Il posto ultimo delle cose XI domenica Tempo Ordinario

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Il posto ultimo delle cose

(Ezechiele 17, Corinzi 5, Marco 4)

XI domenica Tempo Ordinario 17 giugno 2018

 

E poi non possiamo più fare niente. Ma proprio niente. Finalmente. Il seme si è ormai staccato dalla mano, la parola dalle labbra, il figlio dal ventre, l’amico dal dialogo, il nostro sogno dal progetto iniziale e noi siamo chiamati fuori, non contiamo più nulla. La vita è andata lontano e noi non possiamo più modificarla: dormiamo? Vegliamo? È uguale, siamo finalmente ininfluenti. Il seme vola via, come racconta il Vangelo, la vita si stacca da noi perché è più grande di noi, noi siamo solo una mano che lancia lontano. Gesto coraggioso, definitivo, liberatorio, umile, folle, taglio continuo di cordoni ombelicali, morte scelta in nome della vita altrui. È durissima. È liberante. È morte e vita insieme.

E se poi le cose non vanno bene? E se il seme non produce i frutti sperati? Non possiamo farci nulla, non dipende più da noi, a noi è concesso solo di guardare da lontano, di sperare, forse, ma sapendo anche che non cambierà nulla il fatto che noi guardiamo o non guardiamo, che ci siamo o non ci siamo: il seme è ormai lanciato. Abbandonato a se stesso. Alla vita che spontaneamente cresce.

Possiamo decidere di non lanciare il seme. Così è per la vita che ci muore tra le mani. Se non consegniamo ad abbandono i segni del nostro amore, che siano figli, progetti, comunità parrocchiali, gruppi… noi li soffochiamo. Diventiamo i peggiori omicidi dell’amore, assassini dei nostri semi. Se non abbandoniamo i nostri figli noi li uccidiamo. Siamo noi che quasi sempre uccidiamo i nostri sogni perché non accettiamo che altri lo facciano al nostro posto, o che i sogni stessi ci rinneghino. O non riusciamo a riconoscere che, secondo le logiche del mondo, abbiamo fallito: non abbiamo raccolto i frutti sperati. È più facile uccidere che morire, sempre difficile ammettere la propria fallibilità.

Una cosa però possiamo farla, solo una. È tutto ciò che è in nostro potere. Possiamo provare a creare le condizioni per il frutto. Nessuna sicurezza di risultato, l’autonomia del seme rimane, il mistero della libertà della vita non viene per nulla intaccato (“il seme germoglia e cresce, come egli stesso non lo sa”) però noi possiamo impegnarci, e forse è l’unico impegno che ci viene chiesto, ad aiutare le cose a trovare il loro posto. Una sorta di riordino paziente del Creato, una disciplina delle cose, rimettere le cose al loro posto, il seme nella terra: la vita verrà spontaneamente.

Ogni cosa messa dove deve stare. Lontano da noi. Creare le condizioni perché porti frutto. Poi verrà un altro e metterà disordine in quello che abbiamo fatto, poi basta un’amicizia, un insegnante, un amico, una lettura e tutto il lavoro paziente e meticoloso viene messo all’aria: non possiamo farci niente. Il frutto che emergerà sarà comunque diverso dalle attese. Noi però abbiamo vissuto cercando di regalare alle cose il loro posto.

Siamo chiamati a testimoniare solo questo, che c’è un modo giusto per mettere le cose nel loro ordine. È gesto di pazienza e di vera creatività, sull’esempio di Genesi. Possiamo solo rimettere le cose in ordine, che è come prendere “un ramoscello del cedro, dalle punte dei suoi rami e piantarlo sopra un monte imponente”, come abbiamo ascoltato dalla prima lettura.

No, non è tutto uguale, la vita va messa al posto giusto, vanno create le condizioni perché la vita possa mettere radici in terra buona e che ci sia un alto monte a sostenerci. Il monte è luogo sacro, luogo vicino a Dio. Quel ramoscello darà sicuramente frutto? Non lo sappiamo ma quello che possiamo fare è collocare pazientemente ogni ramoscello in terra sacra. E raccontare, con la nostra testimonianza, che la vita può essere generativa. Mostrare ad ogni ramoscello di cedro che affidiamo alla terra che anche noi abbiamo bisogno di un monte e di una terra buona e che la nostra storia acquista senso quando qualcuno chiede ospitalità tra i nostri rami e noi ci siamo, e che è stato bello che in un nido posto tra le nostre foglie loro abbiano potuto trovare casa, e sollevare dalla violenza del sole grazie all’ombra regalata dalla nostra chioma, questo rende la vita degna di essere vissuta.

Dobbiamo portare ramoscelli sulla cima di un monte e poi andarcene e non fare più fare nulla se non ricordarci che anche noi siamo stati ramoscelli, che anche noi abbiamo deluso le aspettative, che anche noi siamo stati abbandonati, che qualche radice però l’abbiamo messa e un po’ di ospitalità e di ombra l’abbiamo regalata. Ed è tutto quello che resterà di noi.

Rimettere ogni cosa al suo posto è stare dalla parte del secco e del piccolo, per dirla sempre con le parole di Ezechiele: guardare il mondo come lo guarda quel Dio che “innalza l’albero basso e fa germogliare l’albero secco”. Rimettere ogni cosa al suo posto è creare le condizioni perché la vita possa tornare a scorrere dentro il cuore delle cose. Poi lasciar essere.

Riportare il corpo al suo posto, liberarlo dall’aridità di certa etica castrante e dalla piccolezza del consumismo: il posto giusto del corpo è che deve tornare a narrare l’amore. Rimettere al suo posto la politica, legandola al servizio. Rimettere al loro posto le parole, legandole alla verità. Rimettere a posto il giorno, serve a stare svegli e la notte, serve per dormire. Rimettere a posto i luoghi della fede perché diano misericordia, le case perché siano accoglienti, il silenzio perché ridoni pace…se le cose non trovano il loro posto saranno piccole e secche, e morte. Al loro posto troveranno spontaneamente vita. La vita è come un ramoscello di cedro in cerca di un monte.

Alla fine però rimettere a posto noi stessi, che è quello che conta davvero, perché a essere fuori posto, in fondo, siamo noi. Che questo mondo non è il nostro posto. Lo dice bene San Paolo nella seconda lettura di oggi, siamo “in esilio e lontani”. Dopo che abbiamo rimesso le cose al loro posto, come meglio abbiamo potuto, saggezza vera sarà prepararsi a morire. Saper salutare tutti con un inchino e un sorriso, ringraziando chi starà già calpestando quello che abbiamo appena finito di costruire, e sorridere di questa vita che va avanti anche senza di noi. Di questa vita che è più grande di noi. Sorridere e ringraziare i compagni di esilio e dire “ora vado al mio posto, torno a casa, qui abbiamo provato insieme a raccontare l’Eterno ma qui eravamo “nella fede” e non “nella visione”. Ora vado a vedere finalmente quale è il posto ultimo delle cose. L’esilio è finito, mi avvicino a me stesso e a Dio, muoio come già sono morto mille volte, lascio andare la vita come l’ho lasciata andare sempre, e mi affido all’Amore. Che è l’unico posto giusto e definitivo”.

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