Baciare il cuore delle cose XXII del tempo ordinario B

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Baciare il cuore delle cose

(Deuteronomio 4, Giacomo 1, Marco 7)

domenica 2 settembre 2018, XXII del tempo ordinario B

 

E giunto alla fine, nell’ultimo istante della vita, non potrò certo dirmi di aver vissuto una vita immacolata, credo che in pochi parleranno della mia come di una vita esemplare e solo qualcuno, forse, per pietà, dirà che sono stato un buon uomo. Perché la morte rende tutti buoni sulle labbra di chi resta. Ma francamente, pensando a quel momento, non mi interessa nulla di tutto questo. Alla fine della vita, nell’ultimo istante dell’ultimo respiro due sole cose vorrei poter dire di me, anche solo nel silenzio di uno sguardo definitivo e pietoso con il divino, due cose sole, la prima: mi piacerebbe poter dire di aver almeno provato a dare sapore alla mia storia. La seconda: mi piacerebbe poter affermare che di fronte alla vita non mi sono mai fermato all’esteriorità. Di tutto il resto non mi interessa davvero nulla.

Deuteronomio lo dice bene, prima lettura, due sole cose contano: saggezza (dare sapore e profumo alla vita) e intelligenza (leggere dentro, dote dei profondi). Il resto non conta nulla. E le altre persone alla fine è questo che cercano in noi. E questo è anche il grado di verità delle leggi che siamo chiamati a mettere in pratica, dei precetti che ritmano inevitabilmente lo scorrere del tempo. Non ci sarà chiesto il numero delle messe celebrate, non i rosari e nemmeno le preghiere che abbiamo recitato più o meno consapevolmente, la qualità della nostra vita sarà stata narrata dal nostro agire, e sarà stato agire buono, vita piena, se avrà saputo gustare almeno un poco il sapore dei giorni, come quando la fragranza del pane commuove il cuore, e sarà stata vita buona se avrà osato la profondità, vivere come immergersi nel mare, oltre ogni tipo di superficialità e di banalità. Saggio è chi ama il profumo del pane, intelligente chi si immerge fin negli abissi misteriosi di quel mare che chiamiamo vita.

E sento che tuti i discorsi sulla fede trovano qui e solo qui il loro posto, qui le domande vere: ci commuoviamo ancora per il sapore buono che ha la vita quando nasce, quando si innamora, quando fa l’amore, quando ride, gioca e sogna? Questa è fede. Siamo ancora capaci di sentire il profumo buono della vita dentro gli snodi dolci e in quelli drammatici? Sappiamo riconoscere il profumo buono della vita nella profondità di certe malattie vissute con umanità, di certe morti accolte con fiducia, di certi fallimenti vissuti con dignità? Questa è l’unica saggezza e intelligenza che vado cercando.

L’unica legge capace di far sentire Dio vicino a noi, capace di renderci saggi e intelligenti è questa: non uccidere la meraviglia. Non violentare l’innocenza. Non ammazzare il sogno bambino, la speranza bambina, il futuro bambino. Una liturgia che sappia custodire lo stupore nella vita, leggi contro il cinismo e l’ignoranza, precetti contro l’invecchiamento del cuore, messe celebrate per rinascere capaci di commuoverci, per intenerirci e perdonarci. Il resto sono solo macerie di tradizioni morte. Ma serve una fantasia e una libertà che purtroppo ancora non vedo. Serve fede saggia e intelligente. Urgono nuove nostalgie di pane e di mare.

Vorrei, nell’ultimo istante della vita, prima di chiudere definitivamente gli occhi, poter stare in silenzio. E in quel preciso momento avere la lucidità di dire niente. Ma proprio niente. Perché già troppo avrò parlato. In quel momento mi piacerebbe poter dire di me: ho imparato ad ascoltare. Ho fatto spazio alla Parola di Dio. Che è molto difficile. Lo dice bene Giacomo nella seconda lettura: la bontà della nostra vita è data dalla capacità di riconoscere che “la Parola è stata piantata in noi”, e allora noi siamo tutti pezzi di terra seminati a Parola Buona e ogni uomo che incontriamo è un giardino che custodisce in cuore il seme della Verità.  A noi di creare le condizioni ideali perché il seme non muoia.

Ascoltare, ascoltarci, questa è fede, perché quando ascoltiamo noi creiamo spazio perché la Parola metta radici nel cuore di chi parla, perché ascoltando liberiamo spazio perché l’altro possa radicarsi nel proprio umano e incamminarsi verso il cielo. Una Parola che con le sue radici possa continuare a salvare l’uomo, una Parola salvifica perché radicandosi permette alla nostra umanità di non franare sotto le intemperie della banalità della storia, una Parola capace di salvare dall’aridità del cuore, dalla banalità e dalla disperazione. Una Parola che chiede incarnazione. Chiede di diventare carne e muscoli, chiede di essere messa in pratica, resa viva. Una Parola che prendendo carne ci salvi dalle illusioni degli intellettualismi. Vorrei, alla fine dei miei gironi, poter frugare tra le rughe della mia storia e trovare i segni del passaggio della Parola, un po’ di Parola incagliata sottopelle.

Una Parola che, se avrà preso radici, avrà trasformato profondamente il nostro agire. Saremo stati Carne e Spazio della Parola se avremo imparato a “visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo”, cioè se in forza di una Parola d’Amore radicata nel cuore, ascoltata con passione, incarnata con devozione, noi avremo imparato ad abitare le assenze, a presidiare i vuoti, a custodire le solitudini altrui. Se in forza della Parola non ci saremo fatti contaminare dalla banalità e dalla vanità della mondanità: solo chi ha radici nella Parola di Dio può continuare a vivere in questo mondo da disadattato, spostato. Non omologato. Profetico.

Saggio e intelligente è chi ascolta la Parola e la mette in pratica. E il Vangelo lo racconta benissimo. Saggio e intelligente è chi ascolta la Parola e poi mette le labbra vicino al cuore, bacia il cuore delle cose. Non basta “fare le cose”, l’uomo saggio e intelligente, l’uomo che ascolta non può ridursi a pure esecutore. Non basta nemmeno solo “il cuore” perché ripetere parole buone ma non trasformarle mai in pratica è illusione perversa e ipocrita. Una vita saggia e intelligente nasce da labbra che sanno baciare il cuore delle cose, un “fare” che sia racconto pratico di ciò che si crede, un amore che non rimanga sterile dietro a cumuli di intenzioni ma che sappia giocarsi anche dentro le ambiguità della vita, dentro le imperfezioni della storia.

Che le labbra bacino il cuore, che ci sia il battito del cuore dentro ogni nostra parola, e allora andrà bene anche lavarsi e purificare le stoviglie se in quel modo il nostro cuore avrà imparato a dilatarsi un poco di più.  Un cuore capace con il suo bacio di liberarci dalla logica del puro e dell’impuro. Gesù osa, alla fine del Vangelo, parole di forte responsabilità, siamo noi a rendere pura o impura la vita, siamo noi e solo noi a rendere umana o disumana la vita. Dobbiamo lasciare che il nostro cuore venga baciato dalla Parola, che nel nostro cuore si radichi la Parola, che noi diventiamo Parola vivente del Dio che ama e che bacia ogni storia.

XXII Tempo Ordinario B 2018

Tigre Assunzione

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Tigre

(Apocalisse, Corinzi, Luca 1)

Mercoledì 15 agosto Assunzione

È una donna. Ed è insieme Maria, la Chiesa, la Fede, è il nostro cuore, siamo noi. È figura, è simbolo, è visone e come tale non si può rinchiudere in una lettura univoca. La realtà non si può mai ridurre, siamo chiamati a camminare di visione in visione per permettere alla vita di dilatarsi in mille segni e in infiniti significati.

È una donna, ed è bellissima, abita il Cielo perché di Infinito è la carne dei desideri, perché è invito ad uno sguardo risollevato, cucita di cielo, come un arcobaleno è simbolo dell’Alleanza. È Maria, è la nostra fede, è la Chiesa quando non si perde tra le trame del potere, quando non sprofonda gli occhi nel potere, quando non si lascia trascinare nel fango della religiosità d’apparenza.

È donna ed è notizia buona per i nostri occhi, vien voglia di asciugarsi le lacrime per tornare a guardare il cielo, nasce il desiderio di uscire di casa, salire su un monte, fare tardi la notte per scoprire tra le stelle il profilo di una vita Alleata e Promettente. Sia questa la nostra Assunzione, sia Assunto al Cielo il nostro sguardo, chiamato a ri-trovare alleanze.

Sole, luna e stelle: è donna la Creazione, è creatura sintesi della bellezza del creato. In sé il giorno e la notte e le stelle, in sé il Tutto, perché l’Amore non pretende nulla ma non si accontenta mai, l’Amore è Tutto e Niente, è sorrisi e lacrime, terra e cielo, giorno e notte, ferite e passione. Assunzione sia per noi giornata di coraggio, tornare ad assumere il rischio dell’Amore, prendere Tutto, accogliere la sfida. Niente di meno. Sorrisi e lacrime, lacerazioni e incontri, Assunzione sia assumersi il rischio di vivere fino in fondo, di lasciarsi avvolgere dal tutto, di fuggire una vita tranquilla, scegliere il sole e la luna e le stelle. L’amore non pretende ma non si accontenta, l’amore è assumere tutto in uno sguardo appassionato. L’amore è avere il coraggio di prendere tutto di se stessi.

Lei è bella ed è vitale. Donna incinta, vita che spinge per nascere, la bellezza non è conclusa, la bellezza chiama il futuro, apre le acque, attraversa la morte. La bellezza non è calma, non è quiete, non è riposo: la bellezza apocalittica è doglie e travaglio. È un urlo vitale contro la sterilità. Assunzione sia gridare di vita per risvegliare la nostra fede assopita e abitudinaria, sia fuggire la quiete e ritrovare il coraggio del travaglio, accogliere la vita nel suo faticoso e infinito formarsi e sformarsi e ricrearsi, dolore vitale, attraversamento in nome di una esistenza che per essere tale chiede di essere continuamente partorita. Assumersi il coraggio di chiedere scusa per quando sogniamo una fede senza contrazioni, un riposo eterno che è buono per i cadaveri.

Che tornino a gridare i profeti, che le nostri notti tranquille possano essere risvegliate dalle urla di una vita da troppo tempo sterile e muta, che siano le loro voci come sassi gettati contro le vetrate perfette delle nostre chiese, grida femminili di donna che vuole diventare madre, fede che non vuole arrendersi all’abitudine, chiesa che non può lasciarsi soffocare dalla paura e dall’opportunismo. Assumiamoci il rischio di pregare perché aumentino le grida per le doglie di un parto che tutto potrebbe cambiare, un grido contro la sterilità insopportabile di questa nostra Chiesa che non trova più il coraggio di cambiare, il coraggio di rinascere. Un grido di doglia, di parto, un nuovo Concilio? Qualcosa che rompa gli schemi? Una novità vera, qualcosa di scandaloso, un inciampo, qualcosa che urli vita e non più lo stanco ripetersi di piani pastorali sempre uguali. Occorre rischiare per far nascere qualcosa di nuovo, per non morire. Occorre disgustarsi del clericalismo di frasi sussurrate, viscide, troppo corrette, misurate e violente, tornare a godere di un Apocalittico vagito: che poi anche il Vangelo inizia sempre e solo così: un pianto di bimbo nel cuore della notte.

Ed eccolo il drago, e in quel drago non dobbiamo avere fretta di vederci il maligno che ci piace pensare sempre altro da noi. Drago è il male che abbiamo dentro e fuori, drago è la paura di sognare, drago è ogni paura di cambiare, drago è un colpo di coda violento a “trascinare un terzo delle stelle del cielo”: drago è ogni volta che per paura o comodità ci sbarazziamo dei sogni. Drago è il potere di qualsiasi Erode che, per incapacità di cambiare, uccide ogni bambino. Drago è il moralismo che ci portiamo dentro, ereditario, contagioso. Drago è “si è sempre fatto così”, drago è fingere che non si possa cambiare, drago è circondarsi di persone che assecondano sempre e comunque, drago è vedere in chi prende le distanze un oppositore, drago è non ascoltare, drago è il male, soprattutto quello che finge: di ascoltare, di amare, di comprendere.

C’è sempre un drago appostato davanti ad ogni possibilità di nascita. C’è un drago tra il bambino e la madre. Il bimbo è rapito verso Dio, la donna è affidata al deserto. Tra i due c’è una distanza.

È una donna, è Maria? È la nostra fede? È la nostra storia? È tutto? Siamo noi. Nel deserto, in fuga e in cammino, nella speranza di essere assunti in cielo, per andare a riprenderci quel bambino che ci è stato strappato. Che bella sarebbe la Chiesa se avesse il coraggio di mostrarsi così, non solo madre rassicurante, non più padre normativo e anaffettivo, ma donna gettata nel deserto, madre a cui è stato strappato un figlio, madre e come tale animale ferito e pericoloso, che è il drago che deve avere paura di una donna a cui è strappato il figlio. E non ci si aspetta dalla donna parole di conforto, non manti azzurri e spiritualizzanti sguardi vacui, la donna apocalittica è una tigre a cui sono stati strappati i piccoli, vaga nel deserto della vita con passo sicuro e attento, è pronta a ruggire, non ha paura del drago, il cuore è pieno di nostalgia feroce. Nel deserto ha un rifugio ma dal rifugio parte, si espone, cammina, in esodo continuo.

Assunzione è festa rischiosa, a sentir l’Apocalisse, è sperare che la Chiesa si ricordi di essere donna, e madre a cui è stato strappato il figlio, e che non abbia più paura del drago perché in nome di un figlio niente fa più paura, e non abbia paura di gridare d’amore perché l’Amore ferito non se ne fa nulla di sterili formule romantiche.

Amatissima Chiesa quando torneremo a camminare con l’eleganza di una tigre dal cuore inquieto e ferito? Quando torneremo a gridare al mondo la nostalgia bruciante della vita?

Assunzione B 2018

Mulino a Vento XIX del tempo ordinario B

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(1 Re, Efesini, Giovanni)

XIX del tempo ordinario B,  domenica 12 agosto 2018

È nel momento esatto in cui ti accorgi che non sei meglio dei padri che lasci cadere maschere e armi; ma con l’armatura si staccano di dosso anche i sogni. Don Chisciotte è sconfitto, sta per morire, parla di mulini, dice di non vedere più l’ombra di un gigante. Avevate ragione voi, non sono meglio dei padri, e nessun figlio farà meglio di me, perché tutto stancamente scorre fingendo di muoversi. Non resta che andare a lasciarsi morire nel deserto, come Elia.

Provo commovente solidarietà per queste vite alla deriva. Il mondo le ha pretese, illuse e poi, ad un certo punto, derise e umiliate, perché facevano paura, perché non si potevano più controllare, perché loro vedevano qualcosa di diverso, un Altrove enigmatico. Il mondo, ad un certo drammatico punto, le ha lasciate andare, alla deriva. Figure relitto, carcasse di sogno, nel deserto e in silenzio muoiono le traiettorie che hanno respirato il Cielo.

Un angelo si avvicina. Nel sonno, vicino a una ginestra. Prima delle parole, prima di qualsiasi parola, un tocco, lieve. Il cielo si piega su muscoli indolenziti e tocca. Una carezza d’Infinito. Solo i poeti ne possono fare esperienza. All’Infinito il cuore tradito non resiste. A seguire due inviti materni ed essenziali: alzati e mangia. Ma solo dopo la carezza e il silenzio comprensivo. L’eroe vede una focaccia e un po’ d’acqua. Basta un po’ di cura per non lasciar morire i profeti, sono solo più fragili degli altri. Sono solo più estremi, vivono o muoiono con eguale definitiva intensità. Basta niente. Basta avere la dolcezza e l’accortezza di amarli così. Non costringerli a dovere. Il dovere, se verrà, nascerà di conseguenza, un poeta ha bisogno di un orizzonte e di un deserto e allora cammina. In terza battuta, solo in terza battuta, si parla di un compito da svolgere, attraversare il lungo deserto, ma dopo l’amore.

Pedagogia dell’eroe, tenerezza del poeta: se l’angelo avesse parlato al contrario Elia sarebbe rimasto a morire sotto la ginestra. Se fosse partito dal fondo “c’è un deserto da attraversare, un cammino da compiere, Elia, mangia, alzati!” Elia avrebbe semplicemente detto che “non gli importava più nulla di deserti e cammini”. E di lasciarlo stare, di non toccarlo, di lasciarlo morire. Perché gli eroi sono fragili, hanno bisogno di sentirsi amati, per quello che sono, per lo sguardo che gli brucia dentro, per la fragilità che il sogno porta con sé. Hanno bisogno di pazienza e di misericordia e di qualcuno che li sfiori e che poi li lasci andare. Hanno vitale bisogno di uno sguardo rispettoso per il demone che li abita, per le lacrime che versano, per le paure che non passano. Non vogliono essere utili, non possono rispondere a un comando, non riescono ad essere ridotti a ruolo, non hanno scopo, solo visioni. Bisogna avere cura, tanta cura: ecco perché per ogni eroico profetico poeta serve almeno un angelo.

Gli eroi, i poeti, i profeti sono fragilissimi, cedono alla tentazione della deriva con la stessa foga con cui si consumano per i grandi ideali. Hanno bisogno di angeli. Ma anche gli angeli sono fragili, le ali possono spezzarsi, i voli accartocciarsi. I profeti come Elia e come Gesù li difendono gli angeli, ne hanno bisogno. Per loro costruiscono mondi senza asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze, si oppongono alla malignità. Non possono nulla gli angeli contro la grettezza della vita, contro la violenza e la stupidità. Hanno bisogno di custodi, per il linguaggio e per i gesti. Gli angeli hanno bisogno di spazi di mondo dove poter camminare.

Angeli sono tutti gli uomini che rischiano di restare offesi dalla violenza della vita, dalla vita quando si fa ruvida e pretenziosa, dalla parola che non custodisce e non è custodita, dalla velocità che tutto consuma. Gli angeli non possono nulla contro l’ignoranza. Servono profeti capaci di attraversare il deserto della vita con carità, “camminate nella carità”, cioè muovete passi d’amore in ogni direzione, fecondate il deserto con la prossimità e la cura per fare spazio agli angeli. Per permettere agli angeli di tornare a respirarci vicino.

Un mondo dove i profeti non muoiono abbandonati dal cinismo del mondo, dove gli angeli non vedono spezzati i loro voli leggeri dalla volgarità. A volte sembra impossibile. A volte sembra che l’unica carta da giocare sia la “fuga”, fuga da un mondo che non capisce, distanza da un mondo irriconoscibile. A volte viene da chiudere gli occhi, come fanno i bambini, a volte viene da chiudersi in casa, da chiudersi in un libro, da perdersi trai colori di un quadro o tra i silenzi di una poesia, o tra le trame della natura. A volte è giusto così, è salvifico. A volte sembra impossibile vivere da profeta o da angelo. A volte sembra impossibile vivere. A volte si vuole che gli occhi non si aprano più.

Che è troppo duro camminare nella carità tra i deserti della vita, anche Gesù ne ha sofferto, pochi angeli a toccare il suo cuore, qualche Maddalena, pochissimi amici, la Madre, la Veronica, per il resto un gioco di ruoli drammatico e mortale: buono fino a quando ha voluto moltiplicare il pane, buono per i rivoluzionari, buono per i discepoli che volevano lucrare un posto d’onore, buono per i miracoli, buono per il sistema fino a quando si è contrapposto al sistema, buono a guarire, a riportare in vita i morti e poi, finalmente, buono a nulla. Cioè libero di poter camminare fin nel cuore della Carità. E così il pane discendeva definitivamente dal cielo, la manna prendeva carne, Dio era uomo. E se non riesci più a separare il sacro dal profano perché tutto è santo, perché in ogni pane puoi fare esperienza di Dio o impari a vedere l’Invisibile nel Visibile, cioè diventi poeta, oppure continui a pretendere di vedere quello che ti ostini a chiamare realtà e che invece è solo una proiezione della volgarità e della violenza del mondo “costui è il figlio di Giuseppe!”, la vita è solo quella che vedo.

In questo deserto volgare e violento, in cui usiamo e siamo usati, a noi di volerci ancora innamorare di una voce che ci istruisce, che angelica si avvicina ad accarezzarci, che svela il cielo in ogni pane. A noi di lasciarci riaprire gli occhi, diventando anche a noi buoni a nulla, eroiche definitive carcasse alla deriva nella Carità. E che ci si possa incagliare, definitivamente, sul palo piantato nel cuore del male, palo a forma di croce che tutti chiamano patibolo fallimentare, ma che per qualcuno è mulino. Mulino mosso dal vento dello Spirito per macinare il Pane del Cielo.

XIX Tempo Ordinario B 2018