Eppure è così bello morire XV del tempo ordinario B

Eppure è così bello morire

(Amos 7, Efesini 1, Marco 6)

domenica 15 luglio 2018, XV del tempo ordinario B

Vattene veggente, ritirati lontano da qui. Non ci interessa quello che stai dicendo, non riusciamo a capire, ci confondi le idee. Altri prima di te hanno detto esattamente il contrario, chi credi di essere? Veggente non profeta, sognatore illuso non uomo di Dio! Sei semplicemente nel posto sbagliato, siamo abituati ad altro. Vattene via, non è posto per te, abbiamo sempre fatto così, continueremo a fare così. Tu non ci ami, tu ci odi, non sei adatto a Betel.

Vattene via, urliamo quando la Parola si stende tra le labbra di un profeta che chiede cambiamento. Urlato, come succede contro Amos o sussurrato con apparente amorevole garbo “qui sei sprecato, dovresti profetizzare altrove” poco cambia, non è il profeta, è la Parola ad essere fastidiosa, o meglio è la Parola quando si incarna in un profeta ad essere insopportabile.

È la Parola da far zittire. E ci stiamo riuscendo. Nelle nostre Comunità quanti sono i luoghi in cui ci si lascia toccare davvero dalla Parola di Dio? Ci si lascia toccare, perché c’è un modo ancora più raffinato di dire, “vattene veggente!” ed è quello di non mettersi in discussione. Possiamo ascoltare pagine di Bibbia dalla mattina alla sera, possiamo commentarle e renderle catechesi, ma fino a quando non si avrà il coraggio di mettersi seriamente in discussione non servirà a nulla, anzi sarà peggio, perché ci staremo illudendo di ascoltare.

Ma è solo una la condizione indispensabile per mettersi seriamente in discussione, una sola ma è difficile e richiede coraggio e purtroppo non credo sia possibile a tutti. Per lasciare alla Parola di Dio di profetizzare in noi non abbiamo altra scelta che quella di morire. Di lasciarci ammazzare. Morire dentro, morire davvero. Far morire la parte di noi che chiede di essere indispensabile, (siamo servi inutili o no?), far morire in noi l’insicurezza cronica che non ci permette di vivere sereni se il capo di turno (nei nostri ambienti basta un semplice vescovo, un ridicolo parroco) non ci fanno sentire insostituibili! Uccidere in noi l’illusione che basta amare un luogo con tutto se stessi per avere il diritto di essere amati e non ricordare che la Profezia chiede di amare i nemici e non le pietre del Tempio. In nome delle Sacre Strutture, non delle Sacre Scritture, Gesù è stato messo in croce.

Il profeta è un assassino, per questo ci fa paura, viene a uccidere la parte di noi che crede di essere indispensabile, viene a uccidere il bambino bisognoso di affetto che chiede di essere coccolato, viene ad ammazzare quella totale schiavitù ad una fame d’amore che non troviamo altrove e che ci rende disposti a dare totale obbedienza a qualche uomo forte, a qualche struttura forte, a qualche furbo potente di turno che mentre ci accarezza ci ruba l’anima, che mentre ci riempie di complimenti usa di noi perché…ne ha bisogno anche lui. La Parola Profetica viene a dirci che siamo chiamati a rompere con questi perversi ricatti affettivi. E la Chiesa ne morirebbe. Ne sono ormai certo. Ecco perché non vuole cambiare. Sarebbe così bello morire!

E invece: vattene veggente, lasciaci replicare modalità banali e mondane di feste e balli e centri estivi. Vattene veggente, lasciaci godere dei nostri teologici pensieri che non fanno male a nessuno, dei convegni che ci garantiscono un ruolo, delle giornate di studio che ci mettono in cuore in pace, dei digiuni per i poveri e delle maglie colorate per usare perfino dei poveri pur di essere visibili… per illudersi di essere vivi. Mentre il profeta prende la mira e uccide.

Eppure è così bello morire! Che libertà non dover più attendere lo sguardo accondiscendente dall’alto per guardarsi allo specchio della Parola ogni mattina e dire… “non ero profeta ne figlio di profeta, ero mandriano e coltivavo piante di sicomoro, ma il Signore mi prese…”. Che splendore, dire con libertà “non vivo per eredità, non sto replicando un modello famigliare, non vivo per abitudine. Facevo altro ma poi la vita mi ha portato a essere qui e ad esserlo inevitabilmente così, perché sono io e non un altro. E non mi importa nulla dimostrare niente a nessuno, sono troppo indaffarato a tenere ucciso la parte infantile che piange in me. Che bello sarebbe iniziare ad impegnare forze comunitarie non per continuare a replicare il passato, non per rincorrere capricci da volontari patetici e immaturi, non per fare classifiche interne e misurare il grado di gradimento ma per balbettare a modo nostro Parole divine di cui ci siamo innamorati. E certo che danno fastidio, sono lì per questo, sono lì per ammazzare il nostro ego frustrato, danno fastidio perché stanno solo chiedendoci di morire.

Una volta morti poi bisogna restare morti. E questo è difficile. Lasciar morto l’ego insicuro che reclama attenzione, questo è lavoro quotidiano. Una volta che si è liberi da ricatti affettivi verso l’alto (attese del Sistema) e verso il basso (pretese su chi dovrebbe adorarci) ecco che possiamo impegnare la nostra vita a fare l’unica cosa sensata che la riempirebbe, lo dico con le parole di Efesini “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”. Paolo nella seconda lettura parla di quanto l’uomo sia bello e benedetto, di quanto sia santo e immacolato, del disegno d’amore che lo avvolge da sempre e di quanto sia sempre perdonato e amato dall’alto e dice tutto questo per arrivare al cuore del suo discorso: che questo amore ci liberi dall’ossessione di attirare attenzione a noi per ricondurre tutto all’Amore. E non è frasetta da giornata del seminario o da suora disincarnata e frustrata. Ammazzare il mio “Io infantile” mi permette di danzare nel mondo con libertà, con la leggerezza di chi può dire che tutto è gratuito, che ogni cosa dall’alba al tramonto l’ho trovata, ho ringraziato e poi l’ho lasciata andare, che dalla Sacra Parola di Dio al fastidioso sasso nella scarpa, tutto mi parla di Cristo, tutto mi parla dell’urgenza di perdermi per amore. Di essere solo uno che gode dell’Amore che già c’è, incarnato nel mondo, in ogni cosa visibile e invisibile. E io sono solo un viandante, un pellegrino curioso e vorace di questo amore che era prima di me e sarà dopo di me. A me unico compito di riconoscerlo e non zittirlo.

E allora impareremo ad andare senza pane, senza sacca, senza denaro, non perché non servano ma perché non lo portiamo noi, noi le troveremo e le accoglieremo con gratitudine. Quel giorno la mia Chiesa finalmente sarà davvero povera e andrà “senza due tuniche”, cioè senza falsità e doppiezza, senza mascherare, e non chiamerà più “servizio” l’infantile bisogno di essere considerata importante dalla nostra società. E allora finalmente andremo a due a due, sempre, perché avremo il coraggio di dire che nella presunta purezza dei casti solitari si annida più il risentimento che la santità. E amore non fa rima per forza con astinenza. E finalmente andremo, davvero liberi anche di lasciare la casa di chi non fa morire il proprio egoismo, liberi di poter dire “mi spiace, il vangelo chiede altro”, liberi di scuoterci la polvere sotto i piedi, non con astio ma con l’amarezza di chi non è riuscito a mostrare la libertà del Vangelo. Certo è che se il nostro unico compito è tenere in piedi la casa parrocchia, la casa oratorio, la casa curia, la casa seminario, ad andarsene saranno sempre i profeti, ridotti a veggenti ingombranti. E la Chiesa continuerà a starsene seduta, con i piedi nella polvere.

XV Tempo Ordinario B 2018

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4 commenti

  1. “dei digiuni per i poveri e delle maglie colorate per usare perfino dei poveri pur di essere visibili… “.

    Sai, io credo che DI QUESTI TEMPI, citando il titolo di un libro di Alberto Maggi, ci sia bisogno pure di visibilità, ci sia bisogno di guardarsi in giro e poter riconoscere che c’è ancora qualcuno che indossa umanità, almeno nel pensiero… E DI QUESTi TEMPI è già tanto!

    E’ incredibile e allucinante quanto la gente sia d’accordo con Salvini. E sono in tanti! Troppi!

    E continua a venirmi alla mente “La banalità del male “ di Hanna Arendt…

    Per il resto, come sempre bravo e stimolante, anche se morire a se stessi… Grazie!

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  2. “…delle maglie colorate per usare perfino dei poveri pur di essere visibili… “

    Dietro l’iniziativa delle magliette rosse c’è un uomo che mette ogni giorno a rischio la propria vita per gli altri e sì, il desiderio di essere visibili, ma certamente non fine a se stesso: per diffondere in modo semplice (come Gesù con le parabole) dei valori alternativi allo scenario di egoismo e insensibilità che domina il nostro tempo, dando speranza a chi pensa di essere solo a lottare per un cambiamento.

    Penso che Don Ciotti sia proprio l’esempio di colui che non si rassegna al Sistema delle Sacre Strutture, ma nemmeno si accontenta di “lasciare la casa di chi non fa morire il proprio egoismo, o di scuotersi la polvere sotto i piedi”: con le sue scelte libere e coraggiose ci ricorda che siamo chiamati ad essere custodi dei nostri fratelli, ad avere il coraggio di prenderli per mano, correndo anche il rischio di uno scontro, per mostrar loro una verità diversa dal loro ego, la libertà del Vangelo, non con la superiorità di un arrivato, ma con l’umiltà di un viandante, di un uomo in cammino, come loro.

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  3. Signore, il tuo servo fedele pronto a morire mi ha colpita e affondata… il mio io interiore sta sanguinando. Abbandonarlo per rifarmi a vita nuova mi è un po’ difficile, proprio per i motivi di cui parla il tuo amato servo, un uomo degno. Io lo vorrei fare, ma significherebbe veramente mettermi contro tutti. Lo farei se non costasse troppo in termini affettivi. Sono molto spaventata da tutti questi attuali falsi profeti che stanno dilaniando le persone. E fanno perdere la speranza. Nel mio cuore è grande il desiderio di libertà, desidero spezzare le catene che non mi permettono di amare a 360 gradi…ma ogni volta mi devo bloccare perché mi sento sola in questa impresa. Mi sento talmente insicura che mi spavento e comprendo che a volte la mia fede è così fragile. Io so da che parte voglio stare, ma c’è quell’io interiore che non mi fa crescere.. grazie Don.

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