Combriccola di farabutti XIII domenica tempo ordinario

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Combriccola di farabutti

(Sapienza 1; 2 Corinzi; Marco 5)

XIII domenica tempo ordinario 1 luglio 2018

Poi un giorno non ci credi più. O forse, molto più semplicemente, ti accorgi che già da tempo non ci credevi più. E ti scopri vecchio e un po’ morto dentro. A battaglia ancora non terminata, a corsa non ancora conclusa, hai perso la fede nell’uomo e nelle cose della vita. Sembra tutto uguale, insignificante, tutto destinato a morire, in qualche modo tutto già morto. E se anche il libro della Sapienza si ostina a dire che la morte non è stata creata da Dio a te non importa da dove viene questo nulla che si mangia la vita, a te interessa solo sapere che c’è e che si è già portata via la parte migliore. Le cose che esistono non sono più “portatrici di salvezza”, come insiste a dire il Libro, ma fonte di preoccupazione, di dolore, di frustrazione o, peggio, di noia. Gli occhi si fanno pesanti, prima bruciano perché vorrebbero piangere e poi più nulla, si chiudono. Basterebbe un attimo di lucidità, un lampo di consapevolezza, un fiato di grazia residua per accorgersi di una cosa, dell’unica cosa che ci è successa durante il nostro mestiere di vivere: “la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono”, abbiamo lasciato alla morte di prendersi la nostra storia.

La fine inizia quando cediamo alla seduzione della morte, quando cadiamo nelle sue mani. Una morte che entra nel mondo per “l’invidia del diavolo”. “Invidia” significa “guardar male” e diavolo “il divisore”. E allora capiamo dove ci sta portando il libro della Sapienza, ad avere consapevolezza che la nostra vita ha bisogno di occhi non invidiosi, di occhi capaci di guardarci con compassione, con benevolenza, questa è l’unica “giustizia”. La vita rimane “giusta” fino a quando uno sguardo compassionevole e non invidioso ci sostiene.

C’è un modo giusto di essere guardati e Gesù lo sa. Ed è quello che chiede a chi vuole parlare davvero di lui. Noi saremo salvati soltanto da occhi che sanno vedere in noi quello che ancora noi non vediamo. Noi saremo salvati da occhi che sanno suscitare in noi lo stupore per quello che già siamo, ci uccidono gli occhi invidiosi, ci uccidono gli occhi che separano ciò che siamo da ciò che gli altri pretendono di vedere in noi.

La prima lettura di oggi è una carezza sui nostri occhi, una preghiera: che sappiano imparare a non essere mai invidiosi di nessuno e a tenere insieme senza disperdere la molteplicità di ciò che il mondo è, nella sua miracolosa esistenza. Sono stanco di occhi segnati dall’invidia, mi fanno pena, sono ferite aperte che cercano e trovano sempre quello che fa stare male, quello che non va. C’è un autolesionismo diabolico nell’invidia. Credo sia il cancro più metastatico delle nostre comunità parrocchiali.

Abbiamo bisogno di mani che sappiano aprirsi di nuovo, con generosità. “Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri”, frase di una modernità sconcertante usata nella seconda lettera ai Corinzi, non modo dire usato per assecondare i nostri biechi egoismi ma parole in grado di portarci fuori dalla logica del conflitto e dell’opposizione così cara all’umanità di sempre. A salvarci sarà un concetto di uguaglianza raffinato e condiviso. Uguaglianza non è far diventare ricchi i poveri (cioè semplicemente invertire la tensione, cambiare nome agli opposti), uguaglianza non è nemmeno la situazione di perfetto equilibrio in cui tutti hanno parti uguali, uguaglianza è invece saper abitare la tensione radicale e propria di ogni uomo: quella tensione mai risolta tra abbondanza e indigenza, perché noi siamo abbondanza e indigenza insieme: “per il momento la vostra abbondanza supplisca alla vostra indigenza perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza”.

L’uguaglianza biblica, quella di cui abbiamo davvero bisogno non è rendere tutti identici, non lo siamo, non è nemmeno riconoscere il merito, non è dare a tutti parti uguali. Uguaglianza vera è scarto di verità e di umiltà, è saper dire a noi stessi e agli altri che siamo un grumo di ricchezza e di povertà, che siamo tutto e siamo niente, che siamo miserabili e ricchi, che siamo poetici e volgari, santi e peccatori, luce e ombra e lo siamo in misura variabile e lo siamo contemporaneamente. E siamo tutti così. Questa è uguaglianza. Sapere che siamo tutti così e non esistono i perfetti e non pretendere che esistano. E prendere in giro chi si crede santo per salvarlo dall’inferno della menzogna. Una Chiesa di uguali non è una Comunità in cui tutti obbediscono e seguono le stesse regole ma un esercito di disperati, una combriccola di farabutti consapevoli che ogni istante danno e ricevono, unica uguaglianza è che ognuno di noi dona e riceve, sempre. Dio ci salvi da tutti i volontari che credono di dare solamente, dai preti, dai cardinali, dai vescovi che ostinatamente parlano di “servizio” e non hanno mai il coraggio di ammettere che dietro a tanta retorica si cela solo un’infinita paura di non essere di nessuno. Il peccato vero di questi tempi così strani è che stiamo condannando la Chiesa a non cambiare perché noi abbiamo bisogno di tenerla così, ci fa comodo, ci garantisce un posto. Grazie a tutti quelli che ci fanno sentire indigenti e incapaci. Grazie a chi ha il coraggio di mostrarsi bisognoso. Grazie a chi insistentemente sottolinea le nostre ambiguità e i nostri tradimenti.

Grazie a chi svela la verità dell’uomo. Che è poi quello che fa Gesù nel Vangelo. In mezzo a una folla ingombrante e ignorante che passa dal piangere al ridere con scandalosa immediatezza, nel cuore di una folla che, come tutte le folle, è massa che toglie il respiro e la poesia e la speranza Gesù entra, non si lascia soffocare, taglia a metà, danza e svela l’uomo.

Svela che l’uomo si scopre giusto solo quando si lascia salvare da uno sguardo: Gesù guarda la donna che perde sangue. Ha occhi e cuore per l’uomo trafitto dal dolore per la perdita della figlia.

Gesù danza e svela il peso della tenerezza. Gesù rimane vivo perché in mezzo a quella folla cerca e valorizza una carezza. Che è l’esatto opposto di chi si appesantisce di pretese. Una carezza si accontenta di sfiorare senza trattenere, senza possedere, senza manipolare.

Gesù svela che l’uomo è bello quando diventa preghiera e chiede aiuto (il capo della sinagoga), quando si mostra per quello che è “impaurito e tremante” (la donna affetta da emorragia). L’uomo è svelato nella sua bellezza quando si lascia rialzare (la dodicenne morta). Che bello l’uomo svelato da questo Dio che in Gesù è padre che sveglia la bambina e la libera dagli incubi, la libera della folla e dalla follia di essere morta troppo presto. Gesù svela la bellezza dell’uomo anticipando ciò di cui avrà bisogno anche lui, quando una folla verrà ad arrestarlo nel Getsemani: diventerà preghiera nell’Orto degli Ulivi, desiderio di una carezza mentre troverà uno schiaffo, impaurito e tremante cercherà una mano capace di alzarlo, di risorgerlo. Di risvegliarlo alla vita. A noi di vivere lasciando che Lui sveli ciò che davvero siamo.

2 commenti

  1. CARISSIMO, GRAZIE SOLO GRAZIE! MI CARICHI DI CORAGGIO SEMPRE FRESCO. HO FINITO ADESSO DI LEGGERE E QUANTO CONDIVIDO QUELLO CHE SCRIVI E COME LO SCRIVI E PERCHE’ LO SCRIVI !!! ASPETTO OGNI SETTIMANA QUESTO “CIBO”: E’ NUTRIMENTO E DIETA !!! GRAZIE DAVVERO. DON GIANPIETRO. RANICA

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    • Anche io aspetto con desiderio grande di nutrirmi della parola spezzata e distribuita dal tuo cuore e dall’ amore per Gesu’ E per gli uomini, per noi tuoi fratelli nella fede e non. Grazie Dio Padre e Signore benedica generosamente il tuo impegno. Buona Domenica

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