qualcosa a Dio ma è donarsi a se stessi, è consegnarsi al proprio desiderio, è concedersi alla vita. Che non è mai tanta o poca. È sempre Tutta.

E allora perché dovrebbe trattenersi? Cosa dovrebbe trattenere? Credere non è questione di essenziale o di superfluo, credere è consegnarsi alla propria identità fino in fondo. Credere non è perdere qualcosa in nome di Dio ma decidere che l’unico tesoro che interessa a Dio è la nostra pienezza. È sempre e solo questione di fedeltà alla propria identità. Solo quando comprenderemo che affidarsi all’Amore, affidarsi a Dio, affidarsi a se stessi sono un gesto solo, solo allora scopriremo la vera identità del Tesoro del Tempio.

XXXII Tempo Ordinario B 2018

Lontano io non sono XXXI del tempo ordinario B

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Lontano io non sono

(Marco 12,28-34)

domenica 4 novembre 2018, XXXI del tempo ordinario B

E lui si avvicina. Con movimento lento, caldo, delicato. Osa la prossimità, e lo fa con pudore perché i sentimenti sono cristalli fragili, basta un niente, un pensiero troppo spigoloso, lo scatto di una paura, la presunzione di avere capito. Basta un soffio per spezzare l’incantesimo, per interrompere quella pudica traiettoria. Nessuno si inserisce, lo scriba può avvicinarsi, ad interrompere due mani che si cercano basta la banalità, la volgarità di un istante, lo scarto grezzo del mondo. Invece tutto si muove secondo una liturgia arcaica, quella degli amanti. Sembra di sentirlo il calore della pelle di quel Maestro, il profumo impigliato tra i capelli, la profondità del suo sguardo. Sembra di scorgere ancora gli occhi umidi e tremanti dello scriba, il tremito leggero delle mani, le labbra assetate come arsure di deserto.

Lo scriba si avvicina, lentissimo, solenne, e ancora oggi io lo immagino così, in un lento inesorabile accostamento al cuore della vita. Al calore delle cose. Al caldo profondo che è inizio e custodia di ogni respiro. Un corpo che lentissimamente, da quel giorno, si concede al bordo fragile del mistero nascosto sulla soglia delle cose della vita. Senza possedere mai nulla, per non perdere niente.

“Si avvicinò a Gesù uno degli scribi” e io sento che passerei la vita a descrivere questo movimento, perché sono sicuro che è questo il cuore del nostro essere qui, ora. Con questo bisogno di essere accarezzati senza essere catturati, con questa infinita urgenza di qualcuno che chieda di farsi prossimo alle nostre storie. Ecco, passerei una vita intera a descrivere che l’Amore è un calore che si avvicina, che rimane vicino, che non cattura mai, un eterno costante lento avvicinamento.

E allora mi capita di pensare che la vita, alla fine, trova il suo Senso solo così: avvicinandosi. Provando a non farsi troppo male ognuno di noi avvicina le realtà del mondo. Avvicina esperienze, volti, sogni, cose, avvicina vita e sente che tutto funziona solo quando riesce a farlo con garbo, con grazia, con lentezza, come quando quello scriba ha iniziato ad avvicinarsi a Gesù.

E quello che ha sentito quello scriba, non dico “capito”, ma “sentito”, “percepito”, è che la Verità (nome che se viene lanciato manda tutto in frantumi, nome che va avvicinato con pudore e attenzione) la Verità dicevo è quel Corpo caldo e profumato di pane, di vento, di acqua di lago, che è Gesù. Mentre si sta avvicinando comprende che l’unica domanda sensata è quella che sta già vivendo ancora prima che le labbra pronuncino “qual è il primo di tutti i comandamenti?”. La domanda sensata non è in quelle parole, che possono essere ambigue, possono indurre ad inquietanti classifiche, la domanda vera è il bisogno. Il bisogno che ci fa avvicinare la fonte della vita. Ecco cosa è il principio di ogni cosa che vive, la prossimità all’Amore. E non serve più nemmeno domandarlo. Basta sperimentarlo.

E allora lo scriba si accorge, lo sente, mentre la distanza si fa minima, mentre miracolosamente nessuno è venuto ad insinuarsi tra il desiderio e l’atto, sente, ancora prima che Gesù debba parlare che lì vicino al cuore della vita la Vita si sente. La vita parla. Ogni cosa parla. Avvicinandosi alle cose se ne può sentire il mormorio leggero. Il canto silenzioso del cuore vitale del mondo, questo c’è al Principio di ogni cosa, avvicinandosi c’è una voce. Ecco perché non si stupisce, mentre il suo cuore si fa vicino al Suo, che Lui dica “ascolta”.

Il Signore nostro è l’unico Signore”, ad avvicinare l’orecchio al fremito nascosto del mondo si sente Lui, sempre Lui, unico come unico è l’Amore che poi si declina in milioni di sfumature. Cosa significa credere? Assumere la lentezza di mettere orecchio alle cose del mondo. Ascoltare un tramonto, un amico, l’abbaiare di un cane, una poesia, il fuoco nella stufa, il respiro del legno nel tavolo che mi sorregge, il colore delle cose, il dolore nascosto nel silenzio…

E amerai”, e prima che Gesù lo dicesse, prima che il silenzio cedesse il passo alle parole del Maestro lui, lo scriba ormai vicinissimo al cuore dell’amore, l’aveva già chiaro, che le cose che parlano sono solo quelle che si amano. Se non le ami, le cose, rimangono mute. E allora “amerai” non è un ordine ma una condizione, l’unica, per far parlare il mondo. Per sentire il mormorio nascosto dell’amore. Se ami ti avvicini e il mondo parla di Lui e tu lo senti.

E anche il fratello cambia nome, gli uomini, se li ascolto non sono più semplicemente uomini, non più donne, non più segnati da appartenenze religiose o culturali o morali, non più nulla che possa risultare divisivo; il fratello avvicinato, amato, ascoltato nel suo essere riverbero dell’Amore diventa definitivamente “il prossimo”. Amerai il “prossimo” cioè colui che hai avvicinato, che hai reso tale. Perché non puoi amare nella distanza. Non puoi amare senza la liturgia delicata dell’accostamento.

E mentre lo scriba si avvicina a Gesù, mentre si avvicina al mondo e scopre di essere capace di amare, e mentre si avvicina ai simili e li scopre “prossimi”, ecco che scopre anche se stesso e, miracolo, si piace per come è. “Come te stesso”, prossimo persino a se stessi. E questo è miracolo difficile da realizzare. Ci impigliamo in malsani fraintendimenti che ci hanno ordinato di chiamare vanità. Invece siamo chiamati da una voce profonda ad avvicinarci a noi, con delicatezza, con pudore, con fiducia. Senza spaventarci. Siamo chiamati ad ascoltarci, ad ascoltarci davvero, amandoci, e a sentire che il Signore ci stava parlando da sempre, da lì, proprio noi. E quella voce, unica, parla solo attraverso di me. E allora mi amo, e mi avvicino e rendo vicine tutte le parti che compongono la mia meravigliosa complessità: il cuore e i suoi sentimenti, la mente con i suoi pensieri, l’anima con la sua speranza e la forza con il bisogno di fare, tutto avvicino, tutto ascolto, e sono finalmente me stesso, e mi sorprendo ad avere paura della vastità dei miei desideri. Da vicino io sono un vivente desiderante, io sono così divino da dovermi mettere in ginocchio davanti a me stesso. Comprendo cosa è sacro, comprendo l’Amore, lo prendo con me. Mi inginocchio al mio Desiderio, mi inginocchio al cospetto di Dio.

E non mi sposto, e non mi sposterò mai più, e non mi farò spostare. Avvicinarsi al mio Io desiderante è avvicinarsi al Dio della vita. E no, non permetterò ad altri di ricacciarmi nel gorgo del sacrificio. Lo comprende bene lo scriba quando dice che questo avvicinamento “vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. E comprende, in quel preciso momento, che quando incontrerà anche solo l’ombra del sacrificio, quando verrà esaltata la sopportazione o idealizzata la richiesta di rinunciare alla propria singolarità, lì lui saprà che Dio non c’è. Fosse anche la descrizione di una vocazione che si ritiene esemplare lì Dio è lontano, non c’è, perché non c’è Dio lontano dal Desiderio profondo della vita. La vita non va sacrificata va avvicinata, amata, ascoltata. Che poi è quello che cerchiamo per la nostra storia: qualcuno che si avvicini senza farci male e che ci aiuti ad essere all’altezza del nostro desiderio di felicità.

Non sei lontano dal regno” dice Gesù, non poteva usare parole migliori, non essere lontano significa essere in lento commovente continuo avvicinamento al cuore della Vita.

XXXI Tempo Ordinario B 2018