Saper fare l’amore Natività Giovanni Battista

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Saper fare l’amore

(Isaia 49, Atti 13, Luca 1)

Natività Giovanni Battista 24 giugno 2018

 

Vorrei saper fare l’amore con il mio passato, penetrarlo e amarlo fino a raggiungere il mio Inizio e scoprire che Tu, Signore, eri da sempre in quel punto. Che la Tua voce profumata cantava il mio nome, ed eri dolce, come il latte dal seno di mia madre. Vorrei imparare ad amare la mia storia, a riconoscerla, a venerarla come Tempo e tempio Santo del mio nome pronunciato da Te. Vorrei come Isaia cantare “fin dal grembo di mia madre il Signore ha pronunciato il mio nome”.

Vorrei fare l’amore con il passato per scoprirmi figlio di Genesi, di una Creazione che danzando ha cantato la vita e nella vita la mia storia, unica e uguale a quella di tanti altri, un popolo chiamato e generato e amato.

Vorrei far l’amore con la mia storia personale per partorire verità senza vanità. Se ti riconoscessi presente saprei trovare in me quello per che per Isaia è stata la parola come spada affilata. Saperti cantare e ringraziare per ciò che sono, per ciò che so fare, per ciò che parla di te mentre io imparo ad essere me. Forse solo questa è la fede che vuoi. Essere tua e mia manifestazione, insieme, incarnata. Uomo e Dio. Vorrei saper fare l’amore.

Cantarti presente in noi. Isaia aveva parola come spada affilata, noi possiamo avere un cuore capace di commuoversi, o braccia forti per costruire un mondo nuovo, o gambe coraggiose per tenere il passo degli ultimi, o mani aperte per accarezzare i malati… chi siamo noi? Chi sei Tu in noi? Perché non abbiamo imparato ancora a raccontarlo, a narrarlo, a ringraziarti per ciò che siamo? Aiutaci Signore a saperti cantare per scoprire chi sei Tu davvero e chi siamo noi senza inutili ipocrisie.

Vorrei far l’amore con le paure del passato, con chi mi ha riposto in una faretra proteggendo me stesso dalla violenza di punta mortale con cui potevo uccidere, potevo uccidermi e forse un po’ l’ho anche fatto. Grazie a chi mi ha mostrato il Tuo volto proteggendomi dalle mie immaturità, dalle ingenuità, dalle depressioni e dalle dispersioni.

Aiutaci Signore ad essere adulti capaci di riporre nella faretra tutte le frecce che fremono per traiettorie drammaticamente dispersive, che rischiano di perdersi in battaglie inutili, che rischiano di sbagliare traiettoria. Aiutaci a proteggere le frecce che fanno innamorare la vita, aiutaci a non scagliare le frecce che feriscono.

Vorrei far l’amore con il mio orgoglio e scioglierlo per sempre, come ha fatto Isaia, e con lui dire che io, da me, vivrei invano, sarei poco più di un soffio. Che invano ho faticato, che invano ho consumato le mie forze, che invano ho vissuto quando non ho amato l’uomo ricordandomi di come lo ama Lui.

Vorrei, in questo tempo di divisioni, avere in cuore le estremità della terra. Ancora più, vorrei sentirmi io stesso estremità della terra, bisognoso di salvezza, degno di essere salvato, vorrei ricordare il dolore di quando sono stato respinto, non considerato persona gradita. Vorrei saper uscire dalla logica delle tribù per entrare nella logica della luce: “troppo poco restaurare le tribù (…) io ti renderò luce delle nazioni”. Avere fede è imitare la luce, che svela, che non si può fermare, che silenziosamente attraversa le barriere e lascia dietro di se una scia di speranza, comete di futuro. Vorrei che l’uomo venisse finalmente alla luce, vorrei essere tra quelli che chiedono rifugio e non tra quelli che offrono rifiuti. Perché è chiaro dove sta il Vangelo: dietro a una cometa in cerca di casa.

Vorrei imparare da Giovanni, vorrei il suo coraggio, la sua capacità di deludere, la sua libertà di dire “no, io non sono quello che voi pensate”. Lo racconta Paolo nella seconda lettura. Dolore e libertà in quella sua affermazione. Poteva fingere, sfruttare il momento, poteva convincersi di essere quello che la gente voleva, poteva abitare i pensieri della gente e manipolarne i cuori e sfruttarne le possibilità invece si smarca dal pensiero della maggioranza, amante del popolo non populista, buono e non buonista, uomo e non servo del potere in cerca di etichette comode per uccidere l’altrui credibilità.

“Io non sono quello che voi pensate”, diceva. State pensando nel posto sbagliato. Giovanni abita il mondo da profeta. Io vorrei imparare a fare l’amore con la libertà, quella di chi in nome di una verità nemmeno così compresa decide di pagare con l’umiliazione e di smarcarsi dalle attese e di soccombere alle logiche del potere e di deludere e di pagarne le conseguenze e di accettare di essere impopolare, deriso e dimenticato. Forse la fede è riuscire a dire a tutti, a ricordare a se stessi che “noi non siamo quello che pensiate” ma, al contrario, “noi siamo perché siamo pensati”. Solo se riconosciamo di essere pensati da un Amore più grande, pensati per amare, noi incontriamo la nostra identità. Pensati per abilitare allo stupore, per fare spazio al futuro. “Noi non siamo quello che pensate (…) verrà dopo di me…”.

Vorrei fare l’amore con lo stupore, con quella meraviglia indispensabile per poter tornare a parlare la lingua di Dio e degli uomini. Nel Vangelo Zaccaria è muto, l’incenso confonde, il tempio impedisce l’ascolto, il maschile è schematico e prevedibile e non sa fare l’amore. Ecco perché Maria dirà di sì, perché è donna, è in una casa, avvolta dal profumo di pane e gelsomino ed è amore. Questo abilita allo stupore. L’angelo con Zaccaria trova spazi chiusi, la porta si apre solo quando il nome si fa nuovo “Giovanni è il suo nome” che significa “Dio-misericordioso è il suo nome”, solo la misericordia abilita allo stupore. Vorrei saper fare l’amore con la misericordia. Perché da quel momento “Tutti furono meravigliati”, la chiave per aprire il futuro è la misericordia, ecco perché Gesù, il Salvatore, alla fine del suo cammino tra gli uomini, dal cuore del Calvario, perdonerà ogni uomo: per aprire le porte al futuro.

E poi “che sarà mai questo bambino?”, una domanda prende casa sulle labbra di chi vedeva Giovanni crescere. Che sarà mai questo bambino che abita lontano dal tempio? Che sarà mai di questo bambino che ci urla contro dai bordi del deserto? Che sarà mai dei pugni contro ogni forma di potere? Che sarà mai di questo bambino che vive di niente e battezza e attende e spera e dubita? Che sarà mai di questo bambino che muore per i capricci di un potente, per le promesse ubriache e perverse del potere? Che sarà mai di questo bambino che muore senza sapere di essere stato l’ultimo dei profeti? Che sarà mai di noi se dimentichiamo la forza di questo profeta, se non troviamo presto altri profeti in grado di pagare con la vita la follia della libertà?

2 commenti

  1. Mi resta un po’ difficile comprendere ciò che ho letto, provo a spiegare ciò che riesco: fare l’amore, si farei l’amore con me stessa per ritrovare la mia vera natura, quella che il Signore ha voluto per me. Ritrovare l’essenza della mia spontaneità del mio grande desiderio di donarmi agli altri in modo naturale. Oggi tutto ciò mi resta difficile. La mia fatica nasce dal ritrovarmi oggi ancor più di ieri nel sentirmi circondata da persone che non hanno ancora compreso il significato della Misericordia e della libertà. Vorrei tanto colmare questo vuoto interiore per dare spazio a quell’amore certo, costante eterno che il Signore mi assicura e che io a volte faccio fatica ad accogliere.

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