Profezia è rinnegare XXIV del tempo ordinario B

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Profezia è rinnegare

(Isaia 50, Giacomo 2, Marco 8)

domenica 16 settembre 2018, XXIV del tempo ordinario B

 

Una lama di fuoco a incidere l’orecchio. Il profeta non oppone resistenza, si lascia incidere la carne. Poi si lascia prendere tra le mani di Dio, non oppone resistenza, e si lascia scagliare contro il vetro delle apparenze umane, e tutto va in frantumi, schegge come lame a far sanguinare la realtà. Il mondo si oppone, non vuole capire, in Dio cerca tranquillità e comprensione, in nome della fede frusta violenza sulla schiena del profeta, colpisce il volto, umilia di sputi e insulti. Il profeta è un copro estraneo gettato da Dio a mandare in frantumi le nostre consolazioni, le risposte, le sicurezze, le tranquille rappresentazioni di Dio, pietra scagliata contro le giustificazioni, pugno a infrangere le apparenze. Il profeta viene a svelare gli inganni che ci costruiamo. Viene da noi, gente di Chiesa, e ci guarda negli occhi e ci spinge a tirar fuori tutta la violenza che abbiamo dentro, noi non lo sopportiamo, vogliamo ucciderlo, in nome del nostro Dio. Perché il profeta non viene per chi non crede, viene per chi crede, per chi crede di credere, per chi deve ricredersi. Viene per noi.

Tre sono le caratteristiche proprie di ogni profeta. La prima: il profeta è colui che svela l’inganno. E l’inganno più grande per noi che ci definiamo credenti è quello della semplificazione. Crediamo di fare tutto per il Signore. E non è quasi mai vero. O almeno quella è solo una delle tantissime motivazioni e quasi mai la più importante. Il profeta guarda le nostre preghiere, il nostro volontariato, le nostre vocazioni, le nostre relazioni, i nostri gruppi e dice: “ma non vedi che lo fai solo per te?! Ma ti rendi conto che dentro il tuo agire c’è un mondo complesso di egoismi, di frustrazioni, di paure e che sono quelle a muovere il tuo agire? Che passi le ore in chiesa perché hai paura di vivere? Che hai fatto del volontariato la ragione della tua vita perché non sei stato capace di costruirti alternative? Che difendi le tradizioni solo perché hai una paura incredibile di tutto ciò che non ti somiglia? Che il tuo servizio ai poveri è solo retorica buona a metterti al centro dell’attenzione? Che usi tutto il tuo tempo per i giovani e per l’oratorio solo perché hai paura di stare da solo con te stesso? Ti rendi conto che ci sono egoismi e ferite e delusioni e abbandoni e paura, tanta paura, in quella che tu chiami fede?” Noi ci arrabbiamo, perché il profeta ha la forza di infrangere il personaggio che ci siamo costruiti. Basterebbe riconoscere questa complessità. Accettare la complessità. Ma è doloroso accettare di mostrarsi fragili e bisognosi.

La seconda caratteristica propria del profeta è che lui, al contrario, ha il coraggio di pagare per intero il caro prezzo della verità. Isaia parla di flagellazione, insulti e sputi. Gesù subirà lo stesso trattamento. I profeti pagano a caro prezzo, non esiste profeta compreso. Ci sono buoni amici, sante persone, teneri uomini di Dio, tranquilli consacrati che lasciano dietro di sé il soave profumo della pacificazione, il profeta no. Il profeta subisce la violenza del sistema di cui fa parte e che insieme denuncia. Se non fosse del sistema il profeta andrebbe catalogato sotto il segno dei semplici oppositori. Se fosse totalmente inserito nel sistema il profeta sarebbe assorbito e neutralizzato. Il profeta paga il suo essere granello fastidioso nell’ingranaggio.  Il profeta è flagellato dalle parole di un popolo che vorrebbe normalità e comprensione, insultato con il silenzio della gerarchia, umiliato con la derisione e la dimenticanza. Il profeta è visto come un idealista fuori tempo e fuori luogo. Il profeta è usato, abbandonato e infine deriso.

La terza cosa che è propria del profeta è che non è mai sicuro di quello che dice. Ha bisogno di conforto e di confronto. Sembrano anche a lui parole troppo grandi quelle che deve pronunciare, ha paura di credersi migliore di altri. Il profeta per essere tale deve pregare, tanto, e confrontarsi anche di più. Deve chiedere assistenza a Dio attraverso la compagnia di uomini liberi: “Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?”. Una frase così può essere partorita solo dopo profonda riflessione, dopo aver guardato negli occhi la paura di sbagliarsi su Dio e sugli uomini.

Il profeta è uomo di parola e di azione, soffre nella propria carne la forza dirompente della Parola. Come dice Giacomo nella seconda lettura “io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”. Ma quali sono le opere che svelano la fede? La retorica delle religioni, quella che costruisce personaggi devoti, continua la propaganda dell’agire religioso: recitare preghiere, riempire le chiese, scrivere libri, moltiplicare novene, custodire tradizioni… il profeta, uomo segnato a fuoco dalla Parola, riporta invece tutto alla sua Origine. L’unica opera che mostra la fede è la libertà. Agire nella libertà. Il resto conta nulla. Il profeta è colui che chiede alla Parola la carne per mostrare che libero è chi, tornando a Genesi, diventa carne del comandamento divino: “andate e moltiplicatevi”. Il profeta toglie le sovrastrutture, infrange ruoli e aspettative e guardandoci negli occhi ci chiede: “ma tu, nella tua vita, con le scelte che stai facendo stai camminando o sei fermo? Stai aiutando il mondo a camminare verso una umanizzazione più profonda? Stai moltiplicando vita? Stai aiutando gli uomini e le donne del tuo tempo a fare l’amore?”. Il profeta viene a chiederci di non fingere più: “stai facendo quello che gli altri si aspettano da te o stai rispondendo davvero a quella che è la tua identità profonda, quella propria di ogni uomo: aprire orizzonti e moltiplicare vita?”. I funzionari del sacro provano a riempire le chiese, i profeti propongono libertà.

Gesù, che è profeta, riesce in pochissime battute, nel Vangelo di oggi, a indicare la strada per la libertà. Prima cosa purifica la domanda, “la gente chi dice che io sia?” … come a volerci aiutare a comprender che troppe energie noi le spendiamo per tentare di accontentare “la gente”. No, Gesù dice che non è più possibile credere di rispondere alla vita adeguandoci alle pretese di chi ci sta intorno: genitori, vescovi, società, sistema. Se non sono profeti vi stanno usando, stanno facendo violenza. Non vi stanno consegnando libertà. Secondo passaggio: passate dal ruolo all’identità “voi chi dite che io sia?”. È questione di identità e non di ruolo. Gesù non è Giovanni Battista, Elia o un generico profeta, Gesù è identità: “Io sono”. Se vogliamo trovare Dio dobbiamo spogliarci di tutto: ruoli, attese e pretese. Nudo sulla croce Gesù, “Io Sono”, mostrerà il volto di Dio, l’identità libera di Dio. Dopo essere stato spogliato di tutto e aver deluso anche l’ultima attesa/pretesa dell’ultimo dei “fedeli”. Ecco perché “doveva soffrire molto, venire ucciso ed essere rifiutato…”. Pietro si oppone: il ruolo del profeta incompreso non è per niente comodo. E Gesù lo ricolloca al suo posto: “Va’ dietro a me”. Togliti di dosso il ruolo: rinnegami, tradiscimi, spogliati delle altrui attese, deludi te stesso e tutti i tuoi amici. Spogliati dal ruolo perfetto che ti stai costruendo con la complicità degli altri. Solo quando sarai nudo con la tua fragilità tu saprai mostrarti uomo, nella tua identità. La salvezza di Pietro sarà nel rinnegamento: “non sono suo discepolo”. Liberato dal ruolo potrà piangere. E il gallo sancirà un nuovo inizio.

XXIV Tempo Ordinario B 2018

4 commenti

  1. Buongiorno don Alessandro, grazie per il materiale che condivide. Volevo chiederle un’ informazione: lavoro in ina scuola dell’ infanzia e il filo conduttore è l’ arte. Ci sono dei percorsi, autori, opere… che possono essere più indicate x questa fascia di età. Grazie Buona giornata. Orietta

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  2. LA FORZA DELLA PROFEZIA

    Sì, il profeta è chi si discosta dalle sicurezze della gente comune, che si accontenta ed accetta, che non riesce a
    turbarsi dinanzi allo straordinario evento, che è il nostro rapporto col divino, la gente che cerca il miracolismo rimanendo infantile e bloccata nell’umanità grezza con la quale nasciamo. Ma Dio non ci sta, ci dice don Alessandro, Dio manda i profeti. Sempre ci sono stati questi disturbatori della quiete comune, questi guerrieri dell’anima che con la spada di parole nuove rompono la difesa delle nostre sicurezze. Ci dicono che le cose non stanno così e noi ci turbiamo, poichè si tratta del nostro destino eterno, che una certa favolistica racconta, morfinizzando tutto. Il profeta, come Gesù, invece ci indica l’inganno della religione, che crea una struttura dove mettere i credenti, sottomessi e docili, e riempirli di assicurazioni. Il profeta ha il coraggio di indicare la vera strada, a qualsiasi prezzo. Ed incontra l’opposizione di chi innalza il trofeo della tradizione che cancella i dubbi e dà sicurezza, incontra l’opposizione di chi si è accucciato ai piedi di una istituzione che rassicura. Il profeta incontra molti contrasti e non solo con gli uomini, il profeta ha da fare i conti anche con il suo messaggio. È un uomo con i suoi dubbi, anche lui con le sue paure, troppo grosso è quello che annunzia, ha bisogno di essere rassicurato, “soffre nella propria carne la forza dirompente della Parola”, ci dice don Alessandro. È terribile quella forza, parla di libertà, va contro i “funzionari del sacro”, magnifica denunzia contro ciò che si predica nelle chiese, impaurite di “turbare” la gente, di rompere il sicuro tanto annunciato. Il profeta predica la libertà, l’unica che crea la dimensione dello spirito, quella che ci fa “figli di Dio”, ciò che dobbiamo diventare per superare il degrado del bios della morte ed esplodere con l’unica dimensione capace di farlo. La libertà è quella mano che ci permette di imprimere nella nostra maturazione, il nostro timbro, che non è uguale a quello di nessuno. Ecco perchè le regole, le cose che devono fare tutti, non vanno bene. Ecco perchè bisogna “aprire gli orizzonti” e “moltiplicare le vie”. Nulla e nessuno è uguale all’altro, lì nel Regno dello Spirito”. Grazie, don Alessandro, hai il potere di scuotere le coscienze.

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