Crocifiggersi a un bambino XXV del tempo ordinario B

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Crocifiggersi a un bambino

(Sapienza 2, Giacomo 3, Marco 9)

domenica 23 settembre 2018, XXV del tempo ordinario B

Cammina ma nessuno deve sapere, non capirebbero, non possono capire. Vengono i brividi se si prova anche solo ad immaginare la solitudine di Gesù. Attraversa la Galilea a fari spenti, parla poco, quasi nulla. Sta in silenzio, non è ancora tempo e mentre aspetta teme che il tempo non verrà mai, ha paura che non sarà mai compreso. A volte quella paura diventa certezza. Sta zitto, lo sa, non può pretendere che in Galilea possano capirlo, e poi cosa dovrebbero capire? Forse sarebbe meglio dire “accettare”, dovrebbero accettare un Dio lontano dalle loro attese. Sta zitto, hanno già fallito tutti  i profeti. Ci sono notti che interroga il Padre: prega, piange, fino all’alba, fino a vedere la luce, vorrebbe riuscire ad aprire gli occhi della gente, mostrare loro una nuova luce e poi e pensa sia molto più facile ridare la vista a un cieco. Ci sono miracoli fuori portata.

Sta zitto Gesù perché l’unica cosa che vorrebbe dire non coincide per nulla con le parole che loro vorrebbero ascoltare. Sta zitto e cammina attraversano la Galilea, non vuole che nessuno lo sappia. Nelle vene, tra le rughe, in forma di lacrima a gonfiare gli occhi, come urgenza sopita, Gesù sperimenta i grumi della solitudine e dell’incomprensione. È già Passione.

Poi si volta verso i discepoli, almeno lì cerca conforto, cerca amici, cerca comprensione, parla loro di consegna, di croce e di risurrezione. E loro non capiscono, nemmeno loro. Occhi spaventati e bocche vuote a masticare silenzi imbarazzati. Nemmeno uno sputo di suono. Gesù è uomo sempre più solo, sempre più spogliato. Incompreso. I discepoli hanno paura persino di chiedere. Hanno paura delle risposte. Non lo interrogano, non lo mettono alla prova. Nemmeno il coraggio dello scontro.

No, non sono come gli empi descritti dalla prima lettura, quelle sono figure infernali, quelle fanno paura perché non temono di incarnare il male assoluto. “Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine (…) mettiamolo alla prova con violenze e tormenti per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione”. Vengono i brividi, ecco dove può arrivare il nostro cuore, sembra già di sentirli, da sotto la croce “se sei figlio di Dio scendi giù!”, sembra di sentire le nostre giustificazioni per quando non vogliamo metterci in gioco… distruggiamo senza pietà gli altri, godiamo degli altrui errori, ci rassicura il tradimento del giusto, la caduta del santo, l’inciampo del perfetto. La rovina del santo è la nostra discolpa, ecco la morale degli infami.

No, i discepoli non sono come gli empi, hanno solo paura, troppa paura, non capiscono, e forse hanno ragione, meglio galleggiare e perdere tempo a fare classifiche interne su chi sia “il più grande” che decidersi e provare a scendere dentro, a scendere fino in fondo dove la vita non chiede altro che la nostra resa. Meglio impiegare il tempo a misurare chi è il migliore nel “fare”, che provare a scendere fino a dove siamo chiamati a “fare niente”. Perché è quello il punto. Basta vedere Gesù, quando sceglierà di farsi nientificare dall’infamia dell croce. Nientificare, fare niente, diventare niente. Essere, quello sì, mostrare l’Essere della vita che canta sempre, in ogni stagione, in ogni condizione, in ogni piega esistenziale. Non importa cosa fai importa… cosa importa davvero alla fine di una vita?

Gesù chiama un bambino e lo pone in mezzo e poi lo abbraccia, si crocifigge a quel cucciolo di uomo. Ma cucciolo bastardo, secondo le regole del tempo. No, non è gesto di tenerezza, è gesto scandaloso. Gesù non sta solamente abbracciando un bambino, Gesù si crocifigge alla parte bambina di sé. Questo è nientificarsi. Crocifiggersi a quella parte senza ruoli, senza protezione e senza garanzie, senza riconoscimenti. Ma anche parte senza padroni, senza chiese e sena gerarchie, senza padroni. Abbraccio anarchico. Gesù si crocifigge a quella parte bambina, la stessa che si porterà addosso fino alla fine, fin sopra la croce e oltre perché risorgere vuol dire non uscire da quell’abbraccio.

Gesù si crocifigge a quel bambino, perché non vuole fare nient’altro, vuole continuare a perdere tempo, come i bambini. Perché vuole continuare a produrre nulla, a non servire a nulla, a non finire nel giro di quelli che è utile farsi amici. Gesù si crocifigge a quel bambino per continuare a perdere credibilità perché la vita non la puoi spiegare, quello è gioco da intellettuali, la vita la devi assaporare, gustare, perfino sbranare. Con l’appetito ingenuo e selvatico di un bambino.

I discepoli non possono capire, nemmeno noi possiamo capire. Perché non c’è niente da capire. Ci sembra di buttarla la vita interpretandola così invece, crocifissi alla parte più scandalosa di noi stessi, possiamo essere come gigli del campo o uccelli del cielo, possiamo essere, semplicemente essere, senza l’ansia di dover dimostrare nulla. Perché se devo dimostrare di saper fare ecco che subito io sarò chiamato a dimostrare di “saper fare meglio di…” e come dice san Giacomo nella seconda lettura: “dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni”. Crocifiggersi al bambino, crocefiggersi all’inutile, crocifiggersi alla volontà di non dimostrare nulla ci rende liberi di guardare il mondo senza pretese. Io sono, e mi basta. Se qualcuno mi abbraccia sono un vivente felice. Gesù andrà ad abbracciare ogni sorta di scarto umano, morale e fisico, ma non perché Gesù era bravo (bravo a fare il bene) ma perché era innamorato dell’essere in ogni sua forma. Di quell’Essere che si manifesta in modo ancora più cristallino quando non è ostruito da uniformi, paramenti, ideologie, concetti, appartenenze. Gesù tocca il lebbroso perché gli piace accarezzare l’essere dell’uomo e non perché è buono! Gesù abbracciando il lebbroso si crocifigge a un bambino per provare a indicarci una nuova via: non voglio uomini buoni, voglio uomini innamorati.

E crocifissi, abbracciati e nullificati, ecco che saremo finalmente liberi dai desideri che non ci fanno mai possedere, dalla morte e dall’invidia e da quella brama di ottenere per cui facciamo sempre guerre. L’abbraccio crocifiggente al bambino mi disarma, uccide ciò che in me pretende e lascia libero spazio all’inutilità dell’Amore, alla Sapienza che viene dall’Alto. Se non devo dimostrare niente a nessuno io sono libero da secondi fini, sono puro. E poi pacifico perché mi amo così come sono e mi basto. E sarò mite, e accoglierò con devozione anche le intemperie della vita e sarò arrendevole, ma senza rammarico, mi lascerò condurre con la fiducia di chi non ha bisogno di sentirsi sempre per forza capito, e avrò misericordia, anzi, di più, senza accorgermene i miei occhi saranno misericordiosi, vedranno la vita nel fratello e si commuoveranno di tanto bene. E porterò frutti buoni a questo mondo. Abbracciando il Crocifisso Bambino io diventerò legno verde, legno da frutta, e chi mi assaggerà avrà dolce la vita.

XXV Tempo Ordinario B 2018

2 commenti

  1. Bellissimo ed incantevole questo commento !anbraccioci tutti e abbracciamo la nostra parte bambina e si! che tornero alle origini del vero amore,
    naturale e disarmante grazie#

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  2. Vieni nino,
    a te che sei legno vivo,
    a te idealmente,
    io dio nascosto e pellegrino,
    pubblicamente mi crocifiggo.

    Nino tu sei e sarai il metro di giudizio,
    la prova certa che confermerà ogni scelta.
    La santa onesta scelta che saggerà la mitezza,
    confonderà i pensieri di presunti potenti,
    rivelandoli per quello che sono: empi.

    Nino,
    quel che ti dico,
    resti fra te e me,
    ai discepoli provvedo io,
    al mondo il padre mio.

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