Mulino a Vento XIX del tempo ordinario B

architecture-beauty-blade-206666Mulino a Vento

(1 Re, Efesini, Giovanni)

XIX del tempo ordinario B,  domenica 12 agosto 2018

È nel momento esatto in cui ti accorgi che non sei meglio dei padri che lasci cadere maschere e armi; ma con l’armatura si staccano di dosso anche i sogni. Don Chisciotte è sconfitto, sta per morire, parla di mulini, dice di non vedere più l’ombra di un gigante. Avevate ragione voi, non sono meglio dei padri, e nessun figlio farà meglio di me, perché tutto stancamente scorre fingendo di muoversi. Non resta che andare a lasciarsi morire nel deserto, come Elia.

Provo commovente solidarietà per queste vite alla deriva. Il mondo le ha pretese, illuse e poi, ad un certo punto, derise e umiliate, perché facevano paura, perché non si potevano più controllare, perché loro vedevano qualcosa di diverso, un Altrove enigmatico. Il mondo, ad un certo drammatico punto, le ha lasciate andare, alla deriva. Figure relitto, carcasse di sogno, nel deserto e in silenzio muoiono le traiettorie che hanno respirato il Cielo.

Un angelo si avvicina. Nel sonno, vicino a una ginestra. Prima delle parole, prima di qualsiasi parola, un tocco, lieve. Il cielo si piega su muscoli indolenziti e tocca. Una carezza d’Infinito. Solo i poeti ne possono fare esperienza. All’Infinito il cuore tradito non resiste. A seguire due inviti materni ed essenziali: alzati e mangia. Ma solo dopo la carezza e il silenzio comprensivo. L’eroe vede una focaccia e un po’ d’acqua. Basta un po’ di cura per non lasciar morire i profeti, sono solo più fragili degli altri. Sono solo più estremi, vivono o muoiono con eguale definitiva intensità. Basta niente. Basta avere la dolcezza e l’accortezza di amarli così. Non costringerli a dovere. Il dovere, se verrà, nascerà di conseguenza, un poeta ha bisogno di un orizzonte e di un deserto e allora cammina. In terza battuta, solo in terza battuta, si parla di un compito da svolgere, attraversare il lungo deserto, ma dopo l’amore.

Pedagogia dell’eroe, tenerezza del poeta: se l’angelo avesse parlato al contrario Elia sarebbe rimasto a morire sotto la ginestra. Se fosse partito dal fondo “c’è un deserto da attraversare, un cammino da compiere, Elia, mangia, alzati!” Elia avrebbe semplicemente detto che “non gli importava più nulla di deserti e cammini”. E di lasciarlo stare, di non toccarlo, di lasciarlo morire. Perché gli eroi sono fragili, hanno bisogno di sentirsi amati, per quello che sono, per lo sguardo che gli brucia dentro, per la fragilità che il sogno porta con sé. Hanno bisogno di pazienza e di misericordia e di qualcuno che li sfiori e che poi li lasci andare. Hanno vitale bisogno di uno sguardo rispettoso per il demone che li abita, per le lacrime che versano, per le paure che non passano. Non vogliono essere utili, non possono rispondere a un comando, non riescono ad essere ridotti a ruolo, non hanno scopo, solo visioni. Bisogna avere cura, tanta cura: ecco perché per ogni eroico profetico poeta serve almeno un angelo.

Gli eroi, i poeti, i profeti sono fragilissimi, cedono alla tentazione della deriva con la stessa foga con cui si consumano per i grandi ideali. Hanno bisogno di angeli. Ma anche gli angeli sono fragili, le ali possono spezzarsi, i voli accartocciarsi. I profeti come Elia e come Gesù li difendono gli angeli, ne hanno bisogno. Per loro costruiscono mondi senza asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze, si oppongono alla malignità. Non possono nulla gli angeli contro la grettezza della vita, contro la violenza e la stupidità. Hanno bisogno di custodi, per il linguaggio e per i gesti. Gli angeli hanno bisogno di spazi di mondo dove poter camminare.

Angeli sono tutti gli uomini che rischiano di restare offesi dalla violenza della vita, dalla vita quando si fa ruvida e pretenziosa, dalla parola che non custodisce e non è custodita, dalla velocità che tutto consuma. Gli angeli non possono nulla contro l’ignoranza. Servono profeti capaci di attraversare il deserto della vita con carità, “camminate nella carità”, cioè muovete passi d’amore in ogni direzione, fecondate il deserto con la prossimità e la cura per fare spazio agli angeli. Per permettere agli angeli di tornare a respirarci vicino.

Un mondo dove i profeti non muoiono abbandonati dal cinismo del mondo, dove gli angeli non vedono spezzati i loro voli leggeri dalla volgarità. A volte sembra impossibile. A volte sembra che l’unica carta da giocare sia la “fuga”, fuga da un mondo che non capisce, distanza da un mondo irriconoscibile. A volte viene da chiudere gli occhi, come fanno i bambini, a volte viene da chiudersi in casa, da chiudersi in un libro, da perdersi trai colori di un quadro o tra i silenzi di una poesia, o tra le trame della natura. A volte è giusto così, è salvifico. A volte sembra impossibile vivere da profeta o da angelo. A volte sembra impossibile vivere. A volte si vuole che gli occhi non si aprano più.

Che è troppo duro camminare nella carità tra i deserti della vita, anche Gesù ne ha sofferto, pochi angeli a toccare il suo cuore, qualche Maddalena, pochissimi amici, la Madre, la Veronica, per il resto un gioco di ruoli drammatico e mortale: buono fino a quando ha voluto moltiplicare il pane, buono per i rivoluzionari, buono per i discepoli che volevano lucrare un posto d’onore, buono per i miracoli, buono per il sistema fino a quando si è contrapposto al sistema, buono a guarire, a riportare in vita i morti e poi, finalmente, buono a nulla. Cioè libero di poter camminare fin nel cuore della Carità. E così il pane discendeva definitivamente dal cielo, la manna prendeva carne, Dio era uomo. E se non riesci più a separare il sacro dal profano perché tutto è santo, perché in ogni pane puoi fare esperienza di Dio o impari a vedere l’Invisibile nel Visibile, cioè diventi poeta, oppure continui a pretendere di vedere quello che ti ostini a chiamare realtà e che invece è solo una proiezione della volgarità e della violenza del mondo “costui è il figlio di Giuseppe!”, la vita è solo quella che vedo.

In questo deserto volgare e violento, in cui usiamo e siamo usati, a noi di volerci ancora innamorare di una voce che ci istruisce, che angelica si avvicina ad accarezzarci, che svela il cielo in ogni pane. A noi di lasciarci riaprire gli occhi, diventando anche a noi buoni a nulla, eroiche definitive carcasse alla deriva nella Carità. E che ci si possa incagliare, definitivamente, sul palo piantato nel cuore del male, palo a forma di croce che tutti chiamano patibolo fallimentare, ma che per qualcuno è mulino. Mulino mosso dal vento dello Spirito per macinare il Pane del Cielo.

XIX Tempo Ordinario B 2018

4 commenti

  1. Beh che dire se non grazie, attendere di leggere il tuo commento, ha dato grande gioia al mio cuore, e l’emozione nel leggerle, va oltre ogni aspettativa. Ognuno di noi credo si sia sentito un po’ tante cose, profeta, eroe poeta e via dicendo. E credo che più di ogni altra cosa? di fronte alla fatica, alla sofferenza ed alla fragilità si sia disarmato comprendendo che siamo delle persone piccole, piccole. Quante volte avremmo avuto la necessità di avere un angelo custode che arrivasse al bisogno, ma non funziona così. Lo dobbiamo cercare e lo troveremo senz’altro se solo sapessimo guardare lontano. Ma anche lui ha le sue fragilità. Quindi sarebbe molto più semplice condividere le proprie fatiche per sentirsi più vicini al cielo è meno distanti dalla terra. La frase che mi ha colpito di più è stata la seguente: “Hanno vitale bisogno di uno sguardo rispettoso per il demone che li abita, per le lacrime che versano, per le paure che non passano”
    Forse è proprio così che ognuno di noi si sente..e allora chiedo a me stessa di sentirmi più angelo e meno eroina, per far sì che la mia storia vada avanti nella grazia dello spirito santo. Ciao a tutti!!!

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  2. Quante volte, per quanto mi applicassi, non sono riuscita ad essere un angelo!
    Finché ho capito che non abbiamo bisogno di sforzo, ma di desiderio.
    Desiderare vedere belle le persone. Avere verso di loro uno sguardo di simpatia. Pensare bene di loro. O almeno non pensare male.
    Perché “ogni nostro pensiero produce un mutamento nella nostra anima ed in quella degli altri” (Simon Weil).

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