Miracolo vero XVII del tempo ordinario B

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Miracolo vero

(Giovanni 6,1-15)

domenica 29 luglio 2018, XVII del tempo ordinario B

Miracolo vero non sono i pani che si moltiplicano ma la vita che si svela con inattesa dolcezza. Miracolo vero è il cammino di Gesù che sfiora vite inferme e le rimette in cammino, che risveglia emozioni paralizzate, che attraversa i mari dei naufragi del nostro cuore per farci riscoprire la gioia di innamorarci ancora. Miracolo vero è la folla che non ha paura dei segni di cambiamento, che cerca la vita che ricomincia.

E io ti ringrazio, Signore della vita, per questi miracoli che spesso non vedo nemmeno più. Per chi accetta di attraversare il mare della delusione, dello sfinimento, della depressione. Per chi sceglie di rimettersi in gioco per non perdere l’amore della vita. Grazie per il miracolo di chi decide che è arrivata l’ora di cambiare. Grazie per il miracolo della vita che non si ferma, nemmeno sulle cose belle, che non si guarda allo specchio compiaciuta, che abbandona le infermità, che apre orizzonti.

Miracolo vero è salire sul monte con te per non avere più paura di Dio. Nessuna nube, non tuoni e fulmini, non il mistero di un Dio altro e onnipotente ma il miracolo di un Dio vicino e deponente. Miracolo è il silenzio leggero del vento, sono le parole di amicizia. Miracolo vero è l’assenza della paura. L’umano e il divino si parlano con amicizia. Miracolo vero sarebbe non avere più paura di Te e nemmeno di quello che portiamo nel cuore. Come si può avere paura del divino che sorride seduto sul monte con noi mentre intorno il mondo sembra tornato a essere pacificato? Scusaci se abbiamo ancora paura dei nostri pensieri, dei nostri errori, del nostro corpo, del nostro istinto… continua a portaci sul monte del silenzio con te.

Miracolo vero sono i tuoi occhi che ci guardano e scoprono la nostra fame. Lo sai che non succede spesso. Tutti chiedono e noi siamo stanchi. Miracolo è sentire che qualcuno si prende cura delle fami profonde che ci abitano. Miracolo è che non le usi per estorcere obbedienza o eterna gratitudine. Miracolo vero sarebbe che i nostri occhi imparassero a far felici le persone che abbiamo vicino chiedendo semplicemente “hai fame?”, “cosa posso fare per il tuo cuore così bisognoso d’amore?”, “cosa poso fare per non farti morire in una vita che sembra un sempre più a un inospitale deserto?”.

Miracolo vero è che Filippo riesce a dare voce alla sua e nostra fragilità: non abbiamo i mezzi per sfamare l’umano. E lo dice. Perché la fame sarà nostra compagna sempre, perché il desiderio, il bisogno, l’assenza, il vuoto, sono parte indispensabile del nostro essere uomini. Filippo riesce a dirlo. Miracolo è quando noi riusciremo a dire che il bisogno di amore che ci preme nel cuore fa parte di noi, ci rende bisognosi e bellissimi, il giorno che non lo sentiremo più sarà perché abbiamo smesso di interrogarlo, non perché l’abbiamo placato riempendolo.

Miracolo vero è Andrea che dà voce al poco di un ragazzino. No, non era l’unico ad avere qualcosa con sé. Miracolo vero è che tutti hanno visto che quel ragazzino stava rischiando di perdere quel poco che aveva per gli altri. E siccome non si parla espressamente di moltiplicazioni, mi viene quasi da pensare che il miracolo vero è che tutti gli altri, commossi dalla spontaneità di quel ragazzino, hanno cominciato ad estrarre ciò che era stato nascosto per paura di morire. Miracolo vero è che sul monte, quel giorno, l’umanità ha trovato il coraggio di mostrarsi per quello che era veramente e che nessuno se ne è approfittato. Miracolo vero è l’umanità che non svaluta, che non prende in giro, che non ridicolizza il poco. Miracolo vero sono tutte le persone che non ci hanno fatto sentire sbagliati, che ci hanno protetto, che ci hanno aiutato a crescere, che ci hanno aiutato a maturare, frutti buoni e dolci per essere consegnati alle altrui fami.

Miracolo vero è che prima della condivisione del pane e del pesce la folla non fugge ma si siede. Nella propria fragilità, nella propria assenza. Sedersi in quel silenzio, sedersi comodi, c’era molta erba in quel luogo, era un giardino, come quello di Eden, perché paradiso non è avere tutto ma sedersi e amarsi in quel bisogno fragile e bellissimo che siamo. Miracolo vero è quando vediamo uomini e donne che non vivono più nell’affanno, che non rincorrono niente, che non pretendono niente, che si amano così tanto da sedersi pacifici, nel silenzio profondo del loro essere, senza ansie, pacifici e comodi, su un cuscino d’erba nello sguardo luminoso del divino. E sorridono beati.

Miracolo vero è quando Gesù prende i pani, e non gli importa quanti sono e non fa conti e non recrimina, li prende e basta, miracolo vero è quando le persone prendono la vita così come viene, senza piegarla alle proprie pretese, e ringraziano, come Gesù. Miracolo sono le persone che ringraziano nonostante la vita, nonostante quello che noi chiameremmo poco o niente. Ma ringraziano davvero, perché vedono luce dentro il frammento delle cose, perché vedono Tutto dentro le briciole.

Miracolo vero è in quel “dare” di Gesù. Perché è gratuito, ma più ancora perché in quel momento costruisce una relazione. Per dare Gesù ha avuto bisogno di mani che ricevessero. Miracolo vero è ogni relazione umana. È l’umano che ha fame dell’umano.

Miracolo vero è che nessuno dice che i pani e i pesci si moltiplicavano ma che l’amore sazia la vita. Per un momento, fino alla mattina dopo, per fortuna. Poi sarà ancora fame di vita. Miracolo è questa vita che si muove sazia e affamata, sistole e diastole di un cammino in cui pieno e vuoto, luce e ombra, giorno e notte, indicano che il tempo scorre sempre, scorre verso l’Amore.

E poi la vita che avanza, anzi no, miracolo vero è la vita raccolta “perché nulla vada perduto”, miracolo vero sarà quando ci sentiremo come pezzi raccolti, inutili apparentemente ma resi indispensabili da un gesto di cura così umano da risultare divino. Miracolo vero sono quelle dodici ceste, dodici come i discepoli, traditore compreso, perché noi siamo ceste di pane che sarebbe d’avanzo se non ci fosse sempre qualcuno chinato con affetto su di noi a raccoglierci, a raccoglierci sempre, a ricordarci che ogni cosa che facciamo, ogni aspetto di noi, ogni frammento di umanità è miracolosamente narrazione del Tutto. Miracolo vero è tutta la nostra vita quando è raccolta con amore.

XVII Tempo Ordinario B 2018

Eppure è così bello morire XV del tempo ordinario B

Eppure è così bello morire

(Amos 7, Efesini 1, Marco 6)

domenica 15 luglio 2018, XV del tempo ordinario B

Vattene veggente, ritirati lontano da qui. Non ci interessa quello che stai dicendo, non riusciamo a capire, ci confondi le idee. Altri prima di te hanno detto esattamente il contrario, chi credi di essere? Veggente non profeta, sognatore illuso non uomo di Dio! Sei semplicemente nel posto sbagliato, siamo abituati ad altro. Vattene via, non è posto per te, abbiamo sempre fatto così, continueremo a fare così. Tu non ci ami, tu ci odi, non sei adatto a Betel.

Vattene via, urliamo quando la Parola si stende tra le labbra di un profeta che chiede cambiamento. Urlato, come succede contro Amos o sussurrato con apparente amorevole garbo “qui sei sprecato, dovresti profetizzare altrove” poco cambia, non è il profeta, è la Parola ad essere fastidiosa, o meglio è la Parola quando si incarna in un profeta ad essere insopportabile.

È la Parola da far zittire. E ci stiamo riuscendo. Nelle nostre Comunità quanti sono i luoghi in cui ci si lascia toccare davvero dalla Parola di Dio? Ci si lascia toccare, perché c’è un modo ancora più raffinato di dire, “vattene veggente!” ed è quello di non mettersi in discussione. Possiamo ascoltare pagine di Bibbia dalla mattina alla sera, possiamo commentarle e renderle catechesi, ma fino a quando non si avrà il coraggio di mettersi seriamente in discussione non servirà a nulla, anzi sarà peggio, perché ci staremo illudendo di ascoltare.

Ma è solo una la condizione indispensabile per mettersi seriamente in discussione, una sola ma è difficile e richiede coraggio e purtroppo non credo sia possibile a tutti. Per lasciare alla Parola di Dio di profetizzare in noi non abbiamo altra scelta che quella di morire. Di lasciarci ammazzare. Morire dentro, morire davvero. Far morire la parte di noi che chiede di essere indispensabile, (siamo servi inutili o no?), far morire in noi l’insicurezza cronica che non ci permette di vivere sereni se il capo di turno (nei nostri ambienti basta un semplice vescovo, un ridicolo parroco) non ci fanno sentire insostituibili! Uccidere in noi l’illusione che basta amare un luogo con tutto se stessi per avere il diritto di essere amati e non ricordare che la Profezia chiede di amare i nemici e non le pietre del Tempio. In nome delle Sacre Strutture, non delle Sacre Scritture, Gesù è stato messo in croce.

Il profeta è un assassino, per questo ci fa paura, viene a uccidere la parte di noi che crede di essere indispensabile, viene a uccidere il bambino bisognoso di affetto che chiede di essere coccolato, viene ad ammazzare quella totale schiavitù ad una fame d’amore che non troviamo altrove e che ci rende disposti a dare totale obbedienza a qualche uomo forte, a qualche struttura forte, a qualche furbo potente di turno che mentre ci accarezza ci ruba l’anima, che mentre ci riempie di complimenti usa di noi perché…ne ha bisogno anche lui. La Parola Profetica viene a dirci che siamo chiamati a rompere con questi perversi ricatti affettivi. E la Chiesa ne morirebbe. Ne sono ormai certo. Ecco perché non vuole cambiare. Sarebbe così bello morire!

E invece: vattene veggente, lasciaci replicare modalità banali e mondane di feste e balli e centri estivi. Vattene veggente, lasciaci godere dei nostri teologici pensieri che non fanno male a nessuno, dei convegni che ci garantiscono un ruolo, delle giornate di studio che ci mettono in cuore in pace, dei digiuni per i poveri e delle maglie colorate per usare perfino dei poveri pur di essere visibili… per illudersi di essere vivi. Mentre il profeta prende la mira e uccide.

Eppure è così bello morire! Che libertà non dover più attendere lo sguardo accondiscendente dall’alto per guardarsi allo specchio della Parola ogni mattina e dire… “non ero profeta ne figlio di profeta, ero mandriano e coltivavo piante di sicomoro, ma il Signore mi prese…”. Che splendore, dire con libertà “non vivo per eredità, non sto replicando un modello famigliare, non vivo per abitudine. Facevo altro ma poi la vita mi ha portato a essere qui e ad esserlo inevitabilmente così, perché sono io e non un altro. E non mi importa nulla dimostrare niente a nessuno, sono troppo indaffarato a tenere ucciso la parte infantile che piange in me. Che bello sarebbe iniziare ad impegnare forze comunitarie non per continuare a replicare il passato, non per rincorrere capricci da volontari patetici e immaturi, non per fare classifiche interne e misurare il grado di gradimento ma per balbettare a modo nostro Parole divine di cui ci siamo innamorati. E certo che danno fastidio, sono lì per questo, sono lì per ammazzare il nostro ego frustrato, danno fastidio perché stanno solo chiedendoci di morire.

Una volta morti poi bisogna restare morti. E questo è difficile. Lasciar morto l’ego insicuro che reclama attenzione, questo è lavoro quotidiano. Una volta che si è liberi da ricatti affettivi verso l’alto (attese del Sistema) e verso il basso (pretese su chi dovrebbe adorarci) ecco che possiamo impegnare la nostra vita a fare l’unica cosa sensata che la riempirebbe, lo dico con le parole di Efesini “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”. Paolo nella seconda lettura parla di quanto l’uomo sia bello e benedetto, di quanto sia santo e immacolato, del disegno d’amore che lo avvolge da sempre e di quanto sia sempre perdonato e amato dall’alto e dice tutto questo per arrivare al cuore del suo discorso: che questo amore ci liberi dall’ossessione di attirare attenzione a noi per ricondurre tutto all’Amore. E non è frasetta da giornata del seminario o da suora disincarnata e frustrata. Ammazzare il mio “Io infantile” mi permette di danzare nel mondo con libertà, con la leggerezza di chi può dire che tutto è gratuito, che ogni cosa dall’alba al tramonto l’ho trovata, ho ringraziato e poi l’ho lasciata andare, che dalla Sacra Parola di Dio al fastidioso sasso nella scarpa, tutto mi parla di Cristo, tutto mi parla dell’urgenza di perdermi per amore. Di essere solo uno che gode dell’Amore che già c’è, incarnato nel mondo, in ogni cosa visibile e invisibile. E io sono solo un viandante, un pellegrino curioso e vorace di questo amore che era prima di me e sarà dopo di me. A me unico compito di riconoscerlo e non zittirlo.

E allora impareremo ad andare senza pane, senza sacca, senza denaro, non perché non servano ma perché non lo portiamo noi, noi le troveremo e le accoglieremo con gratitudine. Quel giorno la mia Chiesa finalmente sarà davvero povera e andrà “senza due tuniche”, cioè senza falsità e doppiezza, senza mascherare, e non chiamerà più “servizio” l’infantile bisogno di essere considerata importante dalla nostra società. E allora finalmente andremo a due a due, sempre, perché avremo il coraggio di dire che nella presunta purezza dei casti solitari si annida più il risentimento che la santità. E amore non fa rima per forza con astinenza. E finalmente andremo, davvero liberi anche di lasciare la casa di chi non fa morire il proprio egoismo, liberi di poter dire “mi spiace, il vangelo chiede altro”, liberi di scuoterci la polvere sotto i piedi, non con astio ma con l’amarezza di chi non è riuscito a mostrare la libertà del Vangelo. Certo è che se il nostro unico compito è tenere in piedi la casa parrocchia, la casa oratorio, la casa curia, la casa seminario, ad andarsene saranno sempre i profeti, ridotti a veggenti ingombranti. E la Chiesa continuerà a starsene seduta, con i piedi nella polvere.

XV Tempo Ordinario B 2018

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Il Corpo (estraneo) di Cristo XIV domenica tempo ordinario

(Ezechiele 2; 2 Corinzi; Marco 6)

XIV domenica tempo ordinario 8 luglio 2018

 

E quando tutto sarà in ordine, quando il mio cuore avrà raggiunto la pace e mi sentirò di aver fatto della mia vita un buon lavoro, quando avrò finito di costruire l’altare di parole a cui volentieri, finalmente, mi prostrerò, quando sarò in pace con tutti e tutti mi guarderanno con tenerezza, quando non alzerò più la voce e in modo imperturbabile camminerò per il mondo, quando perdonerò tutto alla mia chiesa e mi sentirò amato da lei, quando saprò parlare di Te senza sbavature e senza arrossire, in quel momento esatto, ti scongiuro Signore mandami un profeta a ricordami che tu non sei lì.

Tu sei un sasso nella scarpa, una ferita dolorosa, Tu sei un fastidio, tu sei quotidiana inquietudine. Tu sei negli occhi di chi mi accusa, tu sei l’adolescente ribelle e il vecchio aggrappato a retaggi improponibili. Tu sei chi mi scrive senza firma, chi si nasconde dietro un sorriso di facciata, Tu sei dove è svelata la mia pochezza. Ricordami Signore che nel momento esatto in cui avrò fatto pace con il mondo tu ti sarai spostato altrove, tu sei e resterai, fino alla fine dei giorni, il mio indispensabile corpo estraneo. Che non mi lascia tranquillo. Che mi strappa dalla sensuale nenia delle abitudini.

O mio Eterno Fastidio, improponibile compagno di viaggio, increspatura nella calma, ferita aperta, profetica assenza, rifiuto amato, incubo cercato, continua a spingermi nelle orecchie, senza tregua, le parole di Ezechiele, quelle della prima lettura: “ascoltino o non ascoltino un profeta si trova in mezzo a loro”.  Libera le nostre comunità parrocchiali dalla logica del consenso, libera le nostre Chiese dal sistema del sacro capitalismo delle coscienze, quello che tende a dare ciò che la gente chiede. Non farci più contare niente.

Copro estraneo di Cristo, corpo estraneo di Cristo, questo dovremmo ripetere ad ogni ostia consacrata e consumata. Consuma la nostra abitudine. Donaci il coraggio di affrontare il nostro testardo modo di stare al mondo perché se continuiamo ad addomesticare l’Indicibile non guariremo mai più da uno sguardo testardo e da un cuore indurito. Siamo testardi quando le nostre convinzioni hanno la meglio sulla compassione, siamo testardi quando l’astrattezza dei valori ci fa dimenticare l’unicità delle storie. Tu sei il fastidio di due occhi che guardano e denunciano la nostra inescusabile grettezza. Noi siamo quelli che condannano Te alla croce per non mettere in croce il sistema. Tu sei il nostro fastidioso antidoto alla superbia e all’assuefazione. Tu sei Sacro Corpo Estraneo quando disturbi la nostra tranquillità, quando distruggi il nostro potere, quando ci costringi ad abbandonare i ragionamenti per “grandi ideali” per imparare ad accogliere i piccoli fratelli nella quotidianità.

Per dirla come Paolo nella seconda lettura: tu sei la spina nel fianco che svela la nostra debolezza. Che impedisce la superbia. Che tutti si possa imparare a dare nome alla nostra spina nel fianco, alla vergogna che vorremo nascondere, alla pochezza che non riusciamo ad accettare. Inchiniamoci lì, è lì che Tu sei. Dove la nostra vita è svelata nella sua vulnerabilità. Un altare, una chiesa, il santuario in cui celebrare la liturgia della piena umanità, che tutti si sappia dare nome alla nostra spina nel fianco, al fastidio che impedisce la nostra ipotetica perfezione. Quella spina divina che ci ricorda che noi siamo corpo estraneo a noi stessi. Crediamo di aver capito e ricadiamo negli stessi errori, condanniamo negli altri ciò che è evidente in noi. Noi crediamo di essere e quella spina nel nostro stile di vita ci ricorda ciò che siamo veramente.

Benedetta spina nel fianco, sasso nella scarpa, dolcissimo fastidio, corpo estraneo di Cristo in noi, tu svelando la nostra pochezza, chiedendoci di chinarci con compassione e verità sulla nostra fragilità, consenti che proprio in quel gesto noi si sia in grado di manifestare il Dio della compassione. Ecco perché “la forza si manifesta pienamente nella debolezza” perché l’unica forza è quella del riconoscere, amare, prendersi cura del lato debole, della vergognosa mancanza, della miserabile imperfezione. Tu sei ciò che svela il divino a partire dalla pietra di scarto. Tu sei copro estraneo, carne da macello destinata alla discarica del Calvario, tu sei pietra di scarto, tu sei il Copro Estraneo che svela il volto di Cristo nella forte debolezza di chi si prende cura del tuo cadavere.

Profeta è corpo estraneo, Paolo è copro estraneo, Cristo è corpo estraneo: “da dove gli vengono queste cose? (…) lui non è il falegname, il figlio di Maria?”. Gesù è corpo estraneo per la gente di Nazaret, che ha visto bene. Avevano ragione. Lui è copro estraneo alle logiche religiose e di potere. Accoglierlo come profeta, o come spina nel fianco vuol dire condannarsi all’inquietudine. Prezzo troppo alto per qualsiasi chiesa o sinagoga. Ed ecco che in nome di una terra (da dove viene?) e del sangue (non è il figlio di…)  si chiudono le possibilità di accoglierlo. Sempre terra e sangue producono rifiuto. Si chiudono i confini per non lasciare che lo straniero che è in noi si risvegli a metterci in questione. Ogni profeta “non è disprezzato se non nella sua patria”. Perché è proprio l’idea di patria come luogo immobile e tradizione immutabile che il profeta mette in questione.

E l’immobilità uccide ogni tipo di cambiamento cioè di miracolo, la meraviglia triste rimane solo quella del profeta che incredulo mostra il Padre nella cura dei malati.

Serve un’inversione completa dello sguardo sul mondo. Occorre camminare in senso inverso. Occorre partire dalla fine, occorre ripartire proprio dall’incredulità, non quella di Gesù ma dalla nostra. Che siamo increduli anche noi. Non crediamo che si possa cambiare, non crediamo che si possa amare, non crediamo che si possa perdonare. Non crediamo più nel fratello, non crediamo alle nostre forze, non crediamo all’amore.

Riconosciuta l’incredulità chiedere il miracolo: quello che apre alla meraviglia per la vita. Per ogni aspetto della vita. Per quando la vita sceglie di vivere. Per ogni forma di vulnerabilità custodita. Per il miracolo della forza che fiorisce dalla debolezza. Questo il miracolo, il primo, forse l’unico, perché il miracolo siamo noi quando ci accorgiamo di quanto sia preziosa la vita stessa, quanto sia divino chi accarezza le nostre ferite.

E a quel punto non ci sarà più opposizione e la terra e il sangue non tracceranno confini ma il Copro e il Sangue, il corpo di ogni uomo, diventerà traccia e mappa e possibilità. Nostra patria, nostra sinagoga, nostro unico santuario, nostro Dio.

XIV Tempo Ordinario B 2018

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TOTALE COLAPESCE

Ultima puntata dell’editoriale, grazie per la pazienza

TOTALE COLAPESCE

Adesso però una boccata di ossigeno che qui sotto, fuori dal treno, non ci sono solo tristezze e paure postmoderne. Basta prendere Colapesce, nome d’arte di Lorenzo Urciullo, con la sua “Totale”. Che sembra una canzone leggera, che forse è anche leggera però… eccola:

C’è una luna di ghiaccio
E una sirena sulla provinciale
Questo freddo mi spacca le ossa
Non mi fa pensare più
Anche oggi troppi carboidrati da dover smaltire
Forse dovrei continuare a correre per stare bene
E sentirmi migliore, migliore di chi?
Per sentirci migliori, migliori con chi?

Siamo nati tutti senza denti
Tutti senza nome
Come dei bambini torneremo felici
Torneremo felici
Mi sento bene con le scarpe nuove
Mi sento meglio se mi baci al sole
Se ho un nuovo disco da poter cantare
Mi sento totale

Un cartello autostradale dice “Amico stai sereno, sereno”
L’orizzonte sai lo puoi raggiungere anche senza il pieno
Il sapore dei ricordi è aspro come limone
Quella volta che mi hai aperto gli occhi sulle mie paure
Per sentirti migliore, migliore di me
Per sentirci migliori, migliori perché?

Siamo nati tutti senza denti
Tutti senza nome
Come dei bambini torneremo felici
Torneremo felici
Mi sento bene con le scarpe nuove
Mi sento meglio se mi baci al sole
Se ho un nuovo disco da poter cantare
Mi sento totale

Totale, totale
Per sentirci migliori, migliori perché?
Siamo nati tutti senza denti
Tutti senza nome
Come dei bambini torneremo felici
Torneremo felici
Mi sento bene con le scarpe nuove
Mi sento meglio se mi baci al sole
Se ho un nuovo disco da poter cantare
Mi sento totale, totale

No caro treno, correre non serve più “Forse dovrei continuare a correre per stare bene” è una frase che non voglio sentire più.

No caro treno, smetti di volerti sentire migliore “E sentirmi migliore, migliore di chi? Per sentirci migliori, migliori con chi?”.

E che bello avere la consapevolezza che si può raggiungere l’orizzonte anche senza il pieno, perché è l’orizzonte che raggiunge noi, mistero d’Incarnazione.

Che bello non avere più l’ansia di sentirsi migliori e non volere più addosso l’urgenza di dover mostrare le ferite e gli errori agli altri… per sentire che noi siamo migliori. Siamo uomini, che bello tornare come bambini, aver nostalgia del bacio del sole e avere addosso un paio di scarpe nuove.

GRAN FINALE

NAUFRAGANDO

Se siete arrivati fino a qui siete eroici, grazie. Vi regalo un ultimo assaggio di una canzone che sto imparando ad amare tanto. Gli autori sono i “Management del Dolore Post Operatorio”, hanno scritto questa bellissima “Naufragando”. Ve la regalo perché è un testo che riesce a dire che la vita è inciampare tra domande e paure, e questo lo sappiamo bene. Ma che c’è un desiderio molto bello che abita il cuore dell’uomo, più ancora che il desiderio della felicità c’è il “fare di tutto per vederla ridere”, dare tutto perché qualcuno sia felice. E proteggere, dagli altri che sono spesso un inferno, dall’invasione di chi vuole usare della sua vulnerabilità.

Mi piace, mentre guardo questo treno fermo, questa chiesa che amo, mi piace sentire che si fa sempre più piccola, come chicco di grano, granello di senape e dove io vedo ombra e paura, un naufragio, lei mi guarda e mentre sparisce dice “sei pronto per la fine del mondo?” perché mi sta dicendo che è lì che dobbiamo andare, siamo fatti per quello. Per un fine. E finirà persino la schiavitù dovuta alla cattiveria delle persone.

Io che passo la vita ad inciampare
Tra le mie domande e le mie paure
E io farei di tutto per vederla ridere
Se potessi sarebbe il mio lavoro
Il suo inferno sono gli altri
Hanno fame dei suoi spazi
Il suo inferno sono gli altri
E adesso che stiamo naufragando mi chiede:
“Sei pronto per la fine del mondo?”
“Sei pronto per la fine del mondo?”
E adesso che stiamo naufragando mi chiede:
“Sei pronto per la fine del mondo?”
“Sei pronto per la fine del mondo?”
L’abisso e l’unico posto in cui riesce a respirare
A respirare un po’
È innamorata del buio
Della sua ombra
Chissà che cosa c’è dentro
Chissà che cosa c’è
E adesso che stiamo naufragando mi chiede:
“Sei pronto per la fine del mondo?”
“Sei pronto per la fine del mondo?”
E adesso che stiamo naufragando mi chiede:
“Sei pronto per la fine del mondo?”
“Sei pronto per la fine del mondo?”
E si fa piccola piccola finché diventa invisibile
E finalmente sorride e dimentica
Che certe persone sono proprio cattive

UNA TRACCIA IN PIU’

LA LEPRE

Questa arriva in fondo a questo editoriale strambo. Questa arriva alla fine di una riflessione tra canzoni e treni e possibilità di futuro. Questa arriva alla fine a farci sorridere dei nostri pensieri e dei nostri calcoli. Si intitola “la lepre”, è di Lucio Corsi, e parla di un animale agile che, il cantautore dice, con un salto appassionato e coraggioso è arrivato sulla luna prima dell’uomo. L’istinto e la passione vincono sui calcoli? Non so, mi piace però pensare che alla fine, la vita, arriva prima di noi.

E noi possiamo solo illuderci di costruirla, conquistarla, metterci una bandiera sopra ma la vita è già lì, era già lì, resterà lì dopo di noi.

E allora questo treno che è la chiesa mi fa tenerezza, basta che però cominci a prendersi un po’ meno sul serio che le rotaie non sono messe lì perché il mondo venga sbranato con fame vorace e insaziabile ma è lì per essere scoperto. Le rotaie sono linee leggere dove la chiesa deve danzare per imparare a ringraziare di una vita che già c’è, già è amata e salvata da un Amore più grande dei nostri buffi, goffi, disperati tentativi di conquista.

Houston, che sfortuna
siamo arrivati tardi c’è una lepre sulla luna
Houston, che sfortuna
siamo arrivati tardi c’è una lepre sulla luna
E c’è arrivata prima di noi, nello spazio
senza troppo impegno, gli è bastato un salto
Houston, che sfortuna
siamo arrivati secondi c’è una lepre sulla luna
Houston, che sfortuna
siamo arrivati secondi c’è una lepre sulla luna

E c’è arrivata prima di noi, prima dei russi
senza tutti questi calcoli senza discorsi

Gli è bastato un salto, da mezzanotte in su…
verso una luna a due facce, perché la terra ne ha una, e a lei ne servono di più…
perché è sia uomo che donna
perché è città e campagna

Houston, che facciamo? portiamo avanti la missione oppure ce ne andiamo?
Houston, che paura! ci guarda fissi è vasta quanto una pianura
e c’è arrivata prima di noi senza tute
pensavo fosse disegnata sulla luna dalle buche

Gli è bastato un salto, da mezzanotte in su…
verso una luna a due facce, perché la terra ne ha una, e a lei ne servono di più…
perché è sia uomo che donna
perché è città e campagna.

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LETTERA A PAPA FRANCESCO I

Seconda puntata dell’editoriale di luglio… poi si continua. Buona lettura.

 

LETTERA A PAPA FRANCESCO I

Se siete arrivati fino a qui allora adesso oso ancora di più. Se avete accettato di scendere dal treno per un attimo e di ascoltare quello che si ascolta quaggiù, fori dal circuito, ecco, una cosa molto forte c’è. È di Giovanni Truppi, si intitola “Lettera a Papa Francesco I” ed è debitrice di uno scritto di Moresco. Io, ironia della sorte, ho scoperto questa canzone sul vagone del Frecciarossa che ci riportava a casa dal nostro pellegrinaggio a Roma. Vi consiglio di ascoltare con calma e senza arrabbiarvi troppo, con intelligenza insomma e apertura. Vi consiglio la versione contenuta nell’album “Solo piano”, la preferisco, mi pare renda meglio il colore e le sfumature del testo. Che è questo:

 

Francesco, scioglila! Ricominciamo tutto da capo. Riproviamoci.

E’ come in una storia d’amore, certe volte bisogna fare tabula rasa, per potersi ancora scegliere.

Francesco, scioglila! Sono passati duemila anni! E’ iniziata l’era dell’acquario, è finita quella dei pesci, siamo di fronte a una situazione mai vista prima: siamo di fronte a una fine? o a un inizio?

La vita è tutta da riconquistare, la vita è tutta da salvare, da ripensare, da reinventare.

Francesco, scioglila! Sono successe troppe cose brutte, ci vuole un segnale importante, importante veramente. Lo vedi come abbiamo combinato il pianeta? Contano solo i soldi conta solo il potere. Non c’è amicizia, non c’è grandezza, e non c’è amore. Sovrappopolazione, distruzione ambientale, ingegneria genetica, guerre per il possesso delle ultime risorse naturali, la democrazia ridotta a una maschera, la speculazione che si mangia il mondo, passa come nuvole di cavallette e non resta più niente. E si guardano bene dal dire come stanno le cose, che pensano solo ai loro interessi, che se ne fregano, che ci vogliono tutti fessi, presuntuosi, e nemmeno contenti.

Che siamo naufraghi nello spazio, su questa goccia di terra persa nell’universo, Francesco, che se vogliamo ancora vivere, si deve inventare una nuova vita.

Francesco, scioglila! Certe volte bisogna fare delle cose impossibili perché abbiamo visto dove ci hanno portato quelle possibili. Bisogna pensare quello che non è mai stato pensato, fare quello che nessuno ha mai avuto il coraggio di fare, bisogna cambiare il nostro cervello, il nostro spirito, il nostro cuore.

Ci vuole un gesto che nessuno ha mai fatto prima, di morte e di resurrezione, per indicare a tutti un’altra strada, a tutte le donne, a tutti gli uomini, a tutti i bambini, agli stati, ai governi, alle istituzioni. La salvezza non arriverà dalla politica dall’economia e dalla tecnica, la salvezza non arriverà dalle forze maschili e razionali che da secoli si oppongono a quelle femminili e spirituali. Ci vuole qualcuno che parte per primo, Francesco!

Francesco, facci mancare la terra sotto i piedi. Francesco, ma veramente non ci hai pensato mai? Nemmeno quando sei da solo a letto come tutti gli altri? In pigiama, in mutande, e sbadigli. Pensaci.

Almeno come a una fantasia, almeno come a un “chissà come sarebbe?”, e magari portati questo pensiero nei sogni così potremmo fare tutti lo stesso sogno così potremmo stare tutti nello stesso sogno così potremmo svegliarci insieme, dopo esserci incontrati e riconosciuti dentro la massa elettrica e spirituale dei sogni sognati di tutti.

 

Che bello, un grido di speranza. Sciogliere la Chiesa, far crollare il sistema per “fare spazio” a qualcosa di nuovo, di inedito. Perché “la vita è tutta da salvare, da ripensare, da reinventare. In fondo mi sembra di sentire le parole di Gesù rivolte alla chiesa del suo tempo. Sciogliere, lasciare andare…  liberare.

Francesco, scioglila! Certe volte bisogna fare delle cose impossibili perché abbiamo visto dove ci hanno portato quelle possibili” e in fondo Francesco sta sciogliendo certe incrostazioni, certi modi di fare, certi modi di vedere. A non sciogliersi mai sarà l’amore, perché tutto passerà ma l’amore rimane. E noi è quello che dovremo riuscire a ritrovare. O almeno dovremo lasciare che lui ci ri-trovi, Un’altra volta. Abbiamo bisogno di cose impossibili: come amare il nemico. Perdonare, lasciarci crocifiggere per amore. Che le cose possibili ci stanno uccidendo.

Francesco, facci mancare la terra sotto i piedi. Francesco, ma veramente non ci hai pensato mai? Nemmeno quando sei da solo a letto come tutti gli altri? In pigiama, in mutande, e sbadigli. .Pensaci. Almeno come a una fantasia, almeno come a un “chissà come sarebbe?”, e magari portati questo pensiero nei sogni così potremmo fare tutti lo stesso sogno così potremmo stare tutti nello stesso sogno così potremmo svegliarci insieme, dopo esserci incontrati e riconosciuti dentro la massa elettrica e spirituale dei sogni sognati di tutti”. Dai binari di questa stazione, guardando questo treno che da duemila anni, con alterne vicende corre e trasporta, rallenta arranca e sfreccia, a volte investe, da qui sotto ci fa tenerezza a vederlo così, fermo per noi, fermo ad aspettare che si risalga a bordo mentre noi ascoltiamo quattro amici cantanti che nessuno conosce. Ci piace rimanere qui e, dopo duemila anni, pensare che l’unico bisogno che avremmo è quello del “farsi mancare la terra sotto ai piedi”.

E chissà se Francesco ci ha pensato, credo proprio di sì, ma anche noi, nel nostro piccolo, non sarebbe bello pensarci davvero? Sciogliere tutto quello che ci portiamo dietro, detriti di nostalgia, subire il fascino di sentire niente sotto i piedi, per scegliere solo quello che è indispensabile. Quale è la massa elettrica e spirituale sognata da tutti se non il sentirsi amati per quello che siamo, guardati con compassione, con misericordia?

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L’IMPERO CROLLERÀ o forse è già crollato e noi si fa finta di niente

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Anteprima dell’editoriale che comparirà sul numero di luglio del notiziario parrocchiale di Arcene. Sono sempre articoli molto lunghi… questa è la prima puntata! Buona lettura

 

L’IMPERO CROLLERÀ o forse è già crollato e noi si fa finta di niente

Per favore fermate tutto e ascoltate. Ascoltate questa musica ma ascoltatela davvero, senza fare nient’altro.

Non è musica facile da trovare, non è immediata, non è da ascoltare mentre si fa altro: non mentre si legge o mentre si fanno i mestieri, non è musica da “mentre”.

Per favore, in questo tempo di vacanze solo un gesto umile e fertile di ascolto: non è musica da accompagnamento, è un viaggio e vi toccherà sedervi e pensare per camminare.

Non è musica commerciale, la chiamano indipendente, speriamo che tale rimanga.

Serve tanto senso dell’umorismo, viaggio precluso ai bigotti.

Per favore fermate tutto e ascoltate, in alternativa potete anche solo leggere i testi, ma non è la stessa cosa.

Per favore fermate tutto. E già questa mi pare esigenza salvifica, per la nostra Chiesa dico, facciamo fare una fermata a questo treno, poi magari si riparte ma diamo una controllatina all’itinerario, facciamo due passi, scendiamo a vedere come è cambiato il mondo mentre noi si viaggiava, come siamo cambiati noi anche se non vogliamo, se il treno ha qualche ammaccatura o meno. Magari ci prendiamo anche un caffè, due panini ma, soprattutto facciamo scendere i controllori, basta verificare la validità dei biglietti è ora di passare a chiedere alla gente come si trova su questo convoglio e se il viaggio è confortevole e se la compagnia passabile.

È tempo di scendere un attimo e di guardare il treno da giù, da sotto, da fuori. E ascoltare la musica che gira. Per ascoltare come ci giudica chi ci vede sfrecciare sui binari della tradizione. No, non parlano più la nostra lingua, servirà un piccolo sforzo.

Non preoccupatevi è solo un minuscolo esercizio di scrittura terapeutica, questo sono questi editoriali. Non preoccupatevi, non contiamo niente, non cambierà nulla, non ne abbiamo nemmeno la presunzione. Vogliamo solo stare giù un pochetto e ascoltare la musica che passa.

Questo esercizio lo faremo facendoci accompagnare da alcuni cantautori semi sconosciuti italiani. Perché son bravi, perché dicono cose che fanno pensare, perché hanno sguardi da gente che ogni tanto scende dal treno. Non è che lo abbandonano il treno perché poi ci vivono in questo mondo però ogni tanto scendono, dicono delle cose, ne pagano il prezzo e poi, da invitati o clandestini, risalgono. Non mi dispiace pensare che farebbe bene alla nostra chiesa un gruppo di persone con lo stesso stile. Ecco il primo cantante che scende, si chiama Mannarino. A me sembra un tipo in gamba.

PARTIAMO FACILE: L’IMPERO
Alessandro Mannarino non so se è indipendente nel senso stretto (cioè non legato a grandi case discografiche) però mi pare libero quanto basta. Alessandro Mannarino. Potrei scegliere mille canzoni sue, che sono belle e fanno pensare, ne scelgo una:

Il cardinale ha scritto la legge
il lupo è il pastore e gli uomini il gregge
il gregge è rinchiuso sul monte dei pegni
e certe botte non lasciano i segni
però a volte nella notte bruciano,
però a volte nella notte bruciano.

lei è partita con l’anima nera gira di notte come una fiera
fiera per strada smacchia il suo lutto con il campari e un tocco di trucco

però quando resta sola piange un po’,
però quando resta sola piange un po’.

riderà al sole l’impero crollerà
forse ce ne andremo alla città,
riderà al sole l’impero crollerà
quando il suo amore tornerà

ci presero al laccio per la catena per farci spingere un’ altalena
sull’altalena c’è un mostro potente dietro la schiena nasconde un serpente

però poi un giorno lei mi liberò però poi un giorno lei mi liberò

Se torna la bella che viene e va io questa volta le parlerò
forse si scappa lontano da qua forse si resta per lottare
però intanto stanotte bevo un po’,
però intanto io stanotte bevo un po’

riderà al sole l’impero crollerà
forse ce ne andremo alla città
riderà al sole l’impero crollerà
quando il suo amore tornerà.

Siamo scesi dal treno, da questa chiesa che abitiamo, che è in cammino da tanto, che non fa fermate, in cui da tanto nessuno osa più tirare il freno di emergenza, in emergenza si corre anche di più, in emergenza si corre per far finta che non sia cambiato nulla. Ma oggi no, oggi il treno per un attimo si ferma. E noi lo guardiamo, vecchio, segnato dal tempo… ma quanto gli vogliamo bene. Perché questo treno ci ha accolto quando eravamo piccoli, perché nonni, genitori, preti, catechisti, amici, tutti abbiamo incontrato in qualcuno di questi vagoni e metterlo in discussione sembra sacrilegio. Ma noi ti amiamo treno che ci porti ad attraversare i binari di questa vita, e proprio perché ti amiamo ti guardiamo anche da qui.

Mannarino ci accompagna a svelare quello che siamo diventati a fidarci troppo della legge. Eravamo sul treno e avevamo paura di deragliare per cui “il cardinale ha scritto la legge il lupo è il pastore e gli uomini il gregge…” eppure noi sappiamo che c’è di più su questo treno, che quando siamo partiti c’era un altro sogno, che c’è di più perché è di un “di più che abbiamo bisogno” abbiamo bisogno di amore. Se siamo saliti alla stazione di partenza era perché avevamo in cuore questo! Avevate promesso di amarci. Sentivamo distintamente che la salvezza era nell’amore e non nelle regole, ha ragione Mannarino, l’aveva detto Gesù, aveva detto che una cosa sola cerchiamo: la libertà: “un giorno lei mi liberò”.

Chiesa che come un treno attraversi i tempi, ti scongiuro, torna a parlare di vita e di amore, perdi il controllo come fanno gli amanti, deraglia dalle sicurezze, rimettiti in discussione. Aiutaci a far crollare l’Impero, lo stesso Impero che ci ha sedotto, e che ora ci umilia, che ci ha fatti diventare come lui. Dai che lo facciamo crollare l’unico impero che ancora rimane in piedi, quello delle nostre paure, delle nostre nostalgie: “riderà al sole l’impero crollerà, forse ce ne andremo alla città” una risata d’amore e crolleranno sovrastrutture ridicole, sto sognando, un sorriso, una risata e l’amore tornerà, lo stiamo aspettando, e ce ne torneremo alla città, torneremo ad abitare la possibilità del Regno. (CONTINUA…)