Amante vivo e divino Corpo e Sangue

pexels-photo-1124960Amante vivo e divino (le parole non bastano)

(Esodo 24, Ebrei 9, Marco 14)

Corpo e Sangue

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Non bastano le parole, non sono mai bastate a reggere il confronto con la vita che sanguina via se stessa ad ogni istante, con la vita ferita, con la vita mestruazione di sogno, con la vita che svuota le vene. Non bastano le parole, nemmeno quelle di Mosè che promettono fedeltà impossibili, non bastano dodici lapidi alzate contro il cielo a urlare la presunta stabilità dell’umano. Non basta niente se non c’è il sangue dell’Alleanza, se non sentiamo in modo viscerale, cosmico, animale, selvatico che Dio sanguina la vita con noi. E allora l’energia animale prima è strappata da vitelli colpevoli solo di essere vivi, poi è divisa a metà: sangue sull’altare, che salga a Lui, perché nemmeno a Dio bastano le nostre parole e sangue a piovere su ognuno di noi, a incrostarsi contro la nostra pelle. Una pioggia dolciastra e tribale è il rito per narrare di un’alleanza vera, di un patto di sangue. Che Dio sia con noi a lasciarsi ferire dal mondo, che nel sangue versato per allungare i nostri giorni ci sia anche il suo, che nel sangue versato dai nostri figli nelle guerre sante si possa sentir scorrere almeno il suo pianto, che sia sempre dalla nostra parte, sangue del nostro sangue.

Ma se non bastano le parole non basta nemmeno una pioggia di sangue di vitello, non basta sapere che Dio è dalla nostra parte, non basta vivere affrontando il mondo come una guerra, non basta consolarsi credendo che nel sangue versato innocentemente dai figli ci sia Dio, non basta un patto di sangue, non basta dire di credere se poi la vita è emorragia di se stessa. Non basta il sangue di vitello incrostato sulla mia pelle durante un rito antico per trovare senso alla vita. Questo Gesù lo comprende bene. E decide che non poteva più essere tempo di sommi sacerdoti e di vittime e di sacrifici e che l’unico sangue che può raccontarci qualcosa della vita è solo il nostro, quello che scorre nelle vene, quello che ritma la vita ad ogni respiro, quello che chiede risposta del suo esserci. E allora fa a pezzi tutto Gesù, non offre più nulla che non sia se stesso. L’energia vitale è di casa solo se rimane nel corpo dell’uomo: “egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e vitelli, ma in virtù del proprio sangue ottenendo così una redenzione eterna”. Non bastano più le parole, nemmeno quelle dei sommi sacerdoti e taccia per sempre il grido di terrore di ogni essere vivente, anche animale. Non si sacrifichi più altra vita e il sangue scorra solo nelle vene perché è lì che la vita deve cantare. E si entri nell’unico santuario dell’umano: la terra intera. E si dispieghi l’unica tenda santa: il cielo. E si cammini lontano dal sangue di capri e vitelli e si cammini vivi, con il proprio sangue a muovere un passo dopo l’altro, e si cammini amando la vita, alleandosi ad ogni respiro, perché solo amando la vita e respirando la vita e mettendo in circolo il sangue dell’amore si ottiene il perdono eterno. Amando si può perdonare anche Dio per quando la vita sembra solo una ferita aperta, uno spreco, sangue versato buono solo per essere calpestato. Amando si può perdonare anche chi il sangue te lo strappa fuori con la violenza dei chiodi solo per il gusto di continuare la logica del sacrificio.

Ma sotto la croce abbiamo trasformato Gesù in un olocausto. Non l’abbiamo capito. Abbiamo solo sostituito la vittima. Non più giovenchi ma lui in carne e ossa, non più il sacrificio animale ma il suo, perfetto, mistico, spiritualizzato. La croce, l’altare, la tavola della cena, il sangue versato, l’orto degli ulivi… tutto ingarbugliato per confondere le idee e lasciare tutto come prima. Solo apparentemente meno cruento. Solo tutto così inutile. Inutile se non abbiamo il coraggio di comprendere che lui non è semplicemente una vittima sostitutiva, lui è la sostituzione dell’idea stessa del sacrificio. Il sacrificio deve essere vivente, l’energia vitale deve tornare a scorrere dentro il corpo, dentro il corpo di ogni uomo, dentro il mio e il tuo, il sangue a scorrere deve essere il nostro, l’alleanza con il corpo deve iniziare da noi e nostro il patto di sangue a stringersi con ogni essere vivente che incontriamo. E ogni corpo il corpo di Cristo, ogni muscolo una poesia in movimento, ogni respiro ossigeno di Spirito al cuore. Non bastano le parole, non basta nemmeno il Suo Corpo, quello di Cristo, serve il nostro, servono i nostri corpi in una cosmica e dilatata eucarestia.

Gesù si allea definitivamente con ogni corpo e con ogni sangue, anche con il nostro. Adesso. “Mentre mangiavano, prese il pane”. Mentre si vive prende il pane, prende il corpo, a dire che i nostri corpi sono fatti per essere presi, accarezzati, baciati, venerati, desiderati. Non si può dirsi cristiani continuando a dimenticare il corpo, ma il corpo vivo, quello irrorato dal sangue e non la sua reliquia, quello che fa paura perché cambia e si ammala ed è fragile. Quello che chiede di essere accudito, quello che desidera essere desiderato. Quello che è una supplica di cura, soprattutto quando è malato. Pane/corpo da prendere mentre si mangia, mentre si vive la vita. Senza chiamarsene fuori mai. Non c’è posto per l’astinenza quando si ama. Il digiuno è lecito solo in assenza dello sposo. Con lo sposo che il corpo si faccia amore! Che non abbia paura di prendere e di lasciarsi prendere. Quotidianamente, come il pane.

“Recitò la benedizione” su un corpo affamato d’amore la benedizione non è la stanca ripetizione di una infantile preghiera ma sono parole di fuoco, appassionate parole d’amore a scaldare il sangue nei muscoli della vita. Poesia che brucia, infuoca, commuove, strappa i veli del pudore: bene dire di un copro che ha fame di essere amato, senza censure. Un corpo che ha fame di essere sfamato, che brucia per essere custodito. Un corpo che piange quando è piccolo per essere accarezzato, questa è benedizione. Un corpo che sprigiona vita e chiede di non essere contenuto quando è giovane. Un corpo che cammina e arrampica e respira e gode della vita quando è maturo. Un corpo che chiede di essere venerato quando si ammala. E quando invecchia. E che sia preso per mano quando sta per morire. Questo è benedire la vita in corpo e sangue. Unica fede a cui sento, oggi, di appartenere.

Spezzò il pane e lo diede loro” come una zolla di terra che si apre, fertile e umida a ricevere il seme. Il nostro corpo non si spezza per sacrificarsi, non si spezza per perdersi, non si spezza per obbedienza al dolore: ma per rispondere all’antica vocazione della fecondità. Spezzarsi eucaristicamente è lasciarsi arare dall’amore per non restare sterili. Le parole non bastano. Serve carne da prendere, aprire e da fecondare. Serve sentire che il nostro corpo è vivo per questo.

Prendete questo è il mio corpo” questo sono io, una vita che ha bisogno di sentirsi presa. Di lasciarsi prendere dalle persone che ama. Non ho paura di mostrarti il mio bisogno d’amore. Scandaloso e tenero, commovente e vero.

Questo è il mio sangue dell’alleanza”. Il sangue è il vino, l’alleanza rimanda al calore dell’amore. Alla bevanda che scioglie le inibizioni. Siate voi adesso corpi che amano, che l’unico eucaristico rito sia il vostro corpo, amante vivo e divino.

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