Il Corpo (estraneo) di Cristo XIV domenica tempo ordinario

(Ezechiele 2; 2 Corinzi; Marco 6)

XIV domenica tempo ordinario 8 luglio 2018

 

E quando tutto sarà in ordine, quando il mio cuore avrà raggiunto la pace e mi sentirò di aver fatto della mia vita un buon lavoro, quando avrò finito di costruire l’altare di parole a cui volentieri, finalmente, mi prostrerò, quando sarò in pace con tutti e tutti mi guarderanno con tenerezza, quando non alzerò più la voce e in modo imperturbabile camminerò per il mondo, quando perdonerò tutto alla mia chiesa e mi sentirò amato da lei, quando saprò parlare di Te senza sbavature e senza arrossire, in quel momento esatto, ti scongiuro Signore mandami un profeta a ricordami che tu non sei lì.

Tu sei un sasso nella scarpa, una ferita dolorosa, Tu sei un fastidio, tu sei quotidiana inquietudine. Tu sei negli occhi di chi mi accusa, tu sei l’adolescente ribelle e il vecchio aggrappato a retaggi improponibili. Tu sei chi mi scrive senza firma, chi si nasconde dietro un sorriso di facciata, Tu sei dove è svelata la mia pochezza. Ricordami Signore che nel momento esatto in cui avrò fatto pace con il mondo tu ti sarai spostato altrove, tu sei e resterai, fino alla fine dei giorni, il mio indispensabile corpo estraneo. Che non mi lascia tranquillo. Che mi strappa dalla sensuale nenia delle abitudini.

O mio Eterno Fastidio, improponibile compagno di viaggio, increspatura nella calma, ferita aperta, profetica assenza, rifiuto amato, incubo cercato, continua a spingermi nelle orecchie, senza tregua, le parole di Ezechiele, quelle della prima lettura: “ascoltino o non ascoltino un profeta si trova in mezzo a loro”.  Libera le nostre comunità parrocchiali dalla logica del consenso, libera le nostre Chiese dal sistema del sacro capitalismo delle coscienze, quello che tende a dare ciò che la gente chiede. Non farci più contare niente.

Copro estraneo di Cristo, corpo estraneo di Cristo, questo dovremmo ripetere ad ogni ostia consacrata e consumata. Consuma la nostra abitudine. Donaci il coraggio di affrontare il nostro testardo modo di stare al mondo perché se continuiamo ad addomesticare l’Indicibile non guariremo mai più da uno sguardo testardo e da un cuore indurito. Siamo testardi quando le nostre convinzioni hanno la meglio sulla compassione, siamo testardi quando l’astrattezza dei valori ci fa dimenticare l’unicità delle storie. Tu sei il fastidio di due occhi che guardano e denunciano la nostra inescusabile grettezza. Noi siamo quelli che condannano Te alla croce per non mettere in croce il sistema. Tu sei il nostro fastidioso antidoto alla superbia e all’assuefazione. Tu sei Sacro Corpo Estraneo quando disturbi la nostra tranquillità, quando distruggi il nostro potere, quando ci costringi ad abbandonare i ragionamenti per “grandi ideali” per imparare ad accogliere i piccoli fratelli nella quotidianità.

Per dirla come Paolo nella seconda lettura: tu sei la spina nel fianco che svela la nostra debolezza. Che impedisce la superbia. Che tutti si possa imparare a dare nome alla nostra spina nel fianco, alla vergogna che vorremo nascondere, alla pochezza che non riusciamo ad accettare. Inchiniamoci lì, è lì che Tu sei. Dove la nostra vita è svelata nella sua vulnerabilità. Un altare, una chiesa, il santuario in cui celebrare la liturgia della piena umanità, che tutti si sappia dare nome alla nostra spina nel fianco, al fastidio che impedisce la nostra ipotetica perfezione. Quella spina divina che ci ricorda che noi siamo corpo estraneo a noi stessi. Crediamo di aver capito e ricadiamo negli stessi errori, condanniamo negli altri ciò che è evidente in noi. Noi crediamo di essere e quella spina nel nostro stile di vita ci ricorda ciò che siamo veramente.

Benedetta spina nel fianco, sasso nella scarpa, dolcissimo fastidio, corpo estraneo di Cristo in noi, tu svelando la nostra pochezza, chiedendoci di chinarci con compassione e verità sulla nostra fragilità, consenti che proprio in quel gesto noi si sia in grado di manifestare il Dio della compassione. Ecco perché “la forza si manifesta pienamente nella debolezza” perché l’unica forza è quella del riconoscere, amare, prendersi cura del lato debole, della vergognosa mancanza, della miserabile imperfezione. Tu sei ciò che svela il divino a partire dalla pietra di scarto. Tu sei copro estraneo, carne da macello destinata alla discarica del Calvario, tu sei pietra di scarto, tu sei il Copro Estraneo che svela il volto di Cristo nella forte debolezza di chi si prende cura del tuo cadavere.

Profeta è corpo estraneo, Paolo è copro estraneo, Cristo è corpo estraneo: “da dove gli vengono queste cose? (…) lui non è il falegname, il figlio di Maria?”. Gesù è corpo estraneo per la gente di Nazaret, che ha visto bene. Avevano ragione. Lui è copro estraneo alle logiche religiose e di potere. Accoglierlo come profeta, o come spina nel fianco vuol dire condannarsi all’inquietudine. Prezzo troppo alto per qualsiasi chiesa o sinagoga. Ed ecco che in nome di una terra (da dove viene?) e del sangue (non è il figlio di…)  si chiudono le possibilità di accoglierlo. Sempre terra e sangue producono rifiuto. Si chiudono i confini per non lasciare che lo straniero che è in noi si risvegli a metterci in questione. Ogni profeta “non è disprezzato se non nella sua patria”. Perché è proprio l’idea di patria come luogo immobile e tradizione immutabile che il profeta mette in questione.

E l’immobilità uccide ogni tipo di cambiamento cioè di miracolo, la meraviglia triste rimane solo quella del profeta che incredulo mostra il Padre nella cura dei malati.

Serve un’inversione completa dello sguardo sul mondo. Occorre camminare in senso inverso. Occorre partire dalla fine, occorre ripartire proprio dall’incredulità, non quella di Gesù ma dalla nostra. Che siamo increduli anche noi. Non crediamo che si possa cambiare, non crediamo che si possa amare, non crediamo che si possa perdonare. Non crediamo più nel fratello, non crediamo alle nostre forze, non crediamo all’amore.

Riconosciuta l’incredulità chiedere il miracolo: quello che apre alla meraviglia per la vita. Per ogni aspetto della vita. Per quando la vita sceglie di vivere. Per ogni forma di vulnerabilità custodita. Per il miracolo della forza che fiorisce dalla debolezza. Questo il miracolo, il primo, forse l’unico, perché il miracolo siamo noi quando ci accorgiamo di quanto sia preziosa la vita stessa, quanto sia divino chi accarezza le nostre ferite.

E a quel punto non ci sarà più opposizione e la terra e il sangue non tracceranno confini ma il Copro e il Sangue, il corpo di ogni uomo, diventerà traccia e mappa e possibilità. Nostra patria, nostra sinagoga, nostro unico santuario, nostro Dio.

XIV Tempo Ordinario B 2018

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