Combriccola di farabutti XIII domenica tempo ordinario

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Combriccola di farabutti

(Sapienza 1; 2 Corinzi; Marco 5)

XIII domenica tempo ordinario 1 luglio 2018

Poi un giorno non ci credi più. O forse, molto più semplicemente, ti accorgi che già da tempo non ci credevi più. E ti scopri vecchio e un po’ morto dentro. A battaglia ancora non terminata, a corsa non ancora conclusa, hai perso la fede nell’uomo e nelle cose della vita. Sembra tutto uguale, insignificante, tutto destinato a morire, in qualche modo tutto già morto. E se anche il libro della Sapienza si ostina a dire che la morte non è stata creata da Dio a te non importa da dove viene questo nulla che si mangia la vita, a te interessa solo sapere che c’è e che si è già portata via la parte migliore. Le cose che esistono non sono più “portatrici di salvezza”, come insiste a dire il Libro, ma fonte di preoccupazione, di dolore, di frustrazione o, peggio, di noia. Gli occhi si fanno pesanti, prima bruciano perché vorrebbero piangere e poi più nulla, si chiudono. Basterebbe un attimo di lucidità, un lampo di consapevolezza, un fiato di grazia residua per accorgersi di una cosa, dell’unica cosa che ci è successa durante il nostro mestiere di vivere: “la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono”, abbiamo lasciato alla morte di prendersi la nostra storia.

La fine inizia quando cediamo alla seduzione della morte, quando cadiamo nelle sue mani. Una morte che entra nel mondo per “l’invidia del diavolo”. “Invidia” significa “guardar male” e diavolo “il divisore”. E allora capiamo dove ci sta portando il libro della Sapienza, ad avere consapevolezza che la nostra vita ha bisogno di occhi non invidiosi, di occhi capaci di guardarci con compassione, con benevolenza, questa è l’unica “giustizia”. La vita rimane “giusta” fino a quando uno sguardo compassionevole e non invidioso ci sostiene.

C’è un modo giusto di essere guardati e Gesù lo sa. Ed è quello che chiede a chi vuole parlare davvero di lui. Noi saremo salvati soltanto da occhi che sanno vedere in noi quello che ancora noi non vediamo. Noi saremo salvati da occhi che sanno suscitare in noi lo stupore per quello che già siamo, ci uccidono gli occhi invidiosi, ci uccidono gli occhi che separano ciò che siamo da ciò che gli altri pretendono di vedere in noi.

La prima lettura di oggi è una carezza sui nostri occhi, una preghiera: che sappiano imparare a non essere mai invidiosi di nessuno e a tenere insieme senza disperdere la molteplicità di ciò che il mondo è, nella sua miracolosa esistenza. Sono stanco di occhi segnati dall’invidia, mi fanno pena, sono ferite aperte che cercano e trovano sempre quello che fa stare male, quello che non va. C’è un autolesionismo diabolico nell’invidia. Credo sia il cancro più metastatico delle nostre comunità parrocchiali.

Abbiamo bisogno di mani che sappiano aprirsi di nuovo, con generosità. “Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri”, frase di una modernità sconcertante usata nella seconda lettera ai Corinzi, non modo dire usato per assecondare i nostri biechi egoismi ma parole in grado di portarci fuori dalla logica del conflitto e dell’opposizione così cara all’umanità di sempre. A salvarci sarà un concetto di uguaglianza raffinato e condiviso. Uguaglianza non è far diventare ricchi i poveri (cioè semplicemente invertire la tensione, cambiare nome agli opposti), uguaglianza non è nemmeno la situazione di perfetto equilibrio in cui tutti hanno parti uguali, uguaglianza è invece saper abitare la tensione radicale e propria di ogni uomo: quella tensione mai risolta tra abbondanza e indigenza, perché noi siamo abbondanza e indigenza insieme: “per il momento la vostra abbondanza supplisca alla vostra indigenza perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza”.

L’uguaglianza biblica, quella di cui abbiamo davvero bisogno non è rendere tutti identici, non lo siamo, non è nemmeno riconoscere il merito, non è dare a tutti parti uguali. Uguaglianza vera è scarto di verità e di umiltà, è saper dire a noi stessi e agli altri che siamo un grumo di ricchezza e di povertà, che siamo tutto e siamo niente, che siamo miserabili e ricchi, che siamo poetici e volgari, santi e peccatori, luce e ombra e lo siamo in misura variabile e lo siamo contemporaneamente. E siamo tutti così. Questa è uguaglianza. Sapere che siamo tutti così e non esistono i perfetti e non pretendere che esistano. E prendere in giro chi si crede santo per salvarlo dall’inferno della menzogna. Una Chiesa di uguali non è una Comunità in cui tutti obbediscono e seguono le stesse regole ma un esercito di disperati, una combriccola di farabutti consapevoli che ogni istante danno e ricevono, unica uguaglianza è che ognuno di noi dona e riceve, sempre. Dio ci salvi da tutti i volontari che credono di dare solamente, dai preti, dai cardinali, dai vescovi che ostinatamente parlano di “servizio” e non hanno mai il coraggio di ammettere che dietro a tanta retorica si cela solo un’infinita paura di non essere di nessuno. Il peccato vero di questi tempi così strani è che stiamo condannando la Chiesa a non cambiare perché noi abbiamo bisogno di tenerla così, ci fa comodo, ci garantisce un posto. Grazie a tutti quelli che ci fanno sentire indigenti e incapaci. Grazie a chi ha il coraggio di mostrarsi bisognoso. Grazie a chi insistentemente sottolinea le nostre ambiguità e i nostri tradimenti.

Grazie a chi svela la verità dell’uomo. Che è poi quello che fa Gesù nel Vangelo. In mezzo a una folla ingombrante e ignorante che passa dal piangere al ridere con scandalosa immediatezza, nel cuore di una folla che, come tutte le folle, è massa che toglie il respiro e la poesia e la speranza Gesù entra, non si lascia soffocare, taglia a metà, danza e svela l’uomo.

Svela che l’uomo si scopre giusto solo quando si lascia salvare da uno sguardo: Gesù guarda la donna che perde sangue. Ha occhi e cuore per l’uomo trafitto dal dolore per la perdita della figlia.

Gesù danza e svela il peso della tenerezza. Gesù rimane vivo perché in mezzo a quella folla cerca e valorizza una carezza. Che è l’esatto opposto di chi si appesantisce di pretese. Una carezza si accontenta di sfiorare senza trattenere, senza possedere, senza manipolare.

Gesù svela che l’uomo è bello quando diventa preghiera e chiede aiuto (il capo della sinagoga), quando si mostra per quello che è “impaurito e tremante” (la donna affetta da emorragia). L’uomo è svelato nella sua bellezza quando si lascia rialzare (la dodicenne morta). Che bello l’uomo svelato da questo Dio che in Gesù è padre che sveglia la bambina e la libera dagli incubi, la libera della folla e dalla follia di essere morta troppo presto. Gesù svela la bellezza dell’uomo anticipando ciò di cui avrà bisogno anche lui, quando una folla verrà ad arrestarlo nel Getsemani: diventerà preghiera nell’Orto degli Ulivi, desiderio di una carezza mentre troverà uno schiaffo, impaurito e tremante cercherà una mano capace di alzarlo, di risorgerlo. Di risvegliarlo alla vita. A noi di vivere lasciando che Lui sveli ciò che davvero siamo.

Saper fare l’amore Natività Giovanni Battista

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Saper fare l’amore

(Isaia 49, Atti 13, Luca 1)

Natività Giovanni Battista 24 giugno 2018

 

Vorrei saper fare l’amore con il mio passato, penetrarlo e amarlo fino a raggiungere il mio Inizio e scoprire che Tu, Signore, eri da sempre in quel punto. Che la Tua voce profumata cantava il mio nome, ed eri dolce, come il latte dal seno di mia madre. Vorrei imparare ad amare la mia storia, a riconoscerla, a venerarla come Tempo e tempio Santo del mio nome pronunciato da Te. Vorrei come Isaia cantare “fin dal grembo di mia madre il Signore ha pronunciato il mio nome”.

Vorrei fare l’amore con il passato per scoprirmi figlio di Genesi, di una Creazione che danzando ha cantato la vita e nella vita la mia storia, unica e uguale a quella di tanti altri, un popolo chiamato e generato e amato.

Vorrei far l’amore con la mia storia personale per partorire verità senza vanità. Se ti riconoscessi presente saprei trovare in me quello per che per Isaia è stata la parola come spada affilata. Saperti cantare e ringraziare per ciò che sono, per ciò che so fare, per ciò che parla di te mentre io imparo ad essere me. Forse solo questa è la fede che vuoi. Essere tua e mia manifestazione, insieme, incarnata. Uomo e Dio. Vorrei saper fare l’amore.

Cantarti presente in noi. Isaia aveva parola come spada affilata, noi possiamo avere un cuore capace di commuoversi, o braccia forti per costruire un mondo nuovo, o gambe coraggiose per tenere il passo degli ultimi, o mani aperte per accarezzare i malati… chi siamo noi? Chi sei Tu in noi? Perché non abbiamo imparato ancora a raccontarlo, a narrarlo, a ringraziarti per ciò che siamo? Aiutaci Signore a saperti cantare per scoprire chi sei Tu davvero e chi siamo noi senza inutili ipocrisie.

Vorrei far l’amore con le paure del passato, con chi mi ha riposto in una faretra proteggendo me stesso dalla violenza di punta mortale con cui potevo uccidere, potevo uccidermi e forse un po’ l’ho anche fatto. Grazie a chi mi ha mostrato il Tuo volto proteggendomi dalle mie immaturità, dalle ingenuità, dalle depressioni e dalle dispersioni.

Aiutaci Signore ad essere adulti capaci di riporre nella faretra tutte le frecce che fremono per traiettorie drammaticamente dispersive, che rischiano di perdersi in battaglie inutili, che rischiano di sbagliare traiettoria. Aiutaci a proteggere le frecce che fanno innamorare la vita, aiutaci a non scagliare le frecce che feriscono.

Vorrei far l’amore con il mio orgoglio e scioglierlo per sempre, come ha fatto Isaia, e con lui dire che io, da me, vivrei invano, sarei poco più di un soffio. Che invano ho faticato, che invano ho consumato le mie forze, che invano ho vissuto quando non ho amato l’uomo ricordandomi di come lo ama Lui.

Vorrei, in questo tempo di divisioni, avere in cuore le estremità della terra. Ancora più, vorrei sentirmi io stesso estremità della terra, bisognoso di salvezza, degno di essere salvato, vorrei ricordare il dolore di quando sono stato respinto, non considerato persona gradita. Vorrei saper uscire dalla logica delle tribù per entrare nella logica della luce: “troppo poco restaurare le tribù (…) io ti renderò luce delle nazioni”. Avere fede è imitare la luce, che svela, che non si può fermare, che silenziosamente attraversa le barriere e lascia dietro di se una scia di speranza, comete di futuro. Vorrei che l’uomo venisse finalmente alla luce, vorrei essere tra quelli che chiedono rifugio e non tra quelli che offrono rifiuti. Perché è chiaro dove sta il Vangelo: dietro a una cometa in cerca di casa.

Vorrei imparare da Giovanni, vorrei il suo coraggio, la sua capacità di deludere, la sua libertà di dire “no, io non sono quello che voi pensate”. Lo racconta Paolo nella seconda lettura. Dolore e libertà in quella sua affermazione. Poteva fingere, sfruttare il momento, poteva convincersi di essere quello che la gente voleva, poteva abitare i pensieri della gente e manipolarne i cuori e sfruttarne le possibilità invece si smarca dal pensiero della maggioranza, amante del popolo non populista, buono e non buonista, uomo e non servo del potere in cerca di etichette comode per uccidere l’altrui credibilità.

“Io non sono quello che voi pensate”, diceva. State pensando nel posto sbagliato. Giovanni abita il mondo da profeta. Io vorrei imparare a fare l’amore con la libertà, quella di chi in nome di una verità nemmeno così compresa decide di pagare con l’umiliazione e di smarcarsi dalle attese e di soccombere alle logiche del potere e di deludere e di pagarne le conseguenze e di accettare di essere impopolare, deriso e dimenticato. Forse la fede è riuscire a dire a tutti, a ricordare a se stessi che “noi non siamo quello che pensiate” ma, al contrario, “noi siamo perché siamo pensati”. Solo se riconosciamo di essere pensati da un Amore più grande, pensati per amare, noi incontriamo la nostra identità. Pensati per abilitare allo stupore, per fare spazio al futuro. “Noi non siamo quello che pensate (…) verrà dopo di me…”.

Vorrei fare l’amore con lo stupore, con quella meraviglia indispensabile per poter tornare a parlare la lingua di Dio e degli uomini. Nel Vangelo Zaccaria è muto, l’incenso confonde, il tempio impedisce l’ascolto, il maschile è schematico e prevedibile e non sa fare l’amore. Ecco perché Maria dirà di sì, perché è donna, è in una casa, avvolta dal profumo di pane e gelsomino ed è amore. Questo abilita allo stupore. L’angelo con Zaccaria trova spazi chiusi, la porta si apre solo quando il nome si fa nuovo “Giovanni è il suo nome” che significa “Dio-misericordioso è il suo nome”, solo la misericordia abilita allo stupore. Vorrei saper fare l’amore con la misericordia. Perché da quel momento “Tutti furono meravigliati”, la chiave per aprire il futuro è la misericordia, ecco perché Gesù, il Salvatore, alla fine del suo cammino tra gli uomini, dal cuore del Calvario, perdonerà ogni uomo: per aprire le porte al futuro.

E poi “che sarà mai questo bambino?”, una domanda prende casa sulle labbra di chi vedeva Giovanni crescere. Che sarà mai questo bambino che abita lontano dal tempio? Che sarà mai di questo bambino che ci urla contro dai bordi del deserto? Che sarà mai dei pugni contro ogni forma di potere? Che sarà mai di questo bambino che vive di niente e battezza e attende e spera e dubita? Che sarà mai di questo bambino che muore per i capricci di un potente, per le promesse ubriache e perverse del potere? Che sarà mai di questo bambino che muore senza sapere di essere stato l’ultimo dei profeti? Che sarà mai di noi se dimentichiamo la forza di questo profeta, se non troviamo presto altri profeti in grado di pagare con la vita la follia della libertà?

Il posto ultimo delle cose XI domenica Tempo Ordinario

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Il posto ultimo delle cose

(Ezechiele 17, Corinzi 5, Marco 4)

XI domenica Tempo Ordinario 17 giugno 2018

 

E poi non possiamo più fare niente. Ma proprio niente. Finalmente. Il seme si è ormai staccato dalla mano, la parola dalle labbra, il figlio dal ventre, l’amico dal dialogo, il nostro sogno dal progetto iniziale e noi siamo chiamati fuori, non contiamo più nulla. La vita è andata lontano e noi non possiamo più modificarla: dormiamo? Vegliamo? È uguale, siamo finalmente ininfluenti. Il seme vola via, come racconta il Vangelo, la vita si stacca da noi perché è più grande di noi, noi siamo solo una mano che lancia lontano. Gesto coraggioso, definitivo, liberatorio, umile, folle, taglio continuo di cordoni ombelicali, morte scelta in nome della vita altrui. È durissima. È liberante. È morte e vita insieme.

E se poi le cose non vanno bene? E se il seme non produce i frutti sperati? Non possiamo farci nulla, non dipende più da noi, a noi è concesso solo di guardare da lontano, di sperare, forse, ma sapendo anche che non cambierà nulla il fatto che noi guardiamo o non guardiamo, che ci siamo o non ci siamo: il seme è ormai lanciato. Abbandonato a se stesso. Alla vita che spontaneamente cresce.

Possiamo decidere di non lanciare il seme. Così è per la vita che ci muore tra le mani. Se non consegniamo ad abbandono i segni del nostro amore, che siano figli, progetti, comunità parrocchiali, gruppi… noi li soffochiamo. Diventiamo i peggiori omicidi dell’amore, assassini dei nostri semi. Se non abbandoniamo i nostri figli noi li uccidiamo. Siamo noi che quasi sempre uccidiamo i nostri sogni perché non accettiamo che altri lo facciano al nostro posto, o che i sogni stessi ci rinneghino. O non riusciamo a riconoscere che, secondo le logiche del mondo, abbiamo fallito: non abbiamo raccolto i frutti sperati. È più facile uccidere che morire, sempre difficile ammettere la propria fallibilità.

Una cosa però possiamo farla, solo una. È tutto ciò che è in nostro potere. Possiamo provare a creare le condizioni per il frutto. Nessuna sicurezza di risultato, l’autonomia del seme rimane, il mistero della libertà della vita non viene per nulla intaccato (“il seme germoglia e cresce, come egli stesso non lo sa”) però noi possiamo impegnarci, e forse è l’unico impegno che ci viene chiesto, ad aiutare le cose a trovare il loro posto. Una sorta di riordino paziente del Creato, una disciplina delle cose, rimettere le cose al loro posto, il seme nella terra: la vita verrà spontaneamente.

Ogni cosa messa dove deve stare. Lontano da noi. Creare le condizioni perché porti frutto. Poi verrà un altro e metterà disordine in quello che abbiamo fatto, poi basta un’amicizia, un insegnante, un amico, una lettura e tutto il lavoro paziente e meticoloso viene messo all’aria: non possiamo farci niente. Il frutto che emergerà sarà comunque diverso dalle attese. Noi però abbiamo vissuto cercando di regalare alle cose il loro posto.

Siamo chiamati a testimoniare solo questo, che c’è un modo giusto per mettere le cose nel loro ordine. È gesto di pazienza e di vera creatività, sull’esempio di Genesi. Possiamo solo rimettere le cose in ordine, che è come prendere “un ramoscello del cedro, dalle punte dei suoi rami e piantarlo sopra un monte imponente”, come abbiamo ascoltato dalla prima lettura.

No, non è tutto uguale, la vita va messa al posto giusto, vanno create le condizioni perché la vita possa mettere radici in terra buona e che ci sia un alto monte a sostenerci. Il monte è luogo sacro, luogo vicino a Dio. Quel ramoscello darà sicuramente frutto? Non lo sappiamo ma quello che possiamo fare è collocare pazientemente ogni ramoscello in terra sacra. E raccontare, con la nostra testimonianza, che la vita può essere generativa. Mostrare ad ogni ramoscello di cedro che affidiamo alla terra che anche noi abbiamo bisogno di un monte e di una terra buona e che la nostra storia acquista senso quando qualcuno chiede ospitalità tra i nostri rami e noi ci siamo, e che è stato bello che in un nido posto tra le nostre foglie loro abbiano potuto trovare casa, e sollevare dalla violenza del sole grazie all’ombra regalata dalla nostra chioma, questo rende la vita degna di essere vissuta.

Dobbiamo portare ramoscelli sulla cima di un monte e poi andarcene e non fare più fare nulla se non ricordarci che anche noi siamo stati ramoscelli, che anche noi abbiamo deluso le aspettative, che anche noi siamo stati abbandonati, che qualche radice però l’abbiamo messa e un po’ di ospitalità e di ombra l’abbiamo regalata. Ed è tutto quello che resterà di noi.

Rimettere ogni cosa al suo posto è stare dalla parte del secco e del piccolo, per dirla sempre con le parole di Ezechiele: guardare il mondo come lo guarda quel Dio che “innalza l’albero basso e fa germogliare l’albero secco”. Rimettere ogni cosa al suo posto è creare le condizioni perché la vita possa tornare a scorrere dentro il cuore delle cose. Poi lasciar essere.

Riportare il corpo al suo posto, liberarlo dall’aridità di certa etica castrante e dalla piccolezza del consumismo: il posto giusto del corpo è che deve tornare a narrare l’amore. Rimettere al suo posto la politica, legandola al servizio. Rimettere al loro posto le parole, legandole alla verità. Rimettere a posto il giorno, serve a stare svegli e la notte, serve per dormire. Rimettere a posto i luoghi della fede perché diano misericordia, le case perché siano accoglienti, il silenzio perché ridoni pace…se le cose non trovano il loro posto saranno piccole e secche, e morte. Al loro posto troveranno spontaneamente vita. La vita è come un ramoscello di cedro in cerca di un monte.

Alla fine però rimettere a posto noi stessi, che è quello che conta davvero, perché a essere fuori posto, in fondo, siamo noi. Che questo mondo non è il nostro posto. Lo dice bene San Paolo nella seconda lettura di oggi, siamo “in esilio e lontani”. Dopo che abbiamo rimesso le cose al loro posto, come meglio abbiamo potuto, saggezza vera sarà prepararsi a morire. Saper salutare tutti con un inchino e un sorriso, ringraziando chi starà già calpestando quello che abbiamo appena finito di costruire, e sorridere di questa vita che va avanti anche senza di noi. Di questa vita che è più grande di noi. Sorridere e ringraziare i compagni di esilio e dire “ora vado al mio posto, torno a casa, qui abbiamo provato insieme a raccontare l’Eterno ma qui eravamo “nella fede” e non “nella visione”. Ora vado a vedere finalmente quale è il posto ultimo delle cose. L’esilio è finito, mi avvicino a me stesso e a Dio, muoio come già sono morto mille volte, lascio andare la vita come l’ho lasciata andare sempre, e mi affido all’Amore. Che è l’unico posto giusto e definitivo”.

Piccola cronaca grata

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Piccola cronaca della settimana appena trascorsa

Grazie per il gruppo parrocchiale che lunedì è venuto in visita al nostro Santuario, grazie perché raccontare ad altri la nostra storia la rende ancora più preziosa. E mi rende orgoglioso di essere qui, con voi.

Grazie per il Consiglio Pastorale di lunedì sera, grazie perché tutto è ancora in fermento, perché abbiamo il coraggio di levare le tende dalle oasi che ci sembrano irrinunciabili (come direbbe Esodo) per esplorare territori nuovi che saranno, sicuramente, transitori. Per dirlo in modo meno oscuro: stiamo pensando al nuovo anno e le cose su sui avrei giurato di non mollare nemmeno un centimetro (tipo Giovedì di Sant’Andrea, tipo l’importanza della formazione, tipo le giornate comunitarie…) sono quelle che stanno cedendo il passo a nuove sperimentazioni. Grazie a chi accompagna con pazienza e grazie anche a chi sorride beffardo (sorriso che dice “te l’avevo detto!”) perché mi aiuta a ridere di me e a essere umile e non credere di essere migliore di nessuno.

Grazie per chi martedì ha preparato un posto al coperto per il rosario mariano, grazie a chi mi aiuta a imparare la bellezza di un modo umile e splendido di pregare. Che lascia parlare il cuore. Perché essere lì, insieme, è già vangelo.

Grazie per i preti che sono venuti a pranzo da me questa settimana. Sono occhi attenti sulla mia vita che è, in parte, la nostra. Momenti in cui sento che stiamo camminando come Chiesa.

Grazie per le Giornate Eucaristiche, per il vostro stare nel silenzio e nell’ascolto. Grazie perché mi date occasione di scoprire e riscoprire Esodo.

Grazie perché la Bibbia, quella no, non la abbandoneremo mai. E soprattutto non ci abbandona lei!

Grazie per le prove della Prima Comunione, per l’attenzione con cui avete seguito, per l’occasione che mi avete dato di riscoprire il legame tra manna e Eucarestia, tra Esodo e vangelo, tra l’essere bambini e il diventare adulti.

Grazie per GLI adulti che daranno disponibilità per il CRE. Grazie perché non è facile proporsi, ancora più difficile riproporsi.

Grazie per la Prima Comunione. grazie per i ragazzi. Grazie per le famiglie.

Grazie di ciò che non posso scrivere qui, grazie per ciò che non vedo, grazie per l’informale, grazie per la vita quando scorre nella normalità (mai banale).

Grazie di tutto ma, soprattutto, grazie di tutti. Grazie di voi.

Un abbraccio e buona settimana

 

è fuori di sè X domenica Tempo Ordinario B

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(Genesi 3, 2 Corinzi 4, Marco 3)

X domenica Tempo Ordinario B

Adesso ti amo, uomo, perché mi riconosco in te. Sei impaurito, nudo, ti nascondi. Lo sguardo del Padre ti disturba, lo percepisci minaccioso. Volevi sentirti grande e ti ritrovi a cercare colpevoli, il senso di colpa per quel frutto rubato ti sta uccidendo. Adesso ti amo, uomo, perché mi riconosco in te, nelle tue immaturità, nelle tue umanissime fragilità, nelle sfumature delle tue inconsistenze. Sei vero, come me, come l’umanità che siamo, che mi circonda quella che amo e che odio, quella che mi stupisce per la qualità del desiderio ma anche mi sfinisce per la banalità e l’infantilismo. Sei più consapevole, sei più bello, sei libero, sei fatto di terra, Adamo. Hai scoperto l’origine di ogni peccato, che è non aver rubato un frutto ma rifiuto della responsabilità, hai scoperto che all’origine di ogni peccato c’è quello stupido orgoglio che non permette di dire “ho sbagliato”.

Ti amo uomo del paradiso sempre più terrestre, ti amo perché sei come noi. Ti amo perché adesso puoi cominciare a camminare davvero, a crescere. Ti amo perché puoi iniziare a decidere, ci vorranno millenni, ma puoi iniziare a fare pace con lo sguardo del Padre. Ci riuscirà Maria, creatura fragile e nuda e smarrita, creatura impaurita eppure pienamente donna grazie a sì, minimo e responsabile. Ti amo uomo perché mi sento sospeso tra Adamo e Maria, sento che diventare adulto è dire di sì a una vita che chiama a rispondere, sento che Adamo ha aperto la strada, sento che Maria è possibile approdo.

Ti amo, uomo che ti nascondi per paura, che cerchi pateticamente riparo in quel giardino che per grazie a quel furto ora finalmente si svela per quello che è: una prigione. Ti amo perché mi hai fatto scoprire il prezzo della libertà, perché con la rottura della paradisiaca condizione hai permesso un cammino, lo stesso portato a compimento da Gesù che, in un giardino, avrà la tua stessa paura, la nostra stessa paura, piangerà lacrime di sangue, proverà a nascondersi e poi dirà “sia fatta la tua volontà”, e in quel gesto di consegna io comprendo cosa significa diventare uomini.

Ti amo uomo di Genesi perché mi hai fatto scoprire la nudità. Tu ne hai avuto paura ma hai permesso a Gesù di abitarla: lui nascerà e morirà nudo, come a dire che non può esistere vergogna se si ama, che le cose più belle della vita (nascere, amare e morire) si fanno pacificandosi con la propria nudità.

Ti amo uomo di Genesi perché nascondendoti hai permesso a Dio si uscire allo scoperto, di venire a cercarci, di mettersi a camminare sulle nostre tracce. Sei tu che hai suggerito al Padre di partorire l’idea di un Figlio in cammino sulle nostre strade. Ti amo perché il contrario del nascondimento è l’esposizione. Gesù morirà esposto sulla croce, lui sarà il nuovo frutto del bene e del male ma starà aggrappato a quel tronco a forma di croce a garantire misericordia eterna. Il frutto non sarà più rubato ma condiviso, come pane, come vino, come corpo che nudo muore per amore. E io ho compreso grazie a te che il cammino a cui sono chiamato è disegnato tra un albero e la croce, tra Adamo e Gesù.

Ti amo uomo di Genesi, ingenuo, infantile e codardo. Inaffidabile e smarrito, patetico e complesso. Ti amo perché sei come me, perché permetti l’inizio di un cammino. Perché sei piccolo ma puoi crescere, puoi diventare uomo. La creazione non è qualcosa che è stata, è qualcosa che si fa, giorno per giorno, assumendo i tratti dell’Uomo Nuovo.

La Creazione in corso non è altro che una lenta e affascinante trasformazione, un parto, una dilatazione creativa e solo apparentemente disordinata. San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi parla di un uomo in trasformazione, sembra descrivere l’Adamo che cresce fino a diventare Gesù. E io sento che siamo dentro quella contrazione vitale, che noi siamo chiamati a fare il nostro pezzo “il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno”. Noi siamo una trasformazione lenta, irreversibile, miracolosa. Noi siamo chiamati a gioire per la dissoluzione di ciò che è esteriore, dissoluzione di tutto quello che la vita toglie: si dissolve il corpo sotto il peso del tempo, si dissolve l’orgoglio sotto il peso del limite, si dissolve l’illusione della perfezione sotto i colpi continui dei nostri sbagli. Ma l’uomo interiore, quello dice “ho creduto perciò ho parlato”, quello che crede nell’uomo e nella vita e dà voce a questi miracoli. L’uomo che “fissa lo sguardo sulle cose invisibili perché sono eterne” e non si lascia più incantare dalle cose che passano: quell’uomo rappresenta il senso ultimo della vita, il frutto trasformato, il nuovo definitivo Adamo. Noi siamo al mondo per imparare l’arte dell’umanità. Noi siamo uomini chiamati a diventare uomini, e la costruzione è possibile solo rientrando in noi, scegliendo l’invisibile eterno che è l’amore e ricominciando sempre da capo, giorno dopo giorno, lasciando indietro ciò che non conta e prendendo i contorni di Colui che ha portato l’uomo a essere immagine del divino.

Ti amo uomo che ti sei mostrato bellissimo e perfetto in Gesù. E io vorrei diventare come te. E recuperare la follia, “è fuori di sé!” dicono gli impauriti. Gli unici a uscire sono loro, i parenti, quelli della casa che vogliono riportarti entro i margini, dentro il lecito, “amare sì ma fino a un certo punto”. I fuori sono gli scribi scesi da Gerusalemme per riportarti dentro i confini sicuri e docili della tradizione religiosa. Io voglio stare fuori con te e continuare a gridare che il Vangelo è qualcosa che è “fuori” per definizione, perché è libero, perché i confini dell’amore o sono infiniti o uccidono.

Ti amo uomo del Vangelo, perché mentre te ne stai fuori dalle attese della famiglia, fuori dalle pretese degli scribi stai insegnando a tutti cosa significa “essere dentro l’umano”.

“Gesù entrò in una casa”: credere è stare dove la vita vive, dove la gente cresce, ama, litiga, sbaglia, si separa, convive, ritorna. Dove fa la spaesa, l’amore, i conti, dove perde tempo, perde pazienza, trova un amico, smarrisce la ragione… Dove non c’è nulla di paradisiaco ma molto di terrestre. Scegliere di amare quella realtà, quella vera, smettere di uscire fuori dalla realtà.

“Se una casa è divisa in se stessa non può stare in piedi”. Credere, diventare grandi, passare dall’Adamo all’Uomo nuovo è imparare l’arte dell’unità profonda. Unificare, ricucire, tenere insieme. Diventeremo uomini quando non ci sarà più troppa distanza tra apparenza e sostanza, tra ciò che diciamo e ciò che siamo. Si chiama coerenza. Ama il coraggio. È pronta a pagare di persona.

“Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui” guardare chi c’è per quello che è. Diventa uomo chi entra nella vita e si siede e gira lo sguardo su chi ha attorno. Da fuori sono vere le idee, da dentro vengono le idee per far venir fuori la parte più bella di noi. Stare dentro la vita, guardarla, amarla, curarla, credere. Farla. La volontà di Dio diventa vera solo quando è fatta. Non bastano le parole. Stare dentro la vita, e dire di sì. L’amore, unica volontà divina, è comprensibile solo per chi è disposto a trasformarsi, a diventare amore: “chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.

Amante vivo e divino Corpo e Sangue

pexels-photo-1124960Amante vivo e divino (le parole non bastano)

(Esodo 24, Ebrei 9, Marco 14)

Corpo e Sangue

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Non bastano le parole, non sono mai bastate a reggere il confronto con la vita che sanguina via se stessa ad ogni istante, con la vita ferita, con la vita mestruazione di sogno, con la vita che svuota le vene. Non bastano le parole, nemmeno quelle di Mosè che promettono fedeltà impossibili, non bastano dodici lapidi alzate contro il cielo a urlare la presunta stabilità dell’umano. Non basta niente se non c’è il sangue dell’Alleanza, se non sentiamo in modo viscerale, cosmico, animale, selvatico che Dio sanguina la vita con noi. E allora l’energia animale prima è strappata da vitelli colpevoli solo di essere vivi, poi è divisa a metà: sangue sull’altare, che salga a Lui, perché nemmeno a Dio bastano le nostre parole e sangue a piovere su ognuno di noi, a incrostarsi contro la nostra pelle. Una pioggia dolciastra e tribale è il rito per narrare di un’alleanza vera, di un patto di sangue. Che Dio sia con noi a lasciarsi ferire dal mondo, che nel sangue versato per allungare i nostri giorni ci sia anche il suo, che nel sangue versato dai nostri figli nelle guerre sante si possa sentir scorrere almeno il suo pianto, che sia sempre dalla nostra parte, sangue del nostro sangue.

Ma se non bastano le parole non basta nemmeno una pioggia di sangue di vitello, non basta sapere che Dio è dalla nostra parte, non basta vivere affrontando il mondo come una guerra, non basta consolarsi credendo che nel sangue versato innocentemente dai figli ci sia Dio, non basta un patto di sangue, non basta dire di credere se poi la vita è emorragia di se stessa. Non basta il sangue di vitello incrostato sulla mia pelle durante un rito antico per trovare senso alla vita. Questo Gesù lo comprende bene. E decide che non poteva più essere tempo di sommi sacerdoti e di vittime e di sacrifici e che l’unico sangue che può raccontarci qualcosa della vita è solo il nostro, quello che scorre nelle vene, quello che ritma la vita ad ogni respiro, quello che chiede risposta del suo esserci. E allora fa a pezzi tutto Gesù, non offre più nulla che non sia se stesso. L’energia vitale è di casa solo se rimane nel corpo dell’uomo: “egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e vitelli, ma in virtù del proprio sangue ottenendo così una redenzione eterna”. Non bastano più le parole, nemmeno quelle dei sommi sacerdoti e taccia per sempre il grido di terrore di ogni essere vivente, anche animale. Non si sacrifichi più altra vita e il sangue scorra solo nelle vene perché è lì che la vita deve cantare. E si entri nell’unico santuario dell’umano: la terra intera. E si dispieghi l’unica tenda santa: il cielo. E si cammini lontano dal sangue di capri e vitelli e si cammini vivi, con il proprio sangue a muovere un passo dopo l’altro, e si cammini amando la vita, alleandosi ad ogni respiro, perché solo amando la vita e respirando la vita e mettendo in circolo il sangue dell’amore si ottiene il perdono eterno. Amando si può perdonare anche Dio per quando la vita sembra solo una ferita aperta, uno spreco, sangue versato buono solo per essere calpestato. Amando si può perdonare anche chi il sangue te lo strappa fuori con la violenza dei chiodi solo per il gusto di continuare la logica del sacrificio.

Ma sotto la croce abbiamo trasformato Gesù in un olocausto. Non l’abbiamo capito. Abbiamo solo sostituito la vittima. Non più giovenchi ma lui in carne e ossa, non più il sacrificio animale ma il suo, perfetto, mistico, spiritualizzato. La croce, l’altare, la tavola della cena, il sangue versato, l’orto degli ulivi… tutto ingarbugliato per confondere le idee e lasciare tutto come prima. Solo apparentemente meno cruento. Solo tutto così inutile. Inutile se non abbiamo il coraggio di comprendere che lui non è semplicemente una vittima sostitutiva, lui è la sostituzione dell’idea stessa del sacrificio. Il sacrificio deve essere vivente, l’energia vitale deve tornare a scorrere dentro il corpo, dentro il corpo di ogni uomo, dentro il mio e il tuo, il sangue a scorrere deve essere il nostro, l’alleanza con il corpo deve iniziare da noi e nostro il patto di sangue a stringersi con ogni essere vivente che incontriamo. E ogni corpo il corpo di Cristo, ogni muscolo una poesia in movimento, ogni respiro ossigeno di Spirito al cuore. Non bastano le parole, non basta nemmeno il Suo Corpo, quello di Cristo, serve il nostro, servono i nostri corpi in una cosmica e dilatata eucarestia.

Gesù si allea definitivamente con ogni corpo e con ogni sangue, anche con il nostro. Adesso. “Mentre mangiavano, prese il pane”. Mentre si vive prende il pane, prende il corpo, a dire che i nostri corpi sono fatti per essere presi, accarezzati, baciati, venerati, desiderati. Non si può dirsi cristiani continuando a dimenticare il corpo, ma il corpo vivo, quello irrorato dal sangue e non la sua reliquia, quello che fa paura perché cambia e si ammala ed è fragile. Quello che chiede di essere accudito, quello che desidera essere desiderato. Quello che è una supplica di cura, soprattutto quando è malato. Pane/corpo da prendere mentre si mangia, mentre si vive la vita. Senza chiamarsene fuori mai. Non c’è posto per l’astinenza quando si ama. Il digiuno è lecito solo in assenza dello sposo. Con lo sposo che il corpo si faccia amore! Che non abbia paura di prendere e di lasciarsi prendere. Quotidianamente, come il pane.

“Recitò la benedizione” su un corpo affamato d’amore la benedizione non è la stanca ripetizione di una infantile preghiera ma sono parole di fuoco, appassionate parole d’amore a scaldare il sangue nei muscoli della vita. Poesia che brucia, infuoca, commuove, strappa i veli del pudore: bene dire di un copro che ha fame di essere amato, senza censure. Un corpo che ha fame di essere sfamato, che brucia per essere custodito. Un corpo che piange quando è piccolo per essere accarezzato, questa è benedizione. Un corpo che sprigiona vita e chiede di non essere contenuto quando è giovane. Un corpo che cammina e arrampica e respira e gode della vita quando è maturo. Un corpo che chiede di essere venerato quando si ammala. E quando invecchia. E che sia preso per mano quando sta per morire. Questo è benedire la vita in corpo e sangue. Unica fede a cui sento, oggi, di appartenere.

Spezzò il pane e lo diede loro” come una zolla di terra che si apre, fertile e umida a ricevere il seme. Il nostro corpo non si spezza per sacrificarsi, non si spezza per perdersi, non si spezza per obbedienza al dolore: ma per rispondere all’antica vocazione della fecondità. Spezzarsi eucaristicamente è lasciarsi arare dall’amore per non restare sterili. Le parole non bastano. Serve carne da prendere, aprire e da fecondare. Serve sentire che il nostro corpo è vivo per questo.

Prendete questo è il mio corpo” questo sono io, una vita che ha bisogno di sentirsi presa. Di lasciarsi prendere dalle persone che ama. Non ho paura di mostrarti il mio bisogno d’amore. Scandaloso e tenero, commovente e vero.

Questo è il mio sangue dell’alleanza”. Il sangue è il vino, l’alleanza rimanda al calore dell’amore. Alla bevanda che scioglie le inibizioni. Siate voi adesso corpi che amano, che l’unico eucaristico rito sia il vostro corpo, amante vivo e divino.