Ma il mio nome, il mio, chi lo canta? XXVII del tempo ordinario B

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Ma il mio nome, il mio, chi lo canta?

(Genesi 2, Salmo 127, Marco 10)

domenica 7 ottobre 2018, XXVII del tempo ordinario B

Niente può inceppare la perfezione della Creazione del Signore Onnipotente. E proprio il Niente la inceppa, infilandosi nel cuore dell’umano. E quando il Niente si dilata in cuore d’uomo è come se la Vita si consegnasse, sfinita, alla fine. L’uomo si sente solo, perché Niente lo riempie, e inizia, inevitabile, un processo di de-creazione, come se il mondo venisse mangiato dalla solitudine, perché non esiste possibilità di sospensione, di attesa, perché o la vita vive oppure muore, la solitudine si nutre di immobilità. È il suicidio del creato.

Il flusso vitale non può fermarsi, non può essere Niente, fermarlo è morire. Sarà sempre così. Creare o De-creare, nessuna via di mezzo, sarà il nostro destino fino alla fine dei giorni.  “Ogni cosa che non si rigenera degenera”, diceva Edgar Morin, la solitudine è la degenerazione dell’umano. E il Signore Dio se ne preoccupa da subito. Ne va anche della Sua di identità. Il Signore è preoccupato per la degenerazione della creatura. Anche l’Onnipotente si degenera nella solitudine.

Ad opporsi alla degenerazione si impara, anche a generare vita si impara. È esercizio. Si impara ad aggrapparsi alla vita prima di tutto cantandola, dando nome alle cose. Questo insegnano le prime pagine di Genesi. È il primo passo, non basta, ma è tenerissimo. La vita si srotola davanti ai nostri occhi e noi possiamo almeno balbettare un canto, la nostra voce nomina l’esistente, lo canta, dona suono a ciò che gli occhi vedono. Dare nome ai con-sorti, a chi condivide la sorte di essere in questo momento nello stesso spazio di mondo.

La parola è il primo passo per uscire dal niente, la prima mossa contro quella solitudine che è già morte. La parola è liturgia sacra, è creativa. E non c’è via di mezzo, quando con la parola non canta il Creato la parola stessa lo distrugge, se il canto è muto la Vita si interrompe, se non si trovano parole buone, se siamo accartocciati nel pressapochismo, grezzi o volgari, il mondo si incepperà. Se non cantiamo il mondo anche il mondo si sentirà solo, svanirà. La parola è la nostra prima grande responsabilità. La parola è la prima paternità, la prima cura, il soffio sonoro vitale, l’Invisibile Presente, il divino che vibra in noi.

Il Creatore educa l’uomo alla relazione facendo sfilare davanti a lui la bellezza dell’Universo, una vita che non esisterebbe se lui non le trovasse nome. Non è soluzione, ma è primo indispensabile passo.

Ma anche in mezzo a mille canti la solitudine rimane comunque sempre lì, a minaccia, in mezzo al cuore, come aneurisma minaccioso, la solitudine rimane a minacciare anche quando abbiamo cantato la vita con fantasia, impegno e onestà. Rimane sempre un Niente a consumarci dentro fino a quando capiamo che non basta “cantarla la vita”, è importante, ma non basta. Fino a quando non comprendiamo che, oltre a “cantare” occorre “esserne cantati”, oltre a darlo il nome occorre anche imparare a riceverlo.  Dare nome, si capisce bene in Genesi, è solo il primo passo per riconoscere una domanda radicale, l’unica che può salvarci: “ma il mio, di nome, chi lo canta? Chi mi trattiene in vita?”. Solitudine, de-generazione è “non trovare aiuto che corrispondesse”, non trovare risposta, non avere al mondo nessuno in grado di raccontare chi sono io.

Che    nome mi dai?” è la richiesta implicita degli amanti, “chiamami! Dammi nome, pronunciami all’infinito, strappami dall’oblio, mostrami chi sono, svelami la mia identità”.

È commovente questo secondo passaggio, la solitudine è il momento di morte che esplode nel cuore quando nessuno si china sulla mia esistenza per svelarmene il mistero. Per cantare la vita che io non vedo se tu non me la racconti. Si resiste alla solitudine, si argina la morte, solo se siamo raccontati con amore e devozione. La violenza più grande è il silenzio sulla nostra identità. Più degli insulti ci ferisce l’abbandono. L’abuso più feroce è il disinteresse sul nostro destino.

Nel racconto di Genesi, a un certo punto, scende il torpore, gli occhi si chiudono per fare spazio al mistero. L’altro che narra di me viene da un luogo che io non conosco, viene dalla mia Origine, e il primo mistero è proprio quello della nostra Origine. Veniamo da un’estasi d’Amore, da due corpi che hanno abitato per un attimo d’orgasmo lo spazio misterioso dell’estasi, dell’essere fuori di sé, in un luogo misterioso. Anche chi mi corrisponde viene dal mistero, io non la conosco, io ero nel torpore quando lei è nata, ecco perché chiedo a lei di raccontarmi cosa vede, ecco perché la imploro di cantarmi, solo chi viene dal Mistero può trovare la melodia per disegnare cosa io non vedo di me. E mi commuovo quando anche lei chiede a me la stessa cosa. E cantando l’amore ci accorgiamo che il mondo non può vedere ciò che noi vediamo. Gli amanti si raccontano, per poi prendersi per mano e andare insieme, anche solo per pochi istanti, ad abitare quell’attimo di estasi da cui tutto nasce. Dio è quell’orgasmo d’Amore.

Solo chi ama strappa dalla solitudine. E non per niente chi ama nasce da una costola, arriva esattamente dal punto dove la vita è mancante e ferita. Solo chi accoglie, amandola, la mia carne ferita, imperfetta, segnata dagli eventi, solo chi commosso si china sulla mia incompiutezza, sulla mia mancanza, sulla mia fame, senza pretesa di riempirla totalmente ma con il gusto umile di chi decide di condividerla, solo lei può corrispondere alla vita.

Unica resistenza possibile alla morte è decidere di affidare il nostro cuore a chi, cantando, con le lacrime agli occhi, vede e ci consegna ciò che noi non possiamo vedere di noi stessi, accarezza le nostre ferite, condivide la nostra incompiutezza. Stare, cantando, non da soli, con gli occhi gonfi di nostalgia rivolti al Mistero dell’Origine chiamandolo Approdo, accarezzandosi le ferite, ringraziando per il senso di incompletezza, che è spazio creato per accogliere l’altro.

Nel vangelo i Farisei provano a mettere alla prova Gesù, e Gesù è solo, solo come quando chi ci dovrebbe essere consorte non ha interesse a cantare il mistero ma pretende di possederci, di usarci, e ci mette alla prova. Chi mette alla prova non conosce l’amore. Gesù risponde al tranello con la stessa logica dell’attacco. Legge per legge. In verità prova anche ad accennare che la funzione della legge dovrebbe essere quella di mantenere vivo e caldo il cuore. Non sembra funzioni. Nemmeno i discepoli capiscono. E allora non resta che un segno. Apre le braccia ai bambini, apre le braccia come un bambino. Ed è Genesi. Apre le braccia al frutto degli istanti di estasi amorosa. Apre le braccia al canto fatto carne nell’intreccio di un uomo e di una donna. Apre le braccia alla vita che proviene da una femminile ferita. Apre le braccia come un grembo che si riempie per nove mesi e poi lascia andare. Apre le braccia a spalancare gli occhi dei padri e delle madri su quell’Origine che riempie e svuota. Apre le braccia, ad accogliere il frutto delle persone che provano a corrispondere insieme a questo mistero che chiamiamo Vita.

XXVII Tempo Ordinario B 2018

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