Vendetta XXIII del tempo ordinario B

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Vendetta

(Isaia 35, Giacomo 2, Marco 7)

domenica 9 settembre 2018,

 

Certo che vogliamo vendetta, è giusto dare voce al grido che ci spinge tra le pareti del cuore. A nulla possono le parole svuotate di certo perbenismo mascherato da Vangelo, a nulla possono parole dolciastre e inutili: la vendetta grida dal fondo del cuore dei giusti e non deve essere zittita. Isaia grida dal cuore dell’uomo il bisogno di vendetta che ci abita. Contro la rassegnazione, un grido: che ci sia vendetta per tutti gli smarriti di cuore! Per chi ha smarrito il cuore dietro sogni che gli sono stati negati, per chi ha smarrito il cuore dietro amori impossibili, amando davvero senza essere ricambiato, fidandosi e venendo tradito, impegnandosi e venendo abbandonato, per chi aveva consegnato il cuore ad una moglie, al volontariato, alla chiesa, ad un amico, a un progetto, a un sogno… e il cuore glielo anno smarrito. Per chi si sente smarrito, alla deriva, tradito e svuotato, per questa umanità derelitta, per chi ha ingrossato il cimitero dei desideri, per chi sente un vuoto dentro, e assenza di parole e di suoni. Per loro, per quella parte di cuore smarrito che ognuno si porta inchiodata nel centro del petto: vendetta.

Coraggio, il Signore ci vendicherà, lo promette Isaia. Una profetica vendetta che non passa però dalla punizione, non prevede la morte dell’aguzzino ma una ricompensa. Cioè una compensazione, il riempimento di un vuoto, vendetta sono le mani di un Padre chinato sul nostro pezzo di cuore smarrito e vuoto, un Padre che piange su quella disumanità che ci portiamo dentro. La vendetta sono le lacrime di Dio che scendono a riempire i nostri vuoti. La vendetta che ci spetta contro una vita che spesso mostra un volto maledetto è avere accanto qualcuno capace di chinarsi piano sul nostro cuore maltrattato, per piangerci dentro, compensazione del vuoto, lacrime d’amore.

Saranno lacrime d’amore, baci sospesi, soffio tenero, dolce carezza ai nostri sentimenti maltrattati a riaprire i nostri occhi ciechi, torneremo a vedere orizzonti dimenticati, sarà come tornare bambini, quando il futuro non faceva paura, quando tutto era una sorpresa da schiudere con fiducia. Torneremo ad ascoltare il battito profondo delle cose, il fremito della vita che passa dentro ogni silenzio, torneremo a sentirci chiamati. Il nostro cuore smarrito sarà vendicato grazie a tutte le voci che ogni giorno pronunciano il nostro nome con devozione e cura. E si schiuderanno cammini che avevamo dimenticato e grideremo di gioia e le lacrime di chi ci ama saranno lacrime divine, e pure le nostre, commosse, saranno divine, e sarà come acqua nel deserto, e “il suolo riarso diventerà sorgente d’acqua”. Vogliamo vendetta. Ma che sia una vendetta vera, un risarcimento divino, abbiamo il diritto che qualcuno si prenda cura del nostro cuore smarrito, abbiamo il dovere di chinarci ogni giorno, con umile pazienza, sugli smarrimenti del fratello.

Intanto Gesù cammina, traiettorie incomprensibili per chi crede che la vita sia un progetto da portare a compimento nel minor tempo possibile. Gesù è un cuore smarrito tra i territori di quelli che la gente chiamava “pagani”.  Gesù è il nostro vendicatore, e per prima cosa, per comprendere davvero la profonda verità degli smarriti di cuore decide di perdersi, di vagare oltre il limite del religioso. Il religioso è una linea retta che non prevede deviazioni, il religioso abita un mondo chiaro, netto, fatto di meriti e di divieti, il religioso non si smarrisce mai, il religioso indica la via, il religioso nasconde il proprio cuore, il religioso non prevede troppe lacrime, le considera debolezza, il religioso odia i deboli. Il religioso non ha mai dubbi, il religioso ha le risposte giuste per ogni occasione. Il religioso non può permettersi di mostrarsi indeciso. Il religioso ha una grande idea di sé. Il religioso ha smarrito il cuore, o parte di esso, come tutti noi, ma il religioso non vuole riconoscerlo.

Gesù esce dal confine, si smarrisce, inventa giri apparentemente inutili, incontra gente e ne impara i gesti, entra nel mondo religioso che ognuno si porta dentro… ma lo fa per aprirlo. Un religioso aperto alla vita, aperto all’incontro, aperto alla fede. La pagina di Vangelo di oggi non è una condanna al mondo religioso, non è scegliere ideologicamente chi abita fuori dai territori della Tradizione, la pagina evangelica di oggi è la traiettoria di un cuore che si smarrisce per incontrare gli smarriti, che assume gesti religiosi, ma che ne dichiara il senso: sono utili solo per vendicarsi di quando la vita ammutolisce, acceca, azzoppa, umilia.

 In Gesù il cuore smarrito di Dio si pone fuori dallo scorrere scontato dei sacri palazzi e come marinaio attratto dal mare intercetta una corrente di umanità buona che spinge un umano relitto, un cuore svuotato, un ammutolito dalla vita. Siamo in territorio pagano ma “gli portarono un sordomuto e lo pregarono”, è uscendo dallo scontato che Gesù incontra questa corrente di umanità buona che si prende cura di un fratello. E la loro preghiera non può essere stata in nessun modo secondo i canoni, non erano formule approvate, non erano parole della tradizione, erano però parole umane, parole che chiedevano vendetta ma non cercavano colpevoli, chiedevano vendetta per un amico smarrito nella parola ma non pretendevano nulla, chiedevano vendetta con delicatezza, pregavano in tenera attesa che la vita risarcisse un cuore smarrito. Chiedevano con tenerezza, aspettavano le lacrime di Dio.

Gesù è cuore lanciato negli smarrimenti umani, si lascia avvolgere da questa corrente di umanità buona e lo raccoglie quel cuore smarrito, “lo prese in disparte”, perché è questo che un cuore alla deriva desidera per tornare al suo posto: essere riconosciuto. Essere colto, riconosciuto unico, in Gesù la tenerezza di Dio diventa incontro personale. Pretendiamo insieme vendetta, contro una società che riduce a numero l’individuo la nostra vendetta sarà chinarci sugli smarrimenti del cuore del fratello e chiamarlo per nome. Non sarà con tutti, con quelli che riusciamo, ma sarà vendetta spietata, chiamare per nome è risarcimento divino.

E poi penetrare, aprire la strada alla Parola, dita negli orecchi e saliva sulle labbra. Dicono che Gesù abbia messo in pratica “la religiosità dei pagani”, i gesti che loro si aspettavano, quelli che potevano capire. A me piace che Gesù abbia messo in atto gesti non suoi senza smarrirsi. L’uomo di fede non pretende mai che la società assuma la sua grammatica, l’uomo di fede assume i gesti della società e li apre, ne mostra il significato più profondo. Poi alza gli occhi e in un sospiro, in un Respiro, “Effatà”, apriti. Diventa corpo tra i corpi, tra il corpo Celeste e il Corpo Terrestre, Gesù è il respiro del Creatore nel cuore della Terra, Gesù vendica l’uomo aprendolo all’Infinito.

“Apriti”, questo il grido della nostra vendetta. “Apriti Cielo”, contro tutte le chiusure, contro le ingiustizie, contro le meschinità della vita.  E poi silenzio, lo impone Gesù, senza successo. Aveva senso invece stare zitti, per iniziare a raccogliere tutti gli smarriti di cuore e portarli fino al Calvario. Lì dove lo smarrimento sembrava definitivo: “Effatà”, un respiro, e il cielo che si apre. Per sempre. A far piangere divina tenerezza sui nostri smarrimenti: vendetta è compiuta.

XXIII Tempo Ordinario B 2018

2 commenti

  1. “… Gesú é il figlio prodigo del Padre prodigo, che ha dato via tutto ció che il Padre gli aveva affidato perché io potessi diventare come lui e tornare con lui alla casa di suo Padre ….” (Henri Nowen in L’abbraccio benediciente)

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  2. IQuante volte il nostro cuore si è sentito colpito e affondato perché ha subito dei dolori? Quei dolori che ci hanno portato a dire o pensare: adesso me la paga oppure come faccio a superare questa situazione drammatica?. Oggi con queste parole ho trovato il balsamo, quel balsamo che ci è sempre stato ma a cui mai avevo dato la giusta importanza. Ed ecco qua, come un miracolo ho la risposta. Comprendere che il Signore può diventare grembo per tutti miei dolori, che Lui si fa carico di tutto ma nello stesso tempo mi consegna la capacità di essere io quella può dare un nome a una sorella o a un fratello e restituirgli la sua e la mia umanità, mi da una tale consolazione che mi fa ritrovare, nascoste nelle pieghe del cuore quella particolare parte divina che abita in tutti noi è che ci permette di essere in pace, e di saperla donare la pace. Grazie Don, e anche oggi leggerti mi ha commosso alle lacrime, ma erano lacrime di gioia.

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