Baci scagliati lontano XXVI del tempo ordinario B

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Baci scagliati lontano

(Numeri 11, Giacomo 5, Marco 9)

domenica 30 settembre 2018, XXVI del tempo ordinario B

 

Sono baci scagliati lontano, l’Amore inventa imprevedibili traiettorie. Il Padre stupisce la vita facendo fiorire deserti, baciando sulla bocca profeti fuori posto. L’Amore confonde, si diverte, non si limita quasi mai a rispondere alle attese. L’amore non lo si può controllare. Baci scagliati lontano. Il Soffio divino scende su settanta uomini anziani ma non dura molto, si stanca, profetizzano il tempo di una volta sola, poi l’Amore si annoia, sembra esaurirsi, si sposta. L’Amore è un bambino, non riesce a stare fermo.

Eldad e Medad erano fuori posto, bellissimi, erano rimasti nell’accampamento, l’Amore bambino si innamora di loro, e li bacia. Le loro labbra diventano profetiche, e Dio sorride come un bambino, e questi due cominciano a profetizzare in mezzo all’accampamento. E sembra di sentirli i commenti acidi degli anziani lasciati letteralmente senza parole, labbra secche di chi ha perso Dio proprio quando credeva di averlo conquistato. Sembra di sentirla la risata divertita dell’Amore per questo confondere le idee degli uomini. Eldad e Medad sono bellissimi, imbarazzanti, sfacciati, li immagino in mezzo all’accampamento, mentre la gente vive la vita, in mezzo alle cose di tutti i giorni, a parlare di Dio. A essere voce di Dio. Folli, gioiosi, ribelli, fuori posto, fuori schema, fuori coro. E Dio ride con loro, e si commuove, ed è contento che le Parole d’Amore, le Parole della fede, non siano rimaste ostaggio degli anziani ma siano volate via da sotto una tenda per scorrere tra  le dita della gente, impastarsi alle lacrime, aggrapparsi alla polvere sollevata dai sandali, mischiarsi al profumo della verdura scambiata al mercato, sciogliersi nel sudore che bagna il gioco dei bambini, sciogliersi nel latte di una madre che allatta al seno, danzare nel corpo di due che fanno l’amore.

Continua il Padre a scagliare Amore lontano, e continua a divertirsi, a danzare dove la Vita è Viva, dove le parole non invecchiano sotto cumuli di paure, dove i tetti delle Chiese non imprigionano e le uniformi ecclesiastiche non riescono a trattenere la ribellione dell’Amore. Lontano dalle labbra secche di noi uomini di Chiesa quando non troviamo più sillabe spendibili perché non abbiamo più il cuore innamorato.

“Un giovane corse ad annunciarlo a Mosè”. È un giovane a scandalizzarsi per questa profezia fuori spazio. Ed è comprensibile. Chi è giovane è spesso vittima dei propri ideali. Ha un senso di giustizia colorato a tinte troppo decise. E nette. Non ha ancora conosciuto la mediocrità del proprio cuore, pretende verginità e dedizione totali. Idealizza, chi è giovane, gli ideali. E idealizza gli uomini. Solo i Profeti possono profetizzare, secondo loro. E i profeti stanno sotto le tende. Che tenerezza. Perché poi si cresce e si impara la pietà. Per gli altri e per se stessi. Ci si guarda con benevolenza, ci si scopre fallibili, mediocri, terribilmente normali, goffi. Ci si scopre ad aver tradito la perfezione. E che l’Amore profetico è ben più grande dei profeti. Allora un po’ ci si deprime e poi si sorride. Grati. Di quella vita che sembrava sbagliata, di quelli che si credevano errori, di quelle pulsioni che non siamo riusciti a domare, di quegli errori goffi… si sorride perché si impara a riconoscerli come la parte più bella di noi. La parte viva. Dio ci aveva baciato esattamente quando eravamo fuori dalla tenda! Quando abbiamo amato da imbranati, da impacciati apprendisti dell’amore. Quando eravamo lontani dall’essere riconosciuti perfetti. Quando ci hanno preso in giro, quando ci siamo presi in giro. Stavamo amando. Senza saperlo quella era profezia, eravamo parola di Dio. Come Edad e Medad. E noi a fare tutta la fatica del mondo per essere degni di essere accolti sotto la tenda della gerarchia e trovarci, adesso, con labbra ubbidienti ma vergognosamente secche.

“Giosuè, figlio di Nun, servitore di Mosè fin dalla sua adolescenza…” l’altro che si scandalizza è il servitore fedele. E Dio ride. È l’uomo di Chiesa, è quello che crede nelle strutture, è quello che ha studiato, che ha creduto che per essere migliore doveva imparare bene la teologia, il catechismo. Quello che ha creduto così tanto nei sacramenti che si è convinto, tenerissimo e ingenuo, che Dio passasse solo dall’ortodossia del Sacro ricevuto dopo adeguata preparazione. E Dio ride e scaglia baci lontano, e danza dentro l’Amore vissuto con gioia e libertà, dove la vita vive, anche adesso. Sì, perché Dio non smette di baciare, e di ridere. Anche adesso. Lontano dalle tende dell’atteso, sfuggendo abilmente dalla miopia degli uomini del sacro. Il Vangelo è vivo dove la vita vive. E se le Chiese sono vuote non è certo perché il Signore ha smesso di baciare, solo che l’Amore è un bambino vivace, danza dove la Vita non ha paura di vivere e fugge dalle labbra stanche e ambigue del clericalismo. Lontano da labbra che ripetono frasi stanche, labbra che non baciano più il cuore caldo delle cose. Labbra che si consumano in lamentele e non profetizzano più. Labbra secche dei figli di Nun, servitori fedeli del sacro e delle tradizioni ma impauriti dalla fantasia dell’amore.

Giovanni, nel Vangelo, è ripetizione di questa triste aridità “…volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”.

“Non glielo impedite”, le parole di Gesù arrivano dolci e decise. A chiederci di vivere senza impedire mai alla vita di essere Viva. Senza sentirsi mai padroni degli eventi. Lasciando che la vita stupisca, scoprendo ogni giorno che Dio bacia storie che nascono lontano dall’ordinario, fuori schema, fuori tenda. Riconoscendo con gioia che quello che magari oggi chiamiamo peccato è solo un modo nuovo che l’Amore ha trovato per esprimersi. È profezia. E parla di Dio.

“Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me”, dove l’unico miracolo è riportare in vita la vita, come ha insegnato Gesù. Riportare a galla la Vita sepolta sotto l’esclusione, il fallimento, la paura. Il resto non è miracolo. Domanda vera è chiedersi se le parole della Chiesa oggi, quelle delle nostre omelie, dei nostri documenti, dei nostri incontri parrocchiali riportano in vita la vita. Se fanno tornare la gioia di amare, se fanno fiorire la gratitudine di essere al mondo. Se non avviene significa che non sono miracolose. Parlano di Dio ma non compiono miracoli. E allora sarebbe meglio stare zitti. Almeno per coerenza. Labbra secche.

“Chi non è contro di noi è per noi”. Lo sguardo di Gesù allarga i confini. A trovare alleanza apparentemente improbabili. Con chi ama l’uomo e costruisce umanità buona. Dove quell’essere “contro di noi” non è essere “contro la Chiesa” ma “contro l’uomo”!

“Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua…” alla fine tutto è così semplice. Non importa cosa, importa come. L’amore bacia la quotidianità. Diventa profetico anche un bicchiere d’acqua. E tutto il resto, se non incarna l’Amore è meglio perderlo, tagliarlo. Mano, piede, occhio, tutto è fatto per amare, se non ama non ha senso. Scandaloso è un corpo che non ama.  Perché l’amore si fa con il corpo. Il nostro, se vogliamo. Scandaloso non è un corpo nudo ma un corpo che non ama.

XXVI Tempo Ordinario B 2018

Crocifiggersi a un bambino XXV del tempo ordinario B

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Crocifiggersi a un bambino

(Sapienza 2, Giacomo 3, Marco 9)

domenica 23 settembre 2018, XXV del tempo ordinario B

Cammina ma nessuno deve sapere, non capirebbero, non possono capire. Vengono i brividi se si prova anche solo ad immaginare la solitudine di Gesù. Attraversa la Galilea a fari spenti, parla poco, quasi nulla. Sta in silenzio, non è ancora tempo e mentre aspetta teme che il tempo non verrà mai, ha paura che non sarà mai compreso. A volte quella paura diventa certezza. Sta zitto, lo sa, non può pretendere che in Galilea possano capirlo, e poi cosa dovrebbero capire? Forse sarebbe meglio dire “accettare”, dovrebbero accettare un Dio lontano dalle loro attese. Sta zitto, hanno già fallito tutti  i profeti. Ci sono notti che interroga il Padre: prega, piange, fino all’alba, fino a vedere la luce, vorrebbe riuscire ad aprire gli occhi della gente, mostrare loro una nuova luce e poi e pensa sia molto più facile ridare la vista a un cieco. Ci sono miracoli fuori portata.

Sta zitto Gesù perché l’unica cosa che vorrebbe dire non coincide per nulla con le parole che loro vorrebbero ascoltare. Sta zitto e cammina attraversano la Galilea, non vuole che nessuno lo sappia. Nelle vene, tra le rughe, in forma di lacrima a gonfiare gli occhi, come urgenza sopita, Gesù sperimenta i grumi della solitudine e dell’incomprensione. È già Passione.

Poi si volta verso i discepoli, almeno lì cerca conforto, cerca amici, cerca comprensione, parla loro di consegna, di croce e di risurrezione. E loro non capiscono, nemmeno loro. Occhi spaventati e bocche vuote a masticare silenzi imbarazzati. Nemmeno uno sputo di suono. Gesù è uomo sempre più solo, sempre più spogliato. Incompreso. I discepoli hanno paura persino di chiedere. Hanno paura delle risposte. Non lo interrogano, non lo mettono alla prova. Nemmeno il coraggio dello scontro.

No, non sono come gli empi descritti dalla prima lettura, quelle sono figure infernali, quelle fanno paura perché non temono di incarnare il male assoluto. “Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine (…) mettiamolo alla prova con violenze e tormenti per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione”. Vengono i brividi, ecco dove può arrivare il nostro cuore, sembra già di sentirli, da sotto la croce “se sei figlio di Dio scendi giù!”, sembra di sentire le nostre giustificazioni per quando non vogliamo metterci in gioco… distruggiamo senza pietà gli altri, godiamo degli altrui errori, ci rassicura il tradimento del giusto, la caduta del santo, l’inciampo del perfetto. La rovina del santo è la nostra discolpa, ecco la morale degli infami.

No, i discepoli non sono come gli empi, hanno solo paura, troppa paura, non capiscono, e forse hanno ragione, meglio galleggiare e perdere tempo a fare classifiche interne su chi sia “il più grande” che decidersi e provare a scendere dentro, a scendere fino in fondo dove la vita non chiede altro che la nostra resa. Meglio impiegare il tempo a misurare chi è il migliore nel “fare”, che provare a scendere fino a dove siamo chiamati a “fare niente”. Perché è quello il punto. Basta vedere Gesù, quando sceglierà di farsi nientificare dall’infamia dell croce. Nientificare, fare niente, diventare niente. Essere, quello sì, mostrare l’Essere della vita che canta sempre, in ogni stagione, in ogni condizione, in ogni piega esistenziale. Non importa cosa fai importa… cosa importa davvero alla fine di una vita?

Gesù chiama un bambino e lo pone in mezzo e poi lo abbraccia, si crocifigge a quel cucciolo di uomo. Ma cucciolo bastardo, secondo le regole del tempo. No, non è gesto di tenerezza, è gesto scandaloso. Gesù non sta solamente abbracciando un bambino, Gesù si crocifigge alla parte bambina di sé. Questo è nientificarsi. Crocifiggersi a quella parte senza ruoli, senza protezione e senza garanzie, senza riconoscimenti. Ma anche parte senza padroni, senza chiese e sena gerarchie, senza padroni. Abbraccio anarchico. Gesù si crocifigge a quella parte bambina, la stessa che si porterà addosso fino alla fine, fin sopra la croce e oltre perché risorgere vuol dire non uscire da quell’abbraccio.

Gesù si crocifigge a quel bambino, perché non vuole fare nient’altro, vuole continuare a perdere tempo, come i bambini. Perché vuole continuare a produrre nulla, a non servire a nulla, a non finire nel giro di quelli che è utile farsi amici. Gesù si crocifigge a quel bambino per continuare a perdere credibilità perché la vita non la puoi spiegare, quello è gioco da intellettuali, la vita la devi assaporare, gustare, perfino sbranare. Con l’appetito ingenuo e selvatico di un bambino.

I discepoli non possono capire, nemmeno noi possiamo capire. Perché non c’è niente da capire. Ci sembra di buttarla la vita interpretandola così invece, crocifissi alla parte più scandalosa di noi stessi, possiamo essere come gigli del campo o uccelli del cielo, possiamo essere, semplicemente essere, senza l’ansia di dover dimostrare nulla. Perché se devo dimostrare di saper fare ecco che subito io sarò chiamato a dimostrare di “saper fare meglio di…” e come dice san Giacomo nella seconda lettura: “dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni”. Crocifiggersi al bambino, crocefiggersi all’inutile, crocifiggersi alla volontà di non dimostrare nulla ci rende liberi di guardare il mondo senza pretese. Io sono, e mi basta. Se qualcuno mi abbraccia sono un vivente felice. Gesù andrà ad abbracciare ogni sorta di scarto umano, morale e fisico, ma non perché Gesù era bravo (bravo a fare il bene) ma perché era innamorato dell’essere in ogni sua forma. Di quell’Essere che si manifesta in modo ancora più cristallino quando non è ostruito da uniformi, paramenti, ideologie, concetti, appartenenze. Gesù tocca il lebbroso perché gli piace accarezzare l’essere dell’uomo e non perché è buono! Gesù abbracciando il lebbroso si crocifigge a un bambino per provare a indicarci una nuova via: non voglio uomini buoni, voglio uomini innamorati.

E crocifissi, abbracciati e nullificati, ecco che saremo finalmente liberi dai desideri che non ci fanno mai possedere, dalla morte e dall’invidia e da quella brama di ottenere per cui facciamo sempre guerre. L’abbraccio crocifiggente al bambino mi disarma, uccide ciò che in me pretende e lascia libero spazio all’inutilità dell’Amore, alla Sapienza che viene dall’Alto. Se non devo dimostrare niente a nessuno io sono libero da secondi fini, sono puro. E poi pacifico perché mi amo così come sono e mi basto. E sarò mite, e accoglierò con devozione anche le intemperie della vita e sarò arrendevole, ma senza rammarico, mi lascerò condurre con la fiducia di chi non ha bisogno di sentirsi sempre per forza capito, e avrò misericordia, anzi, di più, senza accorgermene i miei occhi saranno misericordiosi, vedranno la vita nel fratello e si commuoveranno di tanto bene. E porterò frutti buoni a questo mondo. Abbracciando il Crocifisso Bambino io diventerò legno verde, legno da frutta, e chi mi assaggerà avrà dolce la vita.

XXV Tempo Ordinario B 2018

Profezia è rinnegare XXIV del tempo ordinario B

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Profezia è rinnegare

(Isaia 50, Giacomo 2, Marco 8)

domenica 16 settembre 2018, XXIV del tempo ordinario B

 

Una lama di fuoco a incidere l’orecchio. Il profeta non oppone resistenza, si lascia incidere la carne. Poi si lascia prendere tra le mani di Dio, non oppone resistenza, e si lascia scagliare contro il vetro delle apparenze umane, e tutto va in frantumi, schegge come lame a far sanguinare la realtà. Il mondo si oppone, non vuole capire, in Dio cerca tranquillità e comprensione, in nome della fede frusta violenza sulla schiena del profeta, colpisce il volto, umilia di sputi e insulti. Il profeta è un copro estraneo gettato da Dio a mandare in frantumi le nostre consolazioni, le risposte, le sicurezze, le tranquille rappresentazioni di Dio, pietra scagliata contro le giustificazioni, pugno a infrangere le apparenze. Il profeta viene a svelare gli inganni che ci costruiamo. Viene da noi, gente di Chiesa, e ci guarda negli occhi e ci spinge a tirar fuori tutta la violenza che abbiamo dentro, noi non lo sopportiamo, vogliamo ucciderlo, in nome del nostro Dio. Perché il profeta non viene per chi non crede, viene per chi crede, per chi crede di credere, per chi deve ricredersi. Viene per noi.

Tre sono le caratteristiche proprie di ogni profeta. La prima: il profeta è colui che svela l’inganno. E l’inganno più grande per noi che ci definiamo credenti è quello della semplificazione. Crediamo di fare tutto per il Signore. E non è quasi mai vero. O almeno quella è solo una delle tantissime motivazioni e quasi mai la più importante. Il profeta guarda le nostre preghiere, il nostro volontariato, le nostre vocazioni, le nostre relazioni, i nostri gruppi e dice: “ma non vedi che lo fai solo per te?! Ma ti rendi conto che dentro il tuo agire c’è un mondo complesso di egoismi, di frustrazioni, di paure e che sono quelle a muovere il tuo agire? Che passi le ore in chiesa perché hai paura di vivere? Che hai fatto del volontariato la ragione della tua vita perché non sei stato capace di costruirti alternative? Che difendi le tradizioni solo perché hai una paura incredibile di tutto ciò che non ti somiglia? Che il tuo servizio ai poveri è solo retorica buona a metterti al centro dell’attenzione? Che usi tutto il tuo tempo per i giovani e per l’oratorio solo perché hai paura di stare da solo con te stesso? Ti rendi conto che ci sono egoismi e ferite e delusioni e abbandoni e paura, tanta paura, in quella che tu chiami fede?” Noi ci arrabbiamo, perché il profeta ha la forza di infrangere il personaggio che ci siamo costruiti. Basterebbe riconoscere questa complessità. Accettare la complessità. Ma è doloroso accettare di mostrarsi fragili e bisognosi.

La seconda caratteristica propria del profeta è che lui, al contrario, ha il coraggio di pagare per intero il caro prezzo della verità. Isaia parla di flagellazione, insulti e sputi. Gesù subirà lo stesso trattamento. I profeti pagano a caro prezzo, non esiste profeta compreso. Ci sono buoni amici, sante persone, teneri uomini di Dio, tranquilli consacrati che lasciano dietro di sé il soave profumo della pacificazione, il profeta no. Il profeta subisce la violenza del sistema di cui fa parte e che insieme denuncia. Se non fosse del sistema il profeta andrebbe catalogato sotto il segno dei semplici oppositori. Se fosse totalmente inserito nel sistema il profeta sarebbe assorbito e neutralizzato. Il profeta paga il suo essere granello fastidioso nell’ingranaggio.  Il profeta è flagellato dalle parole di un popolo che vorrebbe normalità e comprensione, insultato con il silenzio della gerarchia, umiliato con la derisione e la dimenticanza. Il profeta è visto come un idealista fuori tempo e fuori luogo. Il profeta è usato, abbandonato e infine deriso.

La terza cosa che è propria del profeta è che non è mai sicuro di quello che dice. Ha bisogno di conforto e di confronto. Sembrano anche a lui parole troppo grandi quelle che deve pronunciare, ha paura di credersi migliore di altri. Il profeta per essere tale deve pregare, tanto, e confrontarsi anche di più. Deve chiedere assistenza a Dio attraverso la compagnia di uomini liberi: “Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?”. Una frase così può essere partorita solo dopo profonda riflessione, dopo aver guardato negli occhi la paura di sbagliarsi su Dio e sugli uomini.

Il profeta è uomo di parola e di azione, soffre nella propria carne la forza dirompente della Parola. Come dice Giacomo nella seconda lettura “io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”. Ma quali sono le opere che svelano la fede? La retorica delle religioni, quella che costruisce personaggi devoti, continua la propaganda dell’agire religioso: recitare preghiere, riempire le chiese, scrivere libri, moltiplicare novene, custodire tradizioni… il profeta, uomo segnato a fuoco dalla Parola, riporta invece tutto alla sua Origine. L’unica opera che mostra la fede è la libertà. Agire nella libertà. Il resto conta nulla. Il profeta è colui che chiede alla Parola la carne per mostrare che libero è chi, tornando a Genesi, diventa carne del comandamento divino: “andate e moltiplicatevi”. Il profeta toglie le sovrastrutture, infrange ruoli e aspettative e guardandoci negli occhi ci chiede: “ma tu, nella tua vita, con le scelte che stai facendo stai camminando o sei fermo? Stai aiutando il mondo a camminare verso una umanizzazione più profonda? Stai moltiplicando vita? Stai aiutando gli uomini e le donne del tuo tempo a fare l’amore?”. Il profeta viene a chiederci di non fingere più: “stai facendo quello che gli altri si aspettano da te o stai rispondendo davvero a quella che è la tua identità profonda, quella propria di ogni uomo: aprire orizzonti e moltiplicare vita?”. I funzionari del sacro provano a riempire le chiese, i profeti propongono libertà.

Gesù, che è profeta, riesce in pochissime battute, nel Vangelo di oggi, a indicare la strada per la libertà. Prima cosa purifica la domanda, “la gente chi dice che io sia?” … come a volerci aiutare a comprender che troppe energie noi le spendiamo per tentare di accontentare “la gente”. No, Gesù dice che non è più possibile credere di rispondere alla vita adeguandoci alle pretese di chi ci sta intorno: genitori, vescovi, società, sistema. Se non sono profeti vi stanno usando, stanno facendo violenza. Non vi stanno consegnando libertà. Secondo passaggio: passate dal ruolo all’identità “voi chi dite che io sia?”. È questione di identità e non di ruolo. Gesù non è Giovanni Battista, Elia o un generico profeta, Gesù è identità: “Io sono”. Se vogliamo trovare Dio dobbiamo spogliarci di tutto: ruoli, attese e pretese. Nudo sulla croce Gesù, “Io Sono”, mostrerà il volto di Dio, l’identità libera di Dio. Dopo essere stato spogliato di tutto e aver deluso anche l’ultima attesa/pretesa dell’ultimo dei “fedeli”. Ecco perché “doveva soffrire molto, venire ucciso ed essere rifiutato…”. Pietro si oppone: il ruolo del profeta incompreso non è per niente comodo. E Gesù lo ricolloca al suo posto: “Va’ dietro a me”. Togliti di dosso il ruolo: rinnegami, tradiscimi, spogliati delle altrui attese, deludi te stesso e tutti i tuoi amici. Spogliati dal ruolo perfetto che ti stai costruendo con la complicità degli altri. Solo quando sarai nudo con la tua fragilità tu saprai mostrarti uomo, nella tua identità. La salvezza di Pietro sarà nel rinnegamento: “non sono suo discepolo”. Liberato dal ruolo potrà piangere. E il gallo sancirà un nuovo inizio.

XXIV Tempo Ordinario B 2018

Vendetta XXIII del tempo ordinario B

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Vendetta

(Isaia 35, Giacomo 2, Marco 7)

domenica 9 settembre 2018,

 

Certo che vogliamo vendetta, è giusto dare voce al grido che ci spinge tra le pareti del cuore. A nulla possono le parole svuotate di certo perbenismo mascherato da Vangelo, a nulla possono parole dolciastre e inutili: la vendetta grida dal fondo del cuore dei giusti e non deve essere zittita. Isaia grida dal cuore dell’uomo il bisogno di vendetta che ci abita. Contro la rassegnazione, un grido: che ci sia vendetta per tutti gli smarriti di cuore! Per chi ha smarrito il cuore dietro sogni che gli sono stati negati, per chi ha smarrito il cuore dietro amori impossibili, amando davvero senza essere ricambiato, fidandosi e venendo tradito, impegnandosi e venendo abbandonato, per chi aveva consegnato il cuore ad una moglie, al volontariato, alla chiesa, ad un amico, a un progetto, a un sogno… e il cuore glielo anno smarrito. Per chi si sente smarrito, alla deriva, tradito e svuotato, per questa umanità derelitta, per chi ha ingrossato il cimitero dei desideri, per chi sente un vuoto dentro, e assenza di parole e di suoni. Per loro, per quella parte di cuore smarrito che ognuno si porta inchiodata nel centro del petto: vendetta.

Coraggio, il Signore ci vendicherà, lo promette Isaia. Una profetica vendetta che non passa però dalla punizione, non prevede la morte dell’aguzzino ma una ricompensa. Cioè una compensazione, il riempimento di un vuoto, vendetta sono le mani di un Padre chinato sul nostro pezzo di cuore smarrito e vuoto, un Padre che piange su quella disumanità che ci portiamo dentro. La vendetta sono le lacrime di Dio che scendono a riempire i nostri vuoti. La vendetta che ci spetta contro una vita che spesso mostra un volto maledetto è avere accanto qualcuno capace di chinarsi piano sul nostro cuore maltrattato, per piangerci dentro, compensazione del vuoto, lacrime d’amore.

Saranno lacrime d’amore, baci sospesi, soffio tenero, dolce carezza ai nostri sentimenti maltrattati a riaprire i nostri occhi ciechi, torneremo a vedere orizzonti dimenticati, sarà come tornare bambini, quando il futuro non faceva paura, quando tutto era una sorpresa da schiudere con fiducia. Torneremo ad ascoltare il battito profondo delle cose, il fremito della vita che passa dentro ogni silenzio, torneremo a sentirci chiamati. Il nostro cuore smarrito sarà vendicato grazie a tutte le voci che ogni giorno pronunciano il nostro nome con devozione e cura. E si schiuderanno cammini che avevamo dimenticato e grideremo di gioia e le lacrime di chi ci ama saranno lacrime divine, e pure le nostre, commosse, saranno divine, e sarà come acqua nel deserto, e “il suolo riarso diventerà sorgente d’acqua”. Vogliamo vendetta. Ma che sia una vendetta vera, un risarcimento divino, abbiamo il diritto che qualcuno si prenda cura del nostro cuore smarrito, abbiamo il dovere di chinarci ogni giorno, con umile pazienza, sugli smarrimenti del fratello.

Intanto Gesù cammina, traiettorie incomprensibili per chi crede che la vita sia un progetto da portare a compimento nel minor tempo possibile. Gesù è un cuore smarrito tra i territori di quelli che la gente chiamava “pagani”.  Gesù è il nostro vendicatore, e per prima cosa, per comprendere davvero la profonda verità degli smarriti di cuore decide di perdersi, di vagare oltre il limite del religioso. Il religioso è una linea retta che non prevede deviazioni, il religioso abita un mondo chiaro, netto, fatto di meriti e di divieti, il religioso non si smarrisce mai, il religioso indica la via, il religioso nasconde il proprio cuore, il religioso non prevede troppe lacrime, le considera debolezza, il religioso odia i deboli. Il religioso non ha mai dubbi, il religioso ha le risposte giuste per ogni occasione. Il religioso non può permettersi di mostrarsi indeciso. Il religioso ha una grande idea di sé. Il religioso ha smarrito il cuore, o parte di esso, come tutti noi, ma il religioso non vuole riconoscerlo.

Gesù esce dal confine, si smarrisce, inventa giri apparentemente inutili, incontra gente e ne impara i gesti, entra nel mondo religioso che ognuno si porta dentro… ma lo fa per aprirlo. Un religioso aperto alla vita, aperto all’incontro, aperto alla fede. La pagina di Vangelo di oggi non è una condanna al mondo religioso, non è scegliere ideologicamente chi abita fuori dai territori della Tradizione, la pagina evangelica di oggi è la traiettoria di un cuore che si smarrisce per incontrare gli smarriti, che assume gesti religiosi, ma che ne dichiara il senso: sono utili solo per vendicarsi di quando la vita ammutolisce, acceca, azzoppa, umilia.

 In Gesù il cuore smarrito di Dio si pone fuori dallo scorrere scontato dei sacri palazzi e come marinaio attratto dal mare intercetta una corrente di umanità buona che spinge un umano relitto, un cuore svuotato, un ammutolito dalla vita. Siamo in territorio pagano ma “gli portarono un sordomuto e lo pregarono”, è uscendo dallo scontato che Gesù incontra questa corrente di umanità buona che si prende cura di un fratello. E la loro preghiera non può essere stata in nessun modo secondo i canoni, non erano formule approvate, non erano parole della tradizione, erano però parole umane, parole che chiedevano vendetta ma non cercavano colpevoli, chiedevano vendetta per un amico smarrito nella parola ma non pretendevano nulla, chiedevano vendetta con delicatezza, pregavano in tenera attesa che la vita risarcisse un cuore smarrito. Chiedevano con tenerezza, aspettavano le lacrime di Dio.

Gesù è cuore lanciato negli smarrimenti umani, si lascia avvolgere da questa corrente di umanità buona e lo raccoglie quel cuore smarrito, “lo prese in disparte”, perché è questo che un cuore alla deriva desidera per tornare al suo posto: essere riconosciuto. Essere colto, riconosciuto unico, in Gesù la tenerezza di Dio diventa incontro personale. Pretendiamo insieme vendetta, contro una società che riduce a numero l’individuo la nostra vendetta sarà chinarci sugli smarrimenti del cuore del fratello e chiamarlo per nome. Non sarà con tutti, con quelli che riusciamo, ma sarà vendetta spietata, chiamare per nome è risarcimento divino.

E poi penetrare, aprire la strada alla Parola, dita negli orecchi e saliva sulle labbra. Dicono che Gesù abbia messo in pratica “la religiosità dei pagani”, i gesti che loro si aspettavano, quelli che potevano capire. A me piace che Gesù abbia messo in atto gesti non suoi senza smarrirsi. L’uomo di fede non pretende mai che la società assuma la sua grammatica, l’uomo di fede assume i gesti della società e li apre, ne mostra il significato più profondo. Poi alza gli occhi e in un sospiro, in un Respiro, “Effatà”, apriti. Diventa corpo tra i corpi, tra il corpo Celeste e il Corpo Terrestre, Gesù è il respiro del Creatore nel cuore della Terra, Gesù vendica l’uomo aprendolo all’Infinito.

“Apriti”, questo il grido della nostra vendetta. “Apriti Cielo”, contro tutte le chiusure, contro le ingiustizie, contro le meschinità della vita.  E poi silenzio, lo impone Gesù, senza successo. Aveva senso invece stare zitti, per iniziare a raccogliere tutti gli smarriti di cuore e portarli fino al Calvario. Lì dove lo smarrimento sembrava definitivo: “Effatà”, un respiro, e il cielo che si apre. Per sempre. A far piangere divina tenerezza sui nostri smarrimenti: vendetta è compiuta.

XXIII Tempo Ordinario B 2018