Io ti ho salvato la vita, ricordi? XXX del tempo ordinario B

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Io ti ho salvato la vita, ricordi?

(Marco 10)

domenica 28 ottobre 2018, XXX del tempo ordinario B

 

Mi hai fatto pena. Ho avuto paura per te. La folla ti era quasi addosso, la folla è pericolosa, la folla bracca le sue prede, la folla azzanna, la folla si nutre della carcassa della vittima. Ho avuto paura per te, per la tua povertà, per la tua totale fiducia negli uomini, per il tuo candore. Ho avuto rabbia verso quella folla che non vuole vedere la verità. Eravamo a Gerico, e io ho sentito distintamente che tu eri la preda e loro erano a caccia, affamati, loro erano animale ben addestrato, addestrato ad uccidere senza pietà.

E allora ho pensato ad un miracolo. Per salvarti. Lì, in mezzo alla folla, mi son messo a gridare forte, come a voler abbattere un muro con la forza del suono, ho urlato a più riprese, come fosse un diversivo, ho attirato l’attenzione su di me ma l’ho fatto solo per toglierti dalla trappola. Almeno non sei morto a Gerico Gesù. Almeno quel giorno non ti hanno preso. Tu uscivi dalla città ma loro ti erano troppo addosso e io non volevo ti facessero del male. E allora mi son messo a gridare, ho attirato l’attenzione su di me, su di un povero mendicante, cieco, io, il figlio di Timeo, Bartimeo, quel giorno ti ha salvato la vita.

Non ho fatto altro che mettere in pratica quella che è la mia professione: mendicante. Che poi, secondo me, è il mestiere di tutti solo che la maggioranza delle persone si dimentica e crede di dominarla la vita, di portarla dove vuole. Di guadagnarsela. Illusi, noi viviamo di elemosina. Elemosiniamo tutto l’essenziale: dall’aria all’amore. Quello che guadagniamo con le nostre forze è quasi sempre illusione. E siamo belli noi mendicanti, ciechi, perché lo sguardo può essere la prima arma di violenza, perché con lo sguardo si può uccidere, perché dal buio io non ti faccio paura, non ti giudico. Siamo credenti, credenti veri, noi mendicanti, perché dobbiamo fidarci. E siamo dei santi, perché rendiamo migliori le persone, se accettano, di farci la carità loro diventano migliori. Grazie a noi. Ed è questa la vera essenza della fede no? Rendere migliore il mondo, altrimenti tutto sarebbe una gara tra i più buoni, una gara a “chi vuole essere primo tra tutti”. Ecco noi siamo gli schiavi di tutti, e rendiamo migliore il mondo. Comunque, quel giorno fui io a salvarti la vita, a strapparti dalle mani di quella folla adorante. Sì, lo hai capito, io la folla la odio. E allora ti ho chiamato fuori. E tu hai capito. Lo stile del mendicante dico, lo hai capito subito e allora lo hai messo in atto: io avevo aiutato te a fuggire dal linciaggio religioso e tu hai aiutato i soliti quattro subito pronti ad aiutarti: hai chiesto aiuto a loro “chiamatelo!”. Potevi farlo tu e invece hai voluto mendicare aiuto. E io ho capito che mi stavi già ringraziando.

Quei tuoi due amici sono usciti dalla folla con il sorriso degli eletti, non gli avrei dato molta fiducia ma, come spesso succede, basta chiedere e le persone mostrano inattese capacità: quei tuoi amici sono andati a scovare chissà dove un pugno di parole perfette, sembravano perle scelte per essere infilate al momento giusto nel posto giusto, un miracolo: “coraggio, alzati, ti, chiama”. Una poesia. Non una parola di troppo, l’essenziale. Chiamandoli, elemosinando il loro aiuto li avevi salvati dalla banalità. E allora io non potevo che continuare.

Coraggio: e io ho tolto il mantello, mi sono liberato dalle protezioni, dai muri, dai pregiudizi, dalla paura della folla, perché ogni odio nasconde abissi di timore. Mi sono liberato del mantello Gesù, l’unica cosa che avevo, protezione, peso, cappa. E la folla ha visto il coraggio. Io, il cieco, sono stato la luce, per la folla. Ho messo in luce le parole.

Alzati: e io mi sono alzato, in piedi, sono risorto, quasi non ricordavo più nemmeno cosa volesse dire. Un equilibrista sul lato della strada, la folla, muta sgranava occhi di meraviglia su di me, li stavo salvando, li stavo riportando alla luce, che le parole hanno un potere, le parole cambiano il mondo, le parole rialzano da terra chi è caduto.

“Ti”: un quasi niente, eppure tutto. L’amore non è mai generico, non si ama per categoria. L’amore stava raggiungendo proprio me. E io rispondevo. E presi una manciata di “ti”, e la lanciai simbolicamente contro la folla, che ognuno di loro si sentisse chiamato personalmente, che la smettessero di essere grumo di persone, ognuno di loro, ognuno, aveva il diritto di sentirsi amato personalmente. Stavamo salvando la folla insieme vero Gesù? Loro ascoltavano te e guardavano me, che coppia, due bellissimi mendicanti di vita.

“Chiama”. Vedi come è la vita? Credi di chiamare e ti senti chiamato, credevi di salvare e ti senti salvato. Ti avevo chiamato io Gesù. Sono stato io a chiamarti, ma tu hai voluto farmi capire che la vita è davvero strana. Che chi chiama, se accetta di essere anche chiamato, si trova al centro di una relazione in grado di cambiare la vita. Stavo perdendo i punti di riferimento. Chi stava aiutando chi? La folla, intanto, stupita, vedeva parole che diventavano carne, vedeva le tue parole che trasformavano la vita di un povero cieco e si sentiva di essere al cospetto del Creatore.

E poi quella domanda. La tua. Domanda di chi mi stava dicendo che aveva capita tutto. Domanda di uno che mi stava già ringraziando: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. Già, perché fino a quel momento a salvarsi erano stati tutti gli altri. Prima io avevo salvato te. Poi tu avevi salvato i tuoi amici, poi insieme avevamo salvato la folla. Ma io? Sì, ero in piedi, ma io, il mendicante cieco di cosa potevo avere bisogno. Della vista? Era troppo poco. Di vedere in altro modo, quello sì. Io volevo salvare te e tu mi hai mostrato che la folla in fondo non è poi così male, che se elemosini da loro può uscire qualcosa di buono e allora… “che io veda… di nuovo”, cioè che io riesca a vedere gli altri con un nuovo sguardo, senza giudizi di condanna, che io riesca a guardare il mondo come lo guardi tu Signore.

Il finale lo sai, io mi sono messo a camminare dietro a te proprio nel cuore di quella folla che avevo odiato con tutto me stesso. Camminavo e guardavo negli occhi e vedevo volti, per la prima volta vedevo volti e sorrisi e possibilità. Mi hai salvato la vita Signore, ci siamo salvati la vita, è bastato elemosinarla e lei è venuta. Ora i miei occhi sono di nuovo misericordiosi, e un po’ più simili ai tuoi.

XXX Tempo Ordinario B 2018

L’Amore ci serve XXIX del tempo ordinario B

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L’amore ci serve

(Isaia 53, Ebrei 4, Marco 10)

domenica 21 ottobre 2018, XXIX del tempo ordinario B

 

E allora Gesù interroga il loro desiderio. E insieme interroga il nostro. “Cosa volete che io faccia per voi?”. Ad accogliere questa domanda sono Giacomo e Giovanni, due fratelli, due discepoli, due che hanno trovato il coraggio di guardare Gesù negli occhi, due che hanno sulle labbra il sapore onesto e grezzo, comunque vero, di una richiesta apparentemente sfacciata “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”, che poi è la domanda che abita il cuore della nostra fede, di ognuno di noi, se abbiamo il coraggio di dircelo. Perché è inutile girarci intorno anche noi vogliamo, pretendiamo, che Dio faccia qualcosa per noi, almeno renderci un po’ felici. Che l’Amore ci serve, visto che non abbiamo scelto noi di venire al mondo, che almeno ci sia un po’ di felicità! E allora, sfacciatamente, in libertà: che inizino le danze delle richieste, senza quel falso pudore di chi finge totale gratuità, senza quel silenzio ipocrita degli altri dieci che, dietro le quinte, gelosi e curiosi, attendevano di vedere come finiva l’incontro. Cadano oggi le impalcature: l’amore ci serve, ci serve come l’aria, come l’acqua, come il sole, e noi lo pretendiamo. Vogliamo anche noi Signore che tu faccia qualcosa per noi.

Gesù accetta la sfida, danza, nessuna risposta ipocrita, nessuna umiliazione dei richiedenti amore, però risponde con una domanda: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Quello che Gesù fa è: interrogare il loro desiderio. Come a dire che desiderare è cosa seria e pretendere vita ancora di più. Come a chiedere a tutti noi se siamo così raffinati, oggi, da sapere davvero quello che vogliamo da lui e da noi. Perché l’impressione è che non sappiamo dare forma ai nostri desideri, abbiamo in cuore un vago groviglio di bisogni che però non sono desideri. Sono illusioni di tranquillità, sono bisogni di sopravvivenza. Gesù mette in guardia i due: desiderare, chiedere, interrogare l’Amore è cosa seria. Sicuramente vi farete male.

E infatti si fanno male: “concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla destra e uno alla tua sinistra”. Chissà cosa avevano in mente. Chissà quale modello di felicità. Non lo so, so che la risposta di Gesù è infinita, è potente, è coraggiosa: “voi non sapete quello che chiedete”. E io credo che in questa risposta ci siamo tutti noi, che non sappiamo quello che chiediamo, perché chiediamo troppo poco. Non basta stare vicino al Senso della vita, nemmeno fosse Gesù in persona, non basta stare a destra o a sinistra della Vita, bisogna starne al centro. E poco importa se non sarà il posto d’onore che tutti ammirano, l’importante è che sia il nostro centro. Non basta la destra o la sinistra occorre prendere posto nell’unicità della nostra esistenza. Richiesta vera è quella di trovare il coraggio per assumere la nostra unicità, per imparare a sederci nel cuore della nostra singolarità. Piccola, ammaccata, nascosta, fragile, apparente insignificante: ma è la nostra. Unica vocazione è quella di sederci esattamente nel cuore di ciò che siamo.

“Voi non sapete quello che chiedete”, no, Signore, non lo sappiamo, non siamo abbastanza coraggiosi da interrogare seriamente il nostro desiderio, siamo educati all’obbedienza cieca, all’imitazione, siamo ridotti a cercare conferme, al massimo posti d’onore. Interrogare il desiderio è rischioso, fa male, vuole il coraggio di deludere le aspettative e le altrui attese, vuole libertà sulle pretese. Forse credere non è altro che arrivare ad assumere la vertiginosa responsabilità di se stessi.

“Potete bere il calice che io bevo o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?” perché desiderare è questo, vertigine e abisso: è bere la vita fino in fondo è immergersi nella vita fino a perdere il respiro. Bere con tanta sete da prendere della vita tutto, semplicemente tutto, fino all’ultima goccia, dal latte del seno di Maria all’aceto tra labbra increspate di dolore dall’alto di una croce. In mezzo semplicemente tutto. Desiderare è bere la vita che viene senza sprecarne niente. Nemmeno il rifiuto e il tradimento, calice amaro, ma aspetto reale e possibile di ogni vita. Bere, prendere tutto, desiderio di provare ad amarlo l’uomo, comunque, anche quello che ci rifiuta. E poi immergersi senza ritegno in ogni aspetto della realtà, non pretendere mai una vita su misura ma lasciare che la vita ci invada con tutta se stessa, che ci tolga il fiato. Desiderare, desiderare davvero, non è stare alla destra o alla sinistra ma dentro, immersi, nel cuore, anche nel cuore di tenebra, dell’esistenza. Amarla così tanto la Vita da perdere il fiato per lei. La Vita chiede innamoramento non semplice prossimità, e l’innamorato beve e si immerge nell’amore, magari si rovina pure, ma non si chiama mai fuori. “Li amò sino alla fine”.

“…non sta a me chiederlo è per coloro per i quali è stato preparato”. E poi Gesù è bellissimo perché parla di mistero. Desiderare è non sapere cosa la Vita ha preparato per noi. Neanche Gesù poteva sapere all’inizio come sarebbe andata a finire la sua avventura tra gli uomini, il desiderio è tale se conserva il mistero. Altrimenti è progetto, ma è cosa da calcolatori. Il desiderio è parente dell’Infinito, delle Stelle e del Mistero. E quello ti viene incontro un passo alla volta, se vuoi.

Aiutaci Signore a non perdere la forza di reggere il mistero. Il futuro ha senso se non è ancora svelato. Perché la felicità non è essere paghi della completa uniformità tra attese personali e realtà, quella è la triste contabilità degli impauriti. Felicità non è godere che se tutto procede come da copione, felicità vera è amare la vita che viene. Così come viene. E stupirsi e arrabbiarsi e non avere mai in cuore la pretesa di indirizzare gli eventi ma, dentro il misterioso e spesso ubriaco succedersi delle cose: stare, semplicemente stare, ma al centro, dentro la nostra vita, starci da uomini, assumerla, amarla. Amare lei, e in lei, ogni volto, ogni possibilità, ogni parola, ogni ferita, ogni umiliazione, ogni carezza, ogni curva imprevista, ogni sì e ogni no…perché amare non significa pretendere ma accogliere. Anche quando fa male. Ecco, forse non abbiamo abbastanza coraggio per interrogare il nostro desiderio perché la risposta sarebbe questa: che la vita chiede di essere servita.

Chi vuole essere il primo sarà schiavo di tutti” no, non è invito alla umiliazione ma al rispetto per la vita. Che lei venga, si palesi per come può, che mi guardi con i suoi occhi spesso indecifrabili, a volte bambina a volte belva. Che faccia le fusa quando vuole, che mi azzanni al cuore se crede, che mi spinga a morire di risate gratuite o mi lasci marcire nella solitudine più amara, ma che venga con libertà. Io non starò più alla sinistra o alla destra di nessuno io sarò schiavo della vita, suo servitore, suo amante, suo tutto. Io sarò suo e mentre mi consegnerò liberamente a questa passione, mentre mi crocifiggerò a questa realtà, mentre berrò e mi immergerò imparerò a perdonare di cuore, e allora saprò che il desiderio che ho assunto mi ha trasformato, immagine e somiglianza dell’Amore. Era quello che davvero desideravo.

XXIX Tempo Ordinario B 2018

Ricordo a tutti che sono aperte le iscrizioni per le giornate di novembre in preparazione all’Avvento, per info: alexd31575@yahoo.it

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Carne d’Amante XXVIII del tempo ordinario B

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Carne d’amante

(Sapienza 7, Ebrei 4, Marco 10)

domenica 14 ottobre 2018, XXVIII del tempo ordinario B

E in quella corsa tutte le strade, le traiettorie, i cammini consumati in una vita intera. E poi lui che si mette in ginocchio a riassumere uno stile di preghiera, un fare, un dire, un corpo che si muove al tempo liturgico insegnato dagli anziani. E un grande sogno dentro, quello sembra chiaro, la “vita eterna”, come non sprecarla questa vita, lui, il tale, su quel sogno non ha dubbio, gli hanno detto in mille persone che quello è il sogno giusto da sognare e lui, dalla giovinezza, mette in atto tutto ciò che gli viene detto per dare forma a quel sogno. Obbedisce, esegue, si fida, si impegna a vivere secondo le altrui attese, in questo è uno dei migliori. Ora manca il tassello legato a questo nuovo maestro che tutti dicono così profondo e saggio, lui si avvicina esponendosi senza censure con tutta la sicurezza che hanno i devoti, mette in atto un campionario perfetto di umanità religiosa, anche le labbra non lo tradiscono: “Maestro buono”. Espressione esagerata, sovrabbondante, enfatica. Come spesso è la religione. Il tale cerca risposta. O cerca conferme.

E mentre è lì, mentre Gesù lascia depositare in un istante la nuvola di entusiasmo, mentre tutto si ricompone dando profilo ad un uomo devoto entusiasta in ginocchio e mentre il tale si aspetta una risposta (e magari un elogio) Gesù gli impone l’urto di una domanda: “perché mi chiami buono?”

Cercava risposte, e trova una domanda. Cercava conferme e trova un dubbio. E questa è la fede. E questo è l’inizio di ogni cammino di fede. Non solo l’inizio ma la costante veritativa del nostro agire. Un “perché” seminato con tenera violenza in cuore a ogni nostro movimento vitale. Perché corri? Per chi? Perché ti inginocchi qui, ora? Cosa stai cercando? Perché quelle parole troppo solenni? Perché quelle scelte nella tua vita? Perché mi chiami buono?

Una domanda, sempre e solo una domanda può farci partorire a vita nuova. Ma bisogna reggere l’urto della domanda. Perché l’interrogativo ci respinge, è spinta a rientrare dentro di noi, a cercare in noi le ragioni della vita. Come se Gesù dicesse a quel tale di smettere di cercare fuori da sé le ragioni della vocazione, deve cercarle dentro di sé: “perché sei qui, adesso? Per cercare conferme? Perché ti dica cosa devi fare?” Cosa devi fare lo sai già: e Gesù riassume i comandamenti, e il tale conferma.

Allora Gesù prova. Dopo aver dato forma ad un interrogativo decide di afferrarlo, l’interrogativo, si aggrappa a quel punto di domanda così penetrante e inizia a scendere nel cuore del tale, prova a farsi largo tra le apparenze, tra le finte sicurezze, tra le imitazioni religiose… si aggrappa a quell’interrogativo penetrante e diventa lui stesso penetrante: fissa quel tale e gli entra dentro. Lo guarda e lo ama. E noi comprendiamo la prima lettura. Questa è sapienza. Non un sapere, non un fare, non la ricchezza, non l’oro, non la salute, non la bellezza, la sapienza è… “implorai e venne in me lo spirito di sapienza”: Gesù è la sapienza che scende in cuore implorante di uomo, è uno sguardo a scendere nella carne della vita, a incarnarsi dentro una storia. Gesù fissò lo sguardo su di lui lo amò. Gesù fa l’amore con questo tale, cerca casa nella sua storia. Sapienza è questo e solo questo: fare spazio all’Amore del Padre, sapiente è colui che lascia danzare Dio tra le carni, sapiente è un abbandono a quello sguardo, a quella discesa violenta e tenera, spietata e adulta, disarmante. Sapiente è chi si lascia andare in un abbraccio appassionate, sapiente è chi si lascia abitare dall’amore. Sapiente è l’uomo che cede a quello sguardo. Sapiente è l’uomo che sa bene che dopo l’Amore nulla sarà più come prima e dovrà portarne il peso. E non sarà mai più un gioco. Sapiente è “un tale” che se accetta di fare l’Amore con quello sguardo penetrante scoprirà un nome, dovrà esporsi, dovrà ubbidire a se stesso, dovrà far nascere l’Amore in lui e la fede non sarà più un gioco a chi arriva per primo alla corsa dal maestro, a chi si inginocchia meglio, a chi formula la migliore domanda, a chi recita meglio la parte del devoto. Sapiente è chi accetta che l’Amore entri e che poi gli chieda conto: e il conto, dolcissimo e terribile perché definitivo è: lasciare che l’altro dica il mio nome.

Lo sa, il tale del Vangelo, che quello che sta vivendo è un gioco pericoloso. E anche noi lo capiamo, serve coraggio a esporsi davvero ad uno sguardo d’Amore perché non sai mai come ti riconsegna, dopo, a te stesso.

“Una cosa sola ti manca”: all’uomo perfetto che corre, si inginocchia e prega ed è il primo tra gli umili Gesù dice: adesso devi perderti. Ringrazia la tua vita, ringrazia incontri, catechismi, libri e veglie di preghiera, ringrazia tutto e tutti per quello che ti hanno dato, e detto, per come ti hanno riempito di attenzioni e di amore, adesso però basta, alleati con la tua parte mancante. Se vuoi fare l’Amore con questo sguardo, se senti che questa penetrazione amorevole può essere il centro intorno a cui ripartire deve imparare lo stile dell’amante. E lo stile di chi ama è: abitare la mancanza. C’è un vuoto dentro e più sei amato e più questo vuoto si dilata.

Io non credo che la differenza sia da cercare tra celibi e sposati, ma tra mancanti e saturi. Solo chi ama, in qualsiasi forma scelga di farlo, vive questa mancanza. Gli amanti sentono la mancanza, i religiosi spesso no, troppo pieni di un fare che chiamano Dio. Gesù prima riempie quel tale con il suo sguardo e poi lo avverte, se lo tolgo, se non ti guardo più, tu non riuscirai più a vivere, comincerai a cercarmi da mancante, da bellissimo mendicante di vita. Il cristiano è un mendicante di sguardi.

“Va’, vendi quello che hai”. Perché gli amanti sono nudi. Spogliati, di tutto quello che hai ma più ancora di tutto quello che credi di essere, di quello che gli altri volevano da te. Spogliati, mettiti nudo, lascia che lo sguardo d’Amore ti accarezzi in ogni angolo, baci ogni centimetro della tua pelle. Questo entrare dentro è proprio anche della Parola, che “penetra fino al punto di divisione dell’anima”, seconda lettura, c’è un evidente erotismo della Verità. Dove l’Amore che cerca un corpo non ha nulla di peccaminoso ma tutto di vitale. Vuoi rinascere? Diventa corpo d’Amore.

“E dallo ai poveri”, non dice di “fare la carità”, dice di uscire dalla logica del precetto per andare a incontrare i poveri cioè la comunità di mancanti. Tutti siamo poveri perché tutti siamo mancanti.

“E vieni e seguimi” perché solo seguendo Gesù scopri che il Buono si è fatto carne. E quella carne che ti fissa il cuore sta narrando la bontà. Seguire Gesù per imparare da lui come si guardano i mancanti, con tenerezza, riconoscendo che ogni carne, se si scopre mancante, può far fiorire il Buono. Seguire Gesù perché solo seguendo lui la nostra mancanza diventa possibilità, dilatazione accogliente, culla di nuove rinascite o sepolcro di resurrezione, noi siamo spazio affamato, noi siamo vivi per accogliere l’Amore. Noi siamo carne mancante, noi siamo mendicanti di vita, noi siamo amati, noi siamo nudi, noi siamo un corpo d’Amore. Vocazione è non chiamare più nessuno “buono”, ma fargli spazio.

XXVIII Tempo Ordinario B 2018

Ricordo a tutti che sono aperte le iscrizioni per le giornate di novembre in preparazione all’Avvento, per info: alexd31575@yahoo.it

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GIORNATE DI RIFLESSIONE IN LIGURIA

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IN ATTESA DELL’ATTESO

Incontro all’Avvento con le letture della liturgia domenicale, aperta a tutti

venerdì 23 novembre sera- domenica 25 novembre pomeriggio

(ma si può decidere di partecipare anche solo in parte)

BOCCA DI MAGRA (LA SPEZIA)

MONASTERO SANTA CROCE http://www.monasterosantacroce.it

 

Proveremo insieme a leggere ed ascoltare la Parola di Dio che poi ci accoglierà domenica dopo domenica accompagnandoci al Natale.

Inizieremo con la cena di venerdì 23 novembre e termineremo domenica 25 pomeriggio (si può decidere di arrivare dopo o di rientrare prima a casa)

Il luogo in cui vivremo l’esperienza è incantevole, oasi di pace tra collina e mare. sarà bello trovarsi o ritrovarsi (parrocchiani, amici, contatti blog o Facebook, amici di Champorcher e volti nuovi!)

Programma di massima:

Venerdì 23 novembre

Arrivo a Bocca di Magra con mezzi propri

Cena, prima meditazione e compieta

Sabato 24 novembre

Colazione e seconda meditazione

Silenzio o possibilità di colloqui

Pranzo e terza meditazione

Messa

Cena e proposta serale

Domenica 25 novembre

colazione e quarta meditazione

Silenzio o possibilità di colloqui

Messa

Pranzo e Saluti

Il programma più dettagliato verrà comunicato agli iscritti.

 

Per le iscrizioni seguire attentamente questa procedura:

  1. Contattare il monastero Santa Croce. In questo periodo dell’anno il Monastero ci ha proposto la pensione completa ad un prezzo molto interessante (circa 100 euro tutto compreso da venerdì a domenica!). Si può comunque decidere di soggiornare in una struttura esterna oppure, per chi abita nei pressi del convento, di dormire e mangiare a casa e raggiungerci solo per le meditazioni. Nel caso di pernottamento esterno accordarsi con la struttura per eventuali pasti. In ogni caso ognuno gestirà l’iscrizione e il pagamento vitto/alloggio direttamente con la struttura scelta.
  2. Una volta prenotato il soggiorno non resta che mandare una mail a don Alessandro (alexd31575@yahoo.it) indicando:

NOME e COGNOME

DATA E LUOGO DI NASCITA

INDIRIZZO

NUMERO CELLULARE

INDIRIZZO MAIL

TIPOLOGIA DI SOGGIORNO (dove si dorme e mangia nei giorni dell’esperienza)

  1. Oltre alla quota di vitto/alloggio è richiesta un’offerta libera che sarà usata come contributo spese, per aiutare chi eventualmente non riuscisse a coprire interamente il costo del pernottamento, per alcuni progetti futuri. Versamento tramite bonifico bancario intestato a: Alessandro Deho’

Codice IBAN IT55 R030 6953 6411 0000 0006 351

Banca Intesa San Paolo di Treviglio (Bergamo)

Causale: avvento 2018

 

Speriamo di vederci presto, con tantissimo affetto vi abbraccio forte

Don Alessandro

Per qualsiasi informazione contattatemi senza problemi

(cell 338 1187133; alexd31575@yahoo.it)

Ma il mio nome, il mio, chi lo canta? XXVII del tempo ordinario B

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Ma il mio nome, il mio, chi lo canta?

(Genesi 2, Salmo 127, Marco 10)

domenica 7 ottobre 2018, XXVII del tempo ordinario B

Niente può inceppare la perfezione della Creazione del Signore Onnipotente. E proprio il Niente la inceppa, infilandosi nel cuore dell’umano. E quando il Niente si dilata in cuore d’uomo è come se la Vita si consegnasse, sfinita, alla fine. L’uomo si sente solo, perché Niente lo riempie, e inizia, inevitabile, un processo di de-creazione, come se il mondo venisse mangiato dalla solitudine, perché non esiste possibilità di sospensione, di attesa, perché o la vita vive oppure muore, la solitudine si nutre di immobilità. È il suicidio del creato.

Il flusso vitale non può fermarsi, non può essere Niente, fermarlo è morire. Sarà sempre così. Creare o De-creare, nessuna via di mezzo, sarà il nostro destino fino alla fine dei giorni.  “Ogni cosa che non si rigenera degenera”, diceva Edgar Morin, la solitudine è la degenerazione dell’umano. E il Signore Dio se ne preoccupa da subito. Ne va anche della Sua di identità. Il Signore è preoccupato per la degenerazione della creatura. Anche l’Onnipotente si degenera nella solitudine.

Ad opporsi alla degenerazione si impara, anche a generare vita si impara. È esercizio. Si impara ad aggrapparsi alla vita prima di tutto cantandola, dando nome alle cose. Questo insegnano le prime pagine di Genesi. È il primo passo, non basta, ma è tenerissimo. La vita si srotola davanti ai nostri occhi e noi possiamo almeno balbettare un canto, la nostra voce nomina l’esistente, lo canta, dona suono a ciò che gli occhi vedono. Dare nome ai con-sorti, a chi condivide la sorte di essere in questo momento nello stesso spazio di mondo.

La parola è il primo passo per uscire dal niente, la prima mossa contro quella solitudine che è già morte. La parola è liturgia sacra, è creativa. E non c’è via di mezzo, quando con la parola non canta il Creato la parola stessa lo distrugge, se il canto è muto la Vita si interrompe, se non si trovano parole buone, se siamo accartocciati nel pressapochismo, grezzi o volgari, il mondo si incepperà. Se non cantiamo il mondo anche il mondo si sentirà solo, svanirà. La parola è la nostra prima grande responsabilità. La parola è la prima paternità, la prima cura, il soffio sonoro vitale, l’Invisibile Presente, il divino che vibra in noi.

Il Creatore educa l’uomo alla relazione facendo sfilare davanti a lui la bellezza dell’Universo, una vita che non esisterebbe se lui non le trovasse nome. Non è soluzione, ma è primo indispensabile passo.

Ma anche in mezzo a mille canti la solitudine rimane comunque sempre lì, a minaccia, in mezzo al cuore, come aneurisma minaccioso, la solitudine rimane a minacciare anche quando abbiamo cantato la vita con fantasia, impegno e onestà. Rimane sempre un Niente a consumarci dentro fino a quando capiamo che non basta “cantarla la vita”, è importante, ma non basta. Fino a quando non comprendiamo che, oltre a “cantare” occorre “esserne cantati”, oltre a darlo il nome occorre anche imparare a riceverlo.  Dare nome, si capisce bene in Genesi, è solo il primo passo per riconoscere una domanda radicale, l’unica che può salvarci: “ma il mio, di nome, chi lo canta? Chi mi trattiene in vita?”. Solitudine, de-generazione è “non trovare aiuto che corrispondesse”, non trovare risposta, non avere al mondo nessuno in grado di raccontare chi sono io.

Che    nome mi dai?” è la richiesta implicita degli amanti, “chiamami! Dammi nome, pronunciami all’infinito, strappami dall’oblio, mostrami chi sono, svelami la mia identità”.

È commovente questo secondo passaggio, la solitudine è il momento di morte che esplode nel cuore quando nessuno si china sulla mia esistenza per svelarmene il mistero. Per cantare la vita che io non vedo se tu non me la racconti. Si resiste alla solitudine, si argina la morte, solo se siamo raccontati con amore e devozione. La violenza più grande è il silenzio sulla nostra identità. Più degli insulti ci ferisce l’abbandono. L’abuso più feroce è il disinteresse sul nostro destino.

Nel racconto di Genesi, a un certo punto, scende il torpore, gli occhi si chiudono per fare spazio al mistero. L’altro che narra di me viene da un luogo che io non conosco, viene dalla mia Origine, e il primo mistero è proprio quello della nostra Origine. Veniamo da un’estasi d’Amore, da due corpi che hanno abitato per un attimo d’orgasmo lo spazio misterioso dell’estasi, dell’essere fuori di sé, in un luogo misterioso. Anche chi mi corrisponde viene dal mistero, io non la conosco, io ero nel torpore quando lei è nata, ecco perché chiedo a lei di raccontarmi cosa vede, ecco perché la imploro di cantarmi, solo chi viene dal Mistero può trovare la melodia per disegnare cosa io non vedo di me. E mi commuovo quando anche lei chiede a me la stessa cosa. E cantando l’amore ci accorgiamo che il mondo non può vedere ciò che noi vediamo. Gli amanti si raccontano, per poi prendersi per mano e andare insieme, anche solo per pochi istanti, ad abitare quell’attimo di estasi da cui tutto nasce. Dio è quell’orgasmo d’Amore.

Solo chi ama strappa dalla solitudine. E non per niente chi ama nasce da una costola, arriva esattamente dal punto dove la vita è mancante e ferita. Solo chi accoglie, amandola, la mia carne ferita, imperfetta, segnata dagli eventi, solo chi commosso si china sulla mia incompiutezza, sulla mia mancanza, sulla mia fame, senza pretesa di riempirla totalmente ma con il gusto umile di chi decide di condividerla, solo lei può corrispondere alla vita.

Unica resistenza possibile alla morte è decidere di affidare il nostro cuore a chi, cantando, con le lacrime agli occhi, vede e ci consegna ciò che noi non possiamo vedere di noi stessi, accarezza le nostre ferite, condivide la nostra incompiutezza. Stare, cantando, non da soli, con gli occhi gonfi di nostalgia rivolti al Mistero dell’Origine chiamandolo Approdo, accarezzandosi le ferite, ringraziando per il senso di incompletezza, che è spazio creato per accogliere l’altro.

Nel vangelo i Farisei provano a mettere alla prova Gesù, e Gesù è solo, solo come quando chi ci dovrebbe essere consorte non ha interesse a cantare il mistero ma pretende di possederci, di usarci, e ci mette alla prova. Chi mette alla prova non conosce l’amore. Gesù risponde al tranello con la stessa logica dell’attacco. Legge per legge. In verità prova anche ad accennare che la funzione della legge dovrebbe essere quella di mantenere vivo e caldo il cuore. Non sembra funzioni. Nemmeno i discepoli capiscono. E allora non resta che un segno. Apre le braccia ai bambini, apre le braccia come un bambino. Ed è Genesi. Apre le braccia al frutto degli istanti di estasi amorosa. Apre le braccia al canto fatto carne nell’intreccio di un uomo e di una donna. Apre le braccia alla vita che proviene da una femminile ferita. Apre le braccia come un grembo che si riempie per nove mesi e poi lascia andare. Apre le braccia a spalancare gli occhi dei padri e delle madri su quell’Origine che riempie e svuota. Apre le braccia, ad accogliere il frutto delle persone che provano a corrispondere insieme a questo mistero che chiamiamo Vita.

XXVII Tempo Ordinario B 2018