Carne d’Amante XXVIII del tempo ordinario B

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Carne d’amante

(Sapienza 7, Ebrei 4, Marco 10)

domenica 14 ottobre 2018, XXVIII del tempo ordinario B

E in quella corsa tutte le strade, le traiettorie, i cammini consumati in una vita intera. E poi lui che si mette in ginocchio a riassumere uno stile di preghiera, un fare, un dire, un corpo che si muove al tempo liturgico insegnato dagli anziani. E un grande sogno dentro, quello sembra chiaro, la “vita eterna”, come non sprecarla questa vita, lui, il tale, su quel sogno non ha dubbio, gli hanno detto in mille persone che quello è il sogno giusto da sognare e lui, dalla giovinezza, mette in atto tutto ciò che gli viene detto per dare forma a quel sogno. Obbedisce, esegue, si fida, si impegna a vivere secondo le altrui attese, in questo è uno dei migliori. Ora manca il tassello legato a questo nuovo maestro che tutti dicono così profondo e saggio, lui si avvicina esponendosi senza censure con tutta la sicurezza che hanno i devoti, mette in atto un campionario perfetto di umanità religiosa, anche le labbra non lo tradiscono: “Maestro buono”. Espressione esagerata, sovrabbondante, enfatica. Come spesso è la religione. Il tale cerca risposta. O cerca conferme.

E mentre è lì, mentre Gesù lascia depositare in un istante la nuvola di entusiasmo, mentre tutto si ricompone dando profilo ad un uomo devoto entusiasta in ginocchio e mentre il tale si aspetta una risposta (e magari un elogio) Gesù gli impone l’urto di una domanda: “perché mi chiami buono?”

Cercava risposte, e trova una domanda. Cercava conferme e trova un dubbio. E questa è la fede. E questo è l’inizio di ogni cammino di fede. Non solo l’inizio ma la costante veritativa del nostro agire. Un “perché” seminato con tenera violenza in cuore a ogni nostro movimento vitale. Perché corri? Per chi? Perché ti inginocchi qui, ora? Cosa stai cercando? Perché quelle parole troppo solenni? Perché quelle scelte nella tua vita? Perché mi chiami buono?

Una domanda, sempre e solo una domanda può farci partorire a vita nuova. Ma bisogna reggere l’urto della domanda. Perché l’interrogativo ci respinge, è spinta a rientrare dentro di noi, a cercare in noi le ragioni della vita. Come se Gesù dicesse a quel tale di smettere di cercare fuori da sé le ragioni della vocazione, deve cercarle dentro di sé: “perché sei qui, adesso? Per cercare conferme? Perché ti dica cosa devi fare?” Cosa devi fare lo sai già: e Gesù riassume i comandamenti, e il tale conferma.

Allora Gesù prova. Dopo aver dato forma ad un interrogativo decide di afferrarlo, l’interrogativo, si aggrappa a quel punto di domanda così penetrante e inizia a scendere nel cuore del tale, prova a farsi largo tra le apparenze, tra le finte sicurezze, tra le imitazioni religiose… si aggrappa a quell’interrogativo penetrante e diventa lui stesso penetrante: fissa quel tale e gli entra dentro. Lo guarda e lo ama. E noi comprendiamo la prima lettura. Questa è sapienza. Non un sapere, non un fare, non la ricchezza, non l’oro, non la salute, non la bellezza, la sapienza è… “implorai e venne in me lo spirito di sapienza”: Gesù è la sapienza che scende in cuore implorante di uomo, è uno sguardo a scendere nella carne della vita, a incarnarsi dentro una storia. Gesù fissò lo sguardo su di lui lo amò. Gesù fa l’amore con questo tale, cerca casa nella sua storia. Sapienza è questo e solo questo: fare spazio all’Amore del Padre, sapiente è colui che lascia danzare Dio tra le carni, sapiente è un abbandono a quello sguardo, a quella discesa violenta e tenera, spietata e adulta, disarmante. Sapiente è chi si lascia andare in un abbraccio appassionate, sapiente è chi si lascia abitare dall’amore. Sapiente è l’uomo che cede a quello sguardo. Sapiente è l’uomo che sa bene che dopo l’Amore nulla sarà più come prima e dovrà portarne il peso. E non sarà mai più un gioco. Sapiente è “un tale” che se accetta di fare l’Amore con quello sguardo penetrante scoprirà un nome, dovrà esporsi, dovrà ubbidire a se stesso, dovrà far nascere l’Amore in lui e la fede non sarà più un gioco a chi arriva per primo alla corsa dal maestro, a chi si inginocchia meglio, a chi formula la migliore domanda, a chi recita meglio la parte del devoto. Sapiente è chi accetta che l’Amore entri e che poi gli chieda conto: e il conto, dolcissimo e terribile perché definitivo è: lasciare che l’altro dica il mio nome.

Lo sa, il tale del Vangelo, che quello che sta vivendo è un gioco pericoloso. E anche noi lo capiamo, serve coraggio a esporsi davvero ad uno sguardo d’Amore perché non sai mai come ti riconsegna, dopo, a te stesso.

“Una cosa sola ti manca”: all’uomo perfetto che corre, si inginocchia e prega ed è il primo tra gli umili Gesù dice: adesso devi perderti. Ringrazia la tua vita, ringrazia incontri, catechismi, libri e veglie di preghiera, ringrazia tutto e tutti per quello che ti hanno dato, e detto, per come ti hanno riempito di attenzioni e di amore, adesso però basta, alleati con la tua parte mancante. Se vuoi fare l’Amore con questo sguardo, se senti che questa penetrazione amorevole può essere il centro intorno a cui ripartire deve imparare lo stile dell’amante. E lo stile di chi ama è: abitare la mancanza. C’è un vuoto dentro e più sei amato e più questo vuoto si dilata.

Io non credo che la differenza sia da cercare tra celibi e sposati, ma tra mancanti e saturi. Solo chi ama, in qualsiasi forma scelga di farlo, vive questa mancanza. Gli amanti sentono la mancanza, i religiosi spesso no, troppo pieni di un fare che chiamano Dio. Gesù prima riempie quel tale con il suo sguardo e poi lo avverte, se lo tolgo, se non ti guardo più, tu non riuscirai più a vivere, comincerai a cercarmi da mancante, da bellissimo mendicante di vita. Il cristiano è un mendicante di sguardi.

“Va’, vendi quello che hai”. Perché gli amanti sono nudi. Spogliati, di tutto quello che hai ma più ancora di tutto quello che credi di essere, di quello che gli altri volevano da te. Spogliati, mettiti nudo, lascia che lo sguardo d’Amore ti accarezzi in ogni angolo, baci ogni centimetro della tua pelle. Questo entrare dentro è proprio anche della Parola, che “penetra fino al punto di divisione dell’anima”, seconda lettura, c’è un evidente erotismo della Verità. Dove l’Amore che cerca un corpo non ha nulla di peccaminoso ma tutto di vitale. Vuoi rinascere? Diventa corpo d’Amore.

“E dallo ai poveri”, non dice di “fare la carità”, dice di uscire dalla logica del precetto per andare a incontrare i poveri cioè la comunità di mancanti. Tutti siamo poveri perché tutti siamo mancanti.

“E vieni e seguimi” perché solo seguendo Gesù scopri che il Buono si è fatto carne. E quella carne che ti fissa il cuore sta narrando la bontà. Seguire Gesù per imparare da lui come si guardano i mancanti, con tenerezza, riconoscendo che ogni carne, se si scopre mancante, può far fiorire il Buono. Seguire Gesù perché solo seguendo lui la nostra mancanza diventa possibilità, dilatazione accogliente, culla di nuove rinascite o sepolcro di resurrezione, noi siamo spazio affamato, noi siamo vivi per accogliere l’Amore. Noi siamo carne mancante, noi siamo mendicanti di vita, noi siamo amati, noi siamo nudi, noi siamo un corpo d’Amore. Vocazione è non chiamare più nessuno “buono”, ma fargli spazio.

XXVIII Tempo Ordinario B 2018

Ricordo a tutti che sono aperte le iscrizioni per le giornate di novembre in preparazione all’Avvento, per info: alexd31575@yahoo.it

https://alessandrodeho.com/2018/10/07/giornate-di-riflessione-in-liguria/

3 commenti

  1. “I poveri mi hanno insegnato che l’unico dogma é la carne, Dio é nella realtá e non nelle idee. La realtá, persino nella sua miseria, é molto piú bella degli ideali piú sublimi. Cosí é stato: il Vangelo non mi ha portato a Dio, bensí verso la realtá e lí ho trovato Dio.” cit. Pablo d’Ors in L’oblio di sé

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  2. Grazie Don Alessandro per questa preziosa omelia e per le cose che ci hai detto e insegnato durante gli esercizi spirituali a Marola appena conclusi:”Rinascere nel quotidiano”.Partire dalla vita e portare ai fratelli Gesù e riconoscere nei fratelli Lui.Essere immagine visibile di Dio invisibile ricordando che Dio si fida di noi pur non essendo perfetti.Spogliarsi di ciò che abbiamo percseguirLo e mangiare la sua Carne e bere il suo Sangue facendoci simile a Lui
    Teresa

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  3. Grazie Don Alessandro per questa preziosa omelia e per le cose che ci hai detto e insegnato durante gli esercizi spirituali a Marola appena conclusi:”Rinascere nel quotidiano”.Partire dalla vita e portare ai fratelli Gesù e riconoscere nei fratelli Lui.Essere immagine visibile di Dio invisibile ricordando che Dio si fida di noi pur non essendo perfetti.Spogliarsi di ciò che abbiamo per seguirLo e mangiare la sua Carne e bere il suo Sangue facendoci simile a Lui
    Teresa

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